[Report] Officina di marzo 2026

Nell’Officina di marzo abbiamo approfondito il tema del “Controtempo“, ovvero dell’intempestività, dell’essere spostati rispetto a un andamento lineare della temporalità comune: in anticipo, in ritardo, bloccati da un contrattempo o strategicamente prendendo in controtempo un avversario.
Ma cosa significa essere controtempo? Esiste un giusto tempo? E se sì, quale? A queste e ad altre domande abbiamo tentato, insieme, di trovare una risposta.
Valerio
L’intervento ha trattato il tema del controtempo visto in una triplice accezione: come errore, come costruzione consapevole e come condizione ontologica, prendendo le mosse dal concetto opposto di tempismo: a partire dalla frase “Ripeness is all“, contenuta nell’atto V, scena II del Re Lear e dalla risposta che Gandalf il Grigio dà a Frodo all’inizio de La Compagnia dell’anello:
Uno stregone non è mai in ritardo, Frodo Baggins. Né in anticipo. Arriva precisamente quando intende farlo.
E, tuttavia, spesso la vita ci pone davanti a dei contrattempi, che ci fanno arrivare in ritardo e mancare quel “giusto momento”. Si tratta del caso, ad esempio, del racconto Appuntamento mancato, di Dino Buzzati, nel quale l’occasione persa da un uomo in ritardo di dodici anni cambia l’esistenza a un altro individuo, in grado di cogliere l’attimo.
D’altronde, il tema del tempismo e del non mancare le giuste occasioni è centrale nella poetica di Dino Buzzati: da un lato, in Carriera tardiva il protagonista avverte di aver sprecato i primi cinquant’anni di vita e, solo quando si accorge per la prima volta di essere inseguito da un’oscura presenza, si lancia allora in una corsa forsennata per rimediare al tempo perso; dall’altro, un simile inseguimento, ne Il Colombre, conduce un ragazzo a sprecare l’intera esistenza non riuscendo a riconoscere di avere sotto mano la sua grande occasione.

E buzzatiana sembra essere l’immagine del dipinto di Giovanni Fattori, In vedetta (o Il muro bianco), che raffigura tre soldati nel tempo sospeso del giro di guardia, in allerta verso un pericolo ipotetico e futuro, che forse mai arriverà, mentre un muro bianco cancella l’orizzonte e con esso ogni diversa prospettiva.
Ma il controtempo può anche essere il frutto di una precisa scelta strategica. Pensiamo al caso di un’ardita manovra militare tesa a sorprendere il nemico o a un colpo che manda fuori ritmo l’avversario nel tennis. In questa direzione un esempio di consapevole costruzione “controtempo” è quello musicale, dove è inteso come quella figurazione ritmica che crea un contrasto, posizionando una nota sul tempo debole (levare) e una pausa sul tempo forte (battere), come risulta evidente ad esempio nel brano Take the A Train di Duke Ellington.
In letteratura, un simile esempio di costruzione controtempo si può trovare nel finale di In campagna è un’altra cosa di Achille Campanile, dove la stesura di un’appassionata lettera d’amore si sovrappone, tra una riga e l’altra, con una fugace passione per una sconosciuta incontrata nella penombra di un treno notte. Ma all’alba la luce del sole rivela l’età avanzata dell’ignota signora e al protagonista non potrà che rimanere l’amara constatazione che “il tempo è traditore”.
Tuttavia essere controtempo non sempre è sintomo di un incidente o, al contrario, di un calcolo. Talvolta è, invece, l’unica naturale possibilità, soprattutto se intendiamo il tempo con un approccio non lineare. Il nostro modo di abitare il presente, infatti, non può che essere conseguenza delle nostre esperienze passate, da un lato, e delle nostre prospettive future, dall’altro. In un certo senso siamo, dunque, sempre ontologicamente “controtempo”, come ci ricordano i flussi di coscienza di Joyce nel suo Ulisse.
Luca
Controtempo, asincronia, discronia… con parole così verrebbe naturale spingersi nei cari territori della fantascienza e delle grandi epopee spaziali, ma ho preferito condividere il più intrigante controtempo dell’individuo, delle piccole storie, della famiglia. Nessun futuro, quindi, anzi cominciamo dal passato!
Uno dei primi controtempi ce lo offre la mitologia con lo scontro tra Crono e Zeus: nessun ingenuo gioco di parole (Crono il Titano non era inizialmente associato al “tempo”), qui siamo di fronte ad uno scontro tra ere – quella dei Titani e quella degli dei dell’Olimpo – ma anche tra padre e figlio, in un avvicendamento tra passato e futuro (Crono mangiando i figli, impediva quel futuro) dove per il divenire dell’uno deve cessare il divenire dell’altro.
Questo concetto di “scambio” lo si ritroviamo – con le dovute differenze – in una novella della scrittrice verista Maria Messina (1887– 1944) dal titolo La bimba, dove si racconta come una madre mal conviva con la crescita della figlia:
“Mentre la bimba sbocciava come un bel fiore, essa sentiva le membra meno agili; mentre gli occhi della bimba si facevano più luminosi la carnagione più chiara, suoi occhi e perdevano lo splendore, e sulle gote appariva qualche ruga, abilmente nascosta da uno strato di cipria grassa. Perché la bimba si facesse bella, era necessario che lei invecchiasse.”
Qui non c’è un conflitto vero e proprio ma i tempi individuali di madre e figlia sembrano un unico tempo che scorre in due direzioni opposte, ma più si allunga da una parte più si accorcia dall’altra.
Di genitori e figli parla anche il film Interstellar di Christopher Nolan: c’è una frase che potrebbe stare serenamente in un romanzo d’altri tempi: Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli…
A parlare è l’astronauta Cooper mentre spiega alla giovane figlia Murphy che dovrà partire per un lungo viaggio nello spazio con molte incognite sul suo ritorno:
Ora, tralasciando l’aspetto più sci-fi della storia, questa battuta dialoga sorprendentemente con quella della novella della Messina dove, allora, i figli sembrano diventare i fantasmi del passato per i genitori!
Sempre Maria Messina, nella novella La Signorina, ci regala un altro tipo di controtempo, quello dell’individuo contro quello della società e delle sue convenzioni, in questo caso quelle della Sicilia di fine Ottocento: Carmela, ragazza nubile ma ormai non più in età da marito (!), decide di regalare parte del suo corredo ad una giovane sposa. Per Carmela non c’è possibilità di rivalsa, ma solo accettazione…
Ma cosa succede quando il tempo, il ritmo sociale, viene meno? Nel dramma de Il signore delle mosche di William Golding (libro del 1954 e prima riduzione cinematografica del 1963) un gruppo di giovani studenti naufraga su un’isola deserta e là si crea una “bolla di tempo” dove il gruppo di naufraghi perde contatto col mondo esterno, le regole esterne non sussistono più – ed i più violenti non fanno fatica a metterle da parte – ritrovandosi in un “passato mentale” dove vigono solo le regole del più forte, della fame, della lancia e del branco…
Greta
Un controtempo per antonomasia è l’anacronismo, dal greco ανά (“contro”) e χρόνος, (“tempo”). Tutto quel che si trova in un tempo non suo fa effettivamente uno strano effetto. Pensiamo ai Flintstones, uomini e donne primitivi che guidano protomacchine, usano il frigorifero, hanno lampadine sul comodino e guardano la tv.

Altri due personaggi che diventano – loro malgrado – vittime dell’anacronismo sono Roberto Benigni e Massimo Troisi in Non ci resta che piangere. In particolare, è nell’incontro con Leonardo Da Vinci (genio dei suoi tempi e, in quanto tale, fuori da essi) che realizzano quanto appartenere a secoli diversi possa contare.
Benjamin Button (dalla penna di Francis Scott Fitzgerald) anacronistico ci nasce proprio, con grande sconcerto della sua famiglia:
Questo è ciò che vide il signor Button: parzialmente stipato in una delle culle e avvolto in una voluminosa coperta bianca, sedeva un vecchio che pareva avere settant’anni. I capelli radi erano quasi del tutto bianchi e dal mento pendeva una lunga barba color grigio fumo che ondeggiava assurdamente avanti e indietro, agitata dalla brezza che soffiava dalla finestra. Alzò gli occhi annebbiati e sbiaditi per guardare il signor Button con aria confusa e perplessa.
«Sono pazzo?» tuonò il signor Button, e il terrore che provava si tramutò in collera. «Cos’è, un pessimo scherzo da ospedale?». «Non mi pare proprio che si tratti di uno scherzo» rispose l’infermiera con tono secco «e non ho la minima idea del fatto che lei sia pazzo o meno, ma le posso assicurare che quello è suo figlio».
Sulla fronte del signor Button si moltiplicarono le gocce di sudore. Chiuse gli occhi e poi, quando li riaprì, guardò di nuovo. Non si stava sbagliando… stava davvero guardando un uomo di settant’anni… un neonato di settant’anni, un neonato i cui piedi penzolavano ai lati della culla dove giaceva. Per un attimo, guardò placidamente prima l’uno e poi l’altra e poi all’improvviso parlò, con voce spezzata e senile: «Sei mio padre?» domandò. Il signor Button e l’infermiera sobbalzarono violentemente. «Perché se lo sei» proseguì il vecchio con voce lagnosa «vorrei che mi portassi via da qui… o se non altro, che mi facessi portare una comoda sedia a dondolo.»
«Santo cielo! E tu da dove vieni? Chi sei?» sbottò il signor Button, in preda alla disperazione.
«Non saprei dirti chi sono con esattezza» replicò con lo stesso tono piagnucoloso «perché sono nato soltanto da poche ore… ma il mio cognome è sicuramente Button». «Stai mentendo! Sei un impostore!»
Il vecchio si voltò con aria affaticata verso l’infermiera. «Bel modo di accogliere un bambino appena nato» si lamentò con voce flebile. «Gli dica che si sbaglia, perché non glielo dice?»
«Lei si sbaglia, signor Button» disse l’infermiera con aria severa. «Questo è suo figlio e lei dovrà farsene una ragione. Devo chiederle di portarlo a casa al più presto, oggi stesso.»
«A casa?» ripeté il signor Button incredulo.
«Certo, noi qui non possiamo tenerlo. Non possiamo proprio, mi creda».
«Meno male» piagnucolò il vecchio. «Questo posto è adatto a marmocchi di poche pretese. Con tutti questi strilli e questi pianti non sono riuscito a chiudere occhio. Ho chiesto qualcosa da mangiare» in quell’istante la sua voce si levò acutamente in segno di protesta «e mi hanno portato un biberon di latte!».
[…]
Il signor Button persistette imperterrito nel suo intento. Benjamin era un bebè e tale sarebbe rimasto. All’inizio dichiarò che se a Benjamin non piaceva il latte caldo, sarebbe rimasto del tutto a digiuno, ma alla fine riuscirono a convincerlo a scendere a compromessi, concedendo al figlio pane e burro e anche del porridge. Un giorno portò a casa un sonaglio e, porgendolo a Benjamin, insistette in tono perentorio che lui ci giocasse, al che il vecchio lo prese con aria svogliata e ogni tanto, durante il giorno, lo si poteva udire mentre lo scuoteva diligentemente.
Non c’era però alcun dubbio che il sonaglio lo annoiasse, quando lo lasciavano solo trovava divertimenti più appaganti. Per esempio, un giorno il signor Button scoprì che la settimana precedente aveva fumato più sigari del solito; il fenomeno si spiegò qualche giorno più tardi, quando, entrando inaspettatamente nella stanza del bambino, vide che questa era avvolta in un alone di fumo azzurrognolo, mentre Benjamin, con un’espressione colpevole, cercava di nascondere il mozzicone di un Avana bruno. Naturalmente una cosa del genere richiedeva una severa sculacciata, ma il signor Button si rese conto di non trovare la forza per infliggergliela. Così, si limitò ad ammonire il figlio dicendogli che gli avrebbe bloccato la crescita.
Benjamin dovrà destreggiarsi tra la sua età e l’età che tutti gli altri pretendono che lui dimostri. Eppure, alla fine vivrà una vita come tutti, con gioie e dolori, costruendosi una famiglia e riuscendo a trovare se stesso.