Passeggiate di primavera

È primavera. È il tempo giusto per le passeggiate, per fare quel “cammino compiuto per diporto o per esercizio igienico, spesso in compagnia di una o più persone e senza meta fissa; talvolta associato a un’idea di facilità”, come suggerisce il dizionario della lingua italiana di Devoto e Oli. Da tale definizione cogliamo la tonalità di questa figura di viaggio, una figura “debole”. La passeggiata non richiede grandi decisioni: “– Andiamo?/ Andiamo pure” (Palazzeschi).

Si può anche non stabilire una meta perchè mete non ce ne sono affatto, non se ne trovano, come non si trovano interessi ed il proprio occhio è come quello di un insetto “che s’è smarrito in un campo di cui non conosce i colori di richiamo, e non vi si può fermare, benché lo desideri” (Musil). L’occhio del passeggiante comunque spesso “vede” ma non “guarda”, a meno che non spunti il “bravo” di turno, come accadde al povero don Abbondio, che per una stradicciola “tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno novembre”. Questa debolezza può anche declinarsi però in “leggerezza”: la passeggiata come “pausa” ha un valore ricreativo e dispone l’animo all’arricchimento improvviso o insospettato in un libero e leggero confronto tra l’uomo e la natura o l’ambiente che lo circonda, fino a raggiungere i “fiori lontani” (Erba).

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