Daniel Libeskind: quando l’architettura è veramente per l’uomo.

Quale dovrebbe essere la principale qualità di un grande artista? Proviamo a dirne una: la capacità di meravigliarsi. Di fronte a cosa? Di fronte alla realtà così come la si percepisce attraverso i sensi. Ma oggi è ancora possibile meravigliarsi di ciò che vediamo, tocchiamo, udiamo, odoriamo, gustiamo?

Me lo chiedo perché viviamo in un tempo che abbonda di idee, di opinioni e di opinionismo, correnti di pensiero, morali (tanto che Enzo Bianchi al Festival delle letterature di Mantova ci ha parlato di un futuro a rischio di uno “scontro di etiche” più che di uno “scontro di civiltà”) che spesso costituiscono un filtro troppo potente tra noi e la realtà, nel vivere la nostra vita, nell’accostarci ad un’opera artistica, nel tentare di esprimerci creativamente.

Corriamo il pericolo di riferirci solo al bagaglio di idee e di nozioni astratte di cui abbiamo fatto il pieno a scuola o all’università: idee e astrazioni che gonfiano l’Io e lo soffocano, rendendolo insensibile alle sollecitazioni continue che arrivano dal mondo nella sua oggettività. Leggendo “Breaking Ground” di Daniel Libeskind (edizioni Sperling & Kupfer) – il geniale architetto che ha progettato e costruito il museo ebraico di Berlino e che è arrivato primo nella gara di progettazione delle nuove torri gemelle di New York – scopriamo invece ancora una volta che il segreto della creatività sta in un animo e una mente aperti ai suggerimenti che arrivano da ogni più piccola cosa che ci circonda.
Senza questo confronto con la realtà si rischia di creare degli oggetti privi di vita, tanto aderenti a un’idea definita a priori quanto disumani. È il caso, per esempio, del nuovo MOMA (museo d’arte moderna a New York) che il New York Times ha descritto con ammirazione come “un neutrale cubo bianco” riportando anche questa inquietante dichiarazione del direttore del museo: “Qui non facciamo architettura emotiva!”.

Come se, commenta Libeskind, ci fosse qualcosa di male nel costruire un edificio che susciti entusiasmo, ricordi, immagini. A quanto pare la concezione per la quale il pensiero debba venire prima dell’esperienza della vita stessa come fonte di ispirazione è ancora fortissima.
L’esperienza dell’architetto americano ebreo di origini polacche (il libro racconta anche l’odissea vissuta dai suoi genitori durante la guerra tra lager e gulag, prima di approdare a New York alla fine degli anni ’50) testimonia, al contrario, un approccio alla progettazione di edifici radicalmente diverso. In cui accade che la progettazione di un edificio sia scaturita dai pezzi in frantumi di una vecchia teiera caduta per terra; dove accade che “Wedge of light”, la piazza che diventerà la più vasta area pubblica a sud di Manhattan, sia nata da un raggio di sole giunto fino a Daniel e a sua moglie la mattina in cui visitavano l’enorme cratere di Ground Zero; dove avviene che la progettazione dell’arco dell’avveniristico grattacielo della nuova area fieristica di Milano sia stata ispierata dalla curvatura della schiena di Maria nella Pietà Rondanini.

L’architettura secondo Libeskind è chiamata a servire gli uomini nel senso più profondo ovvero facendogli vivere un’esperienza autentica della vita. E allora non c’è da stupirsi se la forma del Museo d’Arte di Denver sia nata guardando le montagne rocciose dal finestrino di un aereo o che i corridoi di un museo dedicato ad un pittore ebreo ucciso dai nazisti che ha vissuto tre anni dipingendo in una minuscola soffitta non siano più larghi di due metri. I progetti di Libeskind nascono da un’ascolto attento della realtà: “a volte la scintilla che innesca i miei pensieri viene da un brano musicale o semplicemente dal modo in cui la luce cade su un muro. […] Ascolto le pietre. Colgo i volti intorno a me. Cerco di costruire ponti verso il futuro fissando il passato con occhi limpidi. […] Attingo alla mia esperienza (è ciò che conosco) nello strenuo tentativo di far vibrare corde universali.”. In questo senso, la progettazione è “una sfida per giungere a una verità” ovvero la scoperta di qualcosa che si scopre con stupore passo dopo passo, una rivelazione sorprendente per l’autore in primis.
“Breaking ground” è anche il racconto della grande sfida che ha visto contrapposto l’autore e i grandi studi associati di architettura di New York i cui progetti erano orientati alla creazione di magnificenti e iper-funzionali torri che potessero riproporre la grandiosità delle precedenti e massimizzare lo sfruttamento delle aree commerciali.

Insomma delle nuove torri completamente business-oriented quando invece la popolazione di New York chiedeva la costruzione di edifici capaci di lenire la sofferenza della ferita inferta con l’attentato dell’11 settembre e di restituire alla città una prospettiva di speranza e, last but not least, di tenere memoria dell’accaduto. Secondo Libeskind un edificio può, se ben progettato, incarnare la vita o la negazione della vita (il nulla) e, pertanto, stabilire una relazione positiva o negare qualsiasi relazione e, quindi, lasciare l’osservatore con una sensazione di desolazione e abbandono: “Qualsiasi cosa guardiate, anche se è inanimata risponde al vostro sguardo; in quel momento avviene qualche sorta di comunicazione a cui il vostro volto reagisce cambiando espressione. Lo stesso vale per gli edifici. La facciata di un palazzo è come un volto che può rivolgersi a noi o girarsi dall’altra parte“.

La migliore architettura è chiamata a favorire una relazione profondamente umana tra il territorio e i suoi abitanti e tra questi stessi. Può farlo solo facendosi interprete della vita stessa. E non di un pensiero. Non è un caso, infatti, che il progetto per le nuove torri gemelle di Libeskind abbia avuto il plauso unanime dei cittadini di New York ovvero di coloro che sono il cuore stesso della città. Non lo hanno avuto i progetti che sono stati sviluppati nella convinzione che l’architettura debba imporre una visione del mondo in modo autoritario e indifferente dei sentimenti e dei desideri profondi della gente. A quanto pare, infatti, il grande nemico della cittadinanza di New York in questa grande faccenda delle nuove torri non sono solo le lobby che vogliono trarre il massimo profitto dalle nuove costruzioni. Ma la cultura modernista che pervade le università e gli studi di architetti i cui edifici sono “progettati come scacchiere che ripetono unità uguali”, nella convizione ideologica che la neutralità, la ripetitività, l’asetticità possano garantirci il valore più prezioso per la nostra vita: la funzionalità degli spazi e dei servizi annessi.

Insomma, edifici concepiti come macchine per uomini-macchina, bisognosi solo di ordine e utilità. Ma leggete l’incipit di questo splendido libro e vi accorgerete quanto la sensibilità e la visione dell’espressione creativa di Daniel Libeskind abbia invece quel respiro di cui abbiamo tutti bisogno e di cui andiamo in cerca qui a Bombacarta. Ecco come inizia questo splendido libro:

“Quando chiesero a Goethe quale fosse il suo colore preferito, lui rispose: «Mi piacciono gli arcobaleni».
Ecco ciò che amo dell’architettura: se è buona, contiene tutti i colori dello spettro della vita; se è cattiva, i colori sbiadiscono fino a svanire. Dalle rovine di Bisanzio alle strade di New York, dal tetto appuntito di una pagoda cinese alla sommità della Torre Eiffel, ogni edificio racconta una storia o, meglio ancora, diverse storie.
Quando l’architettura è debole, scialba, priva di forza e di immaginazione, racconta unicamente la storia della sua creazione: come è stata costruita, definita nei dettagli, finanziata. Ma una costruzione grandiosa, proprio come la grande letteratura, la grande poesia o la grande musica, racchiude in sé la storia dello spirito umano. Può farci vedere il mondo in modo del tutto nuovo, può cambiarlo per sempre. Sa risvegliare i desideri e suggerire traiettorie immaginarie, sa dire a un bambino che non ha ancora visto nulla e non è stato in nessun posto: «Ehi, il mondo può essere molto diverso da tutto ciò che hai immaginato. Tu puoi essere molto diverso da ciò che hai immaginato»”