Il mistero dell’esistenza umana nella poesia di Wojtyla

Anticipato come sempre da un articolo sulla “Civiltà Cattolica”, è arrivato da pochi giorni nelle librerie italiane il nuovo libro di Antonio Spadaro: “Nella melodia della terra. La poesia di Karol Wojtyla” (edizioni Jaca Book, 80 pagine, 10 euro).

Spadaro, oltre ad essere conosciuto universalmente come il “tecnogesuita” per la competenza dimostrata più volte con i nuovissimi media, è soprattutto un preparatissimo critico letterario, con interessi che spaziano da Pier Vittorio Tondelli a Carver, senza dimenticare Flannery O’ Connor a cui ha intitolato i laboratori di lettura che conduce con l’associazione culturale BombaCarta, fondata da lui stesso nel 1998.

Nel numero 3733 di Civiltà Cattolica Antonio Spadaro aveva già affrontato la poesia di Karol Wojtyla, sottolineando come l’interesse di Giovanni Paolo II per la poesia risalisse alla prima giovinezza del futuro papa del dialogo. Interesse che poi è maturato, insieme a una intensa esperienza teatrale e allo studio della filologia polacca, sino a svilupparsi in una vera e propria «devozione» per la parola. Le architetture metaforiche dei suoi versi si intrecciano a domande inquiete e a risposte di grande intensità spirituale.

L’ispirazione di Wojtyla ha generato composizioni che seguono il ritmo del pensiero: si restringono fino all’ermetismo e si allargano fino alla meditazione in prosa. Tra pensiero e visione non ci sono fratture; così anche tra la dimensione ascetica e quella pratica. Ecco una delle caratteristiche della poesia wojtyliana: partire da un oggetto, un fatto, una persona e coglierne la trama infinita di nessi col mistero dell’esistenza umana.

Com’ è evidente ad esempio nel “Canto dello splendore dell’acqua” del 1950:

Nel fondo stesso, a cui volevo solo attingere
acqua con la mia brocca, ormai da tempo alle pupille
aderisce splendore… Tante le mie scoperte
quante mai fino a ora!
Qui, riflesso dal pozzo, scopersi in me tanto vuoto.

Che sollievo! Interamente non saprò in me trasportarti,
ma voglio che tu resti, come nello specchio del pozzo
restano foglie e fiori colti dall’alto,
dallo sguardo degli occhi stupefatti
– occhi più luminosi che tristi.

(pubblicato su “La Gente d’Italia” del 2 febbraio 2006, p. 23)

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