Una tragedia negata

Il saggio Una tragedia negata di Demetrio Paolin si espone ad un rischio molto particolare, e cioè che il lettore si soffermi più sull’elemento di novità estrinseco presente nelle modalità di pubblicazione che lo caratterizzano, che sul merito delle tesi in esso svolte. Si tratta, infatti, di un libro virtuale, pubblicato esclusivamente sul sito internet della sua casa editrice Vibrisselibri e da esso liberamente scaricabile per la lettura. L’editrice, che ha esordito con i primi due testi nel novembre scorso (e l’altro, guarda caso, è un romanzo, L’organigramma di Andrea Comotti, dal tema – piazza Fontana e dintorni – contiguo al saggio di cui parliamo), sta in pieno realizzando quanto preconizzato solo pochi mesi or sono da Antonio Spadaro, che nel suo Connessioni esplorava le straordinarie possibilità di diffusione della cultura offerte dalla rete, non tacendo per altro di alcuni nodi critici ancora irrisolti. Se uno degli intenti è anche la promozione di una successiva diffusione in forma cartacea, a seguito dell’acquisto da parte di case editrici tradizionali, è tuttavia interessante che con le edizioni di Vibrisselibri si stia realizzando in forma concreta quella scissione tra supporto e testo, impensabile fino a qualche anno fa, che può aprire scenari innovativi nell’editoria e più in generale nella fruizione della cultura. E’ comunque di questi giorni la notizia di una seconda edizione del saggio, in forma cartacea, per merito di una casa editrice “tradizionale”.

Ma l’opera di Paolin merita attenzione indipendentemente dall’elemento di novità costituito dalla forma con cui viene reso pubblico. Il tema è rivelato dal sottotitolo “Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana” e la sua attualità è evidente, in giorni in cui in forme varie (trasmissioni televisive, libri) si sta rievocando il Settantasette, anno tragico e paradigmatico di un intero decennio di fortissimi contrasti politici e sociali. Paolin indaga, infatti, tra la produzione narrativa che ha tratto spunto dagli eventi che hanno caratterizzato il terrorismo e la sua lotta contro le istituzioni negli anni ’70 – ’80, e si avvale, oltre che di una scrittura particolarmente nitida, di una campionatura di testi sufficiente sia ad evidenziare tendenze comuni ed elementi di dissonanza, sia a consentire all’autore alcune conclusioni, forse provvisorie (non fosse altro che perchè il filone narrativo non può certo ritenersi esaurito) ma sicuramente significative. Paolin sottolinea innanzitutto un’evidenza apparentemente estrinseca al tema trattato, constatando che la maggior parte dei testi viene culicchiascritta e pubblicata a grande distanza temporale dai fatti che li hanno ispirati: tra gli altri, sono usciti tra il 2003 e il 2004 Corpo di Stato. Il delitto Moro di Andrea Baliani, Il contrario di uno di Erri De Luca, Tuo figlio di Gian Mario Villata, Tornavamo dal mare di Luca Doninelli, Il paese delle meraviglie di Giuseppe Culicchia, Avene selvatiche di Alessandro Perisier, Amici e nemici di Giampaolo Spinato, La guerra di Nora di Antonella Tavassi La Greca, Tre uomini paradossali di Gerolamo Di Michele, Il corpo dell’inglese di Giampaolo Simi. Alcuni, come Terroristi brava gente di Sergio Lambiase sono ancora più recenti (2006) e solo pochissimi risalgono agli ultimi anni del secolo scorso, come Aceto, arcobaleno di Erri De Luca.

Ci abbiamo messo sessant’anni per smetterla di campare sul male assoluto del fascismo e arrivare a tirare fuori le magagne della Resistenza. Quanto ci vorrà per arrivare agli anni Settanta?”

La frase di Valerio Morucci citata da Paolin rimarca un dato di fatto, la difficoltà, a quanto pare tipica dei nostri giorni (o, meglio, che noi ci siamo abituati a pensare tipica), di stabilire una distanza temporale che formi una cesura nel flusso continuo degli eventi, che allontani l’impressione di un’attualità indefinitamente protratta nel tempo, di un passato che non passa mai. Da questo punto di vista, l’addensamento negli ultimi anni della produzione narrativa sul tema segnala l’avvio di una riflessione anche letteraria, attuata con la trasposizione delle suggestioni degli anni di piombo in tema narrativo, che pare aver già positivamente maturato la percezione dello iato tra attualità della cronaca e distanza della storia. A minori motivi di soddisfazione inducono invece alcune considerazioni di Paolin sul merito delle narrazioni esaminate. Colpiscono alcuni rilievi che possono considerarsi comuni a buona parte della produzione narrativa studiata nel saggio.

Le storie raccontate non si negano certo alla descrizione della violenza ed alla tragicità delle sue conseguenze, tuttavia è spesso (troppo spesso) frapposto uno schermo tra il racconto della violenza ed il lettore, destinatario della narrazione (e pertanto della violenza raccontata). La guerra di Nora di Antonella Tavassi La Greca, ad esempio, introduce l’omicidio commesso dalla protagonista attraverso il racconto che questa ne fa al suo psicanalista, ponendo, come nota Paolin, una distanza doppia dal gesto commesso, sia cronologica (è il racconto di un racconto fatto allo psicanalista di un fatto ancora più remoto) sia psicologico morale (il racconto è collocato in un contesto in cui per definizione non si formano giudizi). In un altro romanzo, Libera i miei nemici di Rocco Carbone, il protagonista apprende la verità (una sua amica carcerata ha assassinato un suo avversario politico) visionando delle video cassette. Il filtro agisce anche su tutto ciò che è intorno all’atto violento in sé, in ogni modo presente nelle narrazioni, e cioè sui preparativi, sui sopralluoghi per gli agguati, sugli stessi pensieri di chi li compie. Pare operante una mitigazione nella descrizione della violenza, che pure intride di sé i racconti, quasi fosse necessitata, occasionata da un fato che dirige le volontà. E’ evidente una comune strategia narrativa, volta a depotenziare la crudezza degli episodi narrati: scelta legittima, di cui non è lecito discutere con intenti di valutazione critico – estetica dei testi (che peraltro non può farsi in questa sede, dal momento che esula dagli intenti del saggio di Paolin), eppure singolare, se appena si pensa al realismo e all’iperrealismo profuso a piene mani in tanta altra narrativa di questi stessi anni.

Anche la segnalazione di Paolin circa quelli che definisce i “lessici familiari” merita qualche riflessione. Alcuni dei romanzi esaminati in Una tragedia negata rivelano fondali inaspettati per l’azione che descrivono: si pensi all’elegante salotto di Donat Cattin di L’Italia nichilista di Corrado Stajano, in cui si svolge uno sconcertante colloquio tra il senatore democristiano e il terrorista Sandalo, oppure al covo che diventa “casa” dei terroristi di Terroristi brava gente di Sergio Lambiase. Interni borghesi, a volte piccolo borghesi, dove più che preparare interventi armati o teorizzare rivoluzioni si deve “governare, fare bucati, ripulire fornelli, stirare camicie e riparare spine della luce difettose“, sembrano esplicitare un rifiuto dell’uso della corda epica, e realizzare un ripiegamento nei più rassicuranti territori del quotidiano e del banale, da iscriversi all’interno di una scelta evidentemente non casuale. Per altro verso, eppure con speculare coerenza, altri autori hanno preferito opzioni più decisamente intimiste, prendendo come spunto in alcuni casi il travaglio per la morte di una persona cara: in La guerra di Nora di antonellaAntonella Tavassi La Greca, il padre morente induce la protagonista a tornare a Roma e a riflettere sul passato, in Tuo figlio di Gian Mario Villalta è la morte della madre del protagonista che lo persuade ad indagare su un passato di terrorismo. Altrove, la revisione del proprio passato di terrorista trova per il protagonista una repentina conciliazione con il presente nel ritrovamento dell’improvvisa felicità dell’esser padre (Bruno Arpaia, Il passato davanti a noi), così come la riflessione sul terrorismo si annoda con il rimpianto per l’assenza del padre in Tornavamo dal mare di Luca Donninelli. Il risultato, qualunque sia la via praticata, pare da un lato un’attenuazione della gradazione del pathos rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare rispetto alla materia trattata, dall’altro un suo sviamento verso oggetti tutti interni alle vicende esistenziali dei personaggi, e pertanto difficilmente utilizzabili (o almeno non immediatamente utilizzabili) per la rappresentazione di dolori e di angosce collettive.

Paolin rileva inoltre come il punto di vista, da intendersi in senso “politico“, non certo narratologico, sia uniforme e riguardi alcuni dei personaggi protagonisti degli anni settanta e non altri. Mancano le voci delle vittime, innanzitutto. Di quelle casuali: nel contesto “minimalista” di alcune delle narrazioni descritto da Paolin accanto alle quotidianità dei covi brigatisti certo non stonerebbe, ad esempio, la altrettanto banale quotidianità delle giornate di qualcuno degli uomini comuni scomparsi a piazza Fontana. Di quelle non casuali, nei confronti delle quali si attua la più forte negazione della tragedia, disconoscendo loro lo statuto stesso di vittime, con il relegarle in un anonimato che rende difficile caratterizzarle come individui singoli. Mancano ancora le voci di tanti personaggi degli anni settanta, e cioè di quasi tutti quelli che stavano dall’altra parte, e mentre il protagonista di Terroristi brava gente si domanda “come sia scivolato nella vita spuria e clandestina”, nessun personaggio nei romanzi esaminati da Paolin si domanda come mai si sia arruolato nei carabinieri o come mai abbia scelto di fare il procuratore della repubblica. Scrive Giacomo Sartori, autore di Anatomia della battaglia, che “gli anni di piombo sono solo un esempio… di un tema specificatamente italiano che a rigor di logica si presterebbe ad essere romanzato” ma ad esser romanzato (e male, secondo Sartori) sono stati i gesti, i fremiti, i timori e le illusioni di una “meglio gioventù” spesso incline a facili autoassoluzioni, e non i gesti, i fremiti, i timori e le illusioni del sindacalista che si trova a fronteggiare il terrorismo in fabbrica, o del magistrato o del giornalista attesi sotto casa dalla giustizia proletaria.

Una singolare damnatio memoriae pare aver inopinatamente colpito sia coloro che direttamente contrastarono il terrorismo sul piano politico, giudiziario, militare, sia coloro (e furono la stragrande maggioranza) che semplicemente e silenziosamente rimasero al loro posto, sostenendo per ciò solo la difficile riparazione dell’orditura di un tessuto sociale già parecchio compromesso. In altri termini, mancano o hanno grandi difficoltà a farsi sentire le voci di coloro che hanno “vinto“, pur con tutte le cautele che una definizione simile deve evocare, se la si riferisce alla tragedia collettiva degli anni settanta. Un po’ come se, mutatis mutandis, (il paradosso valga, ben inteso, nell’ambito della storia letteraria) della memorialistica dell’impresa dei Mille avessimo soltanto i diari dei reduci dell’esercito del Regno delle due Sicilie, o la narrativa resistenziale conoscesse soltanto le opere di Mazzantini o dei suoi epigoni. L’analisi che Paolin dedica alla produzione narrativa sull’argomento rivela una singolare simmetria con quanto le recenti rievocazioni di quel settantasette, che è parso a tanti un anno di svolta (ma attenzione, tra un anno è il trentennale del rapimento di Moro, altra indiscutibile svolta), hanno evidenziato per la società civile, per la politica e per le istituzioni: trascuratezze colpevoli nei confronti delle vittime, protagonismi assai discutibili di alcuni dei responsabili dei crimini di allora, incapacità di parte del ceto politico di chiudere definitivamente i conti con un passato carico di ambiguità nei confronti del terrorismo. Deriva da questa constatazione qualche altra riflessione in ordine al modo in cui i “compiti” della letteratura siano stati assolti nella particolare materia di cui trattiamo. La produzione narrativa analizzata in Una tragedia negata risponde indubitabilmente all’intento di raffigurare certi atteggiamenti, certi modi di riflettere sul fenomeno del terrorismo che sono stati propri di una parte del mondo intellettuale e di alcuni gruppi dirigenti del paese nel trentennio che ci separa dagli anni settanta, ed adempie con ciò in pieno ad una funzione rappresentativa, riproducendo in forma letteraria impulsi, spinte emotive e correnti di pensiero della società che riproduce.

Tuttavia, sulla scorta di quanto riferisce Paolin, è possibile domandarsi se questa narrativa, proprio per questa sua assiduità nel ricalco, non costituisca un’occasione, se non proprio mancata, certo non sfruttata fino in fondo, (finora: il catalogo, come s’è detto, è ancora apertissimo). Pare, infatti, poco praticato il versante “profetico” della letteratura, che non è solo ratifica o contemplazione dell’esistente, ma anche preveggenza di ciò di cui la collettività non si è ancora accorta, tensione verso la non convenzionalità, audacia nel prospettare la pluralità delle interpretazioni del mondo che ci è dato in sorte, o anche, più semplicemente, passione nell’invenzione dell’altro da sé, nella capacità di percepire e rappresentare il valore di ciò che non ci somiglia.