Arte. Consolare, nominare, annunciare

Arte, arte! In questi giorni si ha l’impressione che l’arte sia divenuta una delle grandi protagoniste delle ore da riempire. Appare sotto le forme più svariate: citazioni e dipinti sui social, offerte di tour virtuali dei più prestigiosi musei, programmi televisivi che ci fanno scoprire la ricchezza del patrimonio artistico mondiale.

Arte, dunque, ovunque; ma quale è la sua funzione, a patto che una funzione ce l’abbia? Sicuramente ne ha una consolatoria, perché attraverso il gesto artistico di altri sentiamo descritta la nostra sofferenza, così come la nostra gioia, la rabbia, la tristezza. L’arte delinea tutto questo con parole e segni a noi impossibili eppure necessari. Di fronte ad una grande opera – grande nel senso di vera – viene sempre da dire: ecco, è quello che avrei voluto esprimere io, ma non sapevo come fare a dirlo.

Poi l’arte ha anche il grande potere di nominare il mondo, è capace cioè di dare nome alle cose anche quando sembra che esse un nome non ce l’abbiano. Se ci pensiamo bene, di fronte a certi accadimenti che ci sovrastano, laddove si ha l’impressione che non si possa dire niente, tante volte sono proprio gli artisti a parlare. Theodor W. Adorno, affermò che scrivere una poesia dopo Auschwitz sarebbe stato un atto di barbarie. In seguito rivide questa affermazione dicendo che “la sofferenza incessante ha tanto il diritto ad esprimersi quanto il martirizzato ad urlare”. Sembra un dialogo a distanza con la poetessa Anna Achmatova che, nella prefazione alla sua raccolta di poesie Requiem, racconta un episodio accadutole negli anni della repressione staliniana:

Nei terribili anni della “ežovščina” [epurazione staliniana] ho trascorso diciassette mesi a fare la coda presso le carceri di Leningrado. Una volta un tale mi riconobbe. Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, e che, certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridestò dal torpore proprio a noi tutti e mi domandò all’orecchio (lì tutti parlavano sussurrando): “Ma lei può descrivere questo?”. E io dissi: “Posso”. Allora una specie di sorriso scivolò per quello che una volta era stato il suo volto.

L’arte nomina il mondo anche quando il mondo sembra pretendere solo silenzio.

C’è infine un terzo aspetto legato ad ogni attività artistica, quindi ad ogni artista degno di questo nome: il richiamo profetico. Profezia intesa come affermazione non tanto di una previsione futura, quanto del contenuto vero delle cose. L’artista vive spesso ai margini della società. Van Gogh, Caravaggio, Pasolini, Pavese e tanti altri hanno vissuto magari sulla scena sociale, ma dentro una grande distanza, perché dotati di uno sguardo capace di descrivere senza censura la contraddizioni della vita. La stessa loro vita, infatti è stata contraddizione. Il gesto artistico getta luce sul mondo, costruisce anche quando mostra la distruzione. Si pensi a Guernica di Picasso: per descrivere la distruzione ha dovuto “costruire” un’opera che prima non c’era. È una luce che mette in evidenza una positività anche parlando di una negatività, aprendo così una punta di fuga nella realtà. Tante poesie di Ungaretti ad esempio, pur scritte nella trincea della prima guerra mondiale, esprimono uno slancio e un’apertura insolite. E’ una missione che, consapevole o no, l’artista si porta addosso. Lo dice in maniera chiara Pasolini in una poesia dedicata proprio alla Achmatova, nella quale paragona il canto del poeta a quello del passero. Una poesia adatta anche al momento che stiamo attraversando ora; un momento per il quale occorre ancora trovare le parole. Scrive Pasolini:

È passata su Carskoe Selò la rivoluzione? Certo, è passata, ma semplicemente come “un evento che non ha l’eguale”: e il passero ha continuato a cantare. Nulla esiste se non si misura col mistero: che testimonianza avremmo degli “eventi” se non cantasse prima e dopo di loro un passero col suo canto lieve e severo?

Anche questa volta, l’arte ha trovato le parole. Erano quelle che avremmo voluto dire noi che non avremmo saputo farlo in modo migliore. 

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