Cucina e legami

Adoro la cucina. È sempre stato così, fin dalla più tenera età quando chiedevo elettrodomestici in miniatura per giocare. La cucina è parte di me. Anzi io sono una cucina. Ricordo esattamente tutte le cucine che ho avuto nelle case dove ho abitato, me ne ricordo l’arredamento, la posizione rispetto alle altre stanze, le dimensioni, le emozioni, i profumi, gli odori, i colori, le piastrelle, gli elettrodomestici. La cucina della mia infanzia lunga e stretta, poco più di un budello, quelle delle mie nonne così diverse, quella della zia, quella della casa della mia migliore amica dove si sperimentavano ricette improbabili in assenza di sua madre e dove mangiai la torta più buona della mia vita. Mano a mano che il benessere della famiglia cresceva anche la dimensione della cucina aumentava. Poi venne la prima cucina tutta mia, la casa dove abitai da sola quattro anni prima di sposarmi. La cucina è il tempio dell’accoglienza: accogliere in cucina significa aprirsi ad una disponibilità totale nei confronti dell’altro. È il luogo più intimo della casa. Luogo degli affetti, dell’amore, delle relazioni, della cura. Generalmente l’occuparsi del cibo, per la donna, forse non per tutte, è proprio curare. Curare le persone ma anche un po’ le anime, perché se ti occupi in silenzio del benessere di una persona, ti occupi un po’ anche della sua anima. Atavica predisposizione alla protezione degli altri esseri umani, “cardiognosia” culinaria. La donna si realizza pienamente nell’accudire soprattutto l’uomo. Senza necessariamente che si tratti del marito. E’ così fin dalla notte dei tempi, fin dalla creazione. La cura per l’altro? L’uomo ci deve arrivare, ci deve stare sopra, la donna ce l’ha dentro, nel DNA. Ma è giusto così, è normale. La donna è madre, moglie, sorella, amica, amante contemporaneamente. La donna è una sinfonia. La donna è nutrice. Cucinare è un’espressione, un racconto di sé dove le parole sono i cibi e dove l’armonia delle combinazioni genera melodie che suscitano emozioni e ricordi, memoria e, alle volter, benessere e serenità. E se cucinare è un racconto la cucina come luogo, è la più bella autobiografia di una persona. Si può cucinare così, tanto per nutrirsi, con disinteresse senza pathos, e si può cucinare raccontando e raccontandosi. Non importa se ciò che cuciniamo è buono o cattivo, tecnicamente perfetto e assolutamente sublime, ciò che conta è l’atteggiamento, il gesto. Io amo molto cucinare ma non posso farlo sempre come vorrei. Alle volte è inevitabile che ci sia fretta e che non si riesca a curare un pranzo o una cena. Però, fare la spesa, scegliere con cura gli ingredienti, sentire il profumo della frutta dall’ortolano, operare le combinazioni di cibi, è bello. Bellissimo. Quante persone sono rimaste. A me piace esprimere il sentimento, l’affetto, la gratitudine, l’amicizia, la cura per una persona preparando cibi, facendo marmellate e conserve, regalando cose buone. Mi da serenità e gioia generare benessere, felicità e stupore con il cibo: per un momento, mi sembra di accoccolarmi sul cuore della persona per la quale cucino e starmene lì a godermi il calduccio ad occhi chiusi. Cucinare è amare, è donarsi e la cucina è il luogo dell’amore.

Quando qualcuno rifiuta questo gesto mi abbatto oltre ogni misura, e non si tratta gradire o no una ricetta, intendiamoci, non si pretende che piaccia tutto quello che si fa sarebbe presunzione, si tratta di non cogliere l’amore nei gesti silenziosi che si compiono in cucina. Si da tutto per scontato. È una coltellata che arriva al cuore e mi graffia l’anima. Ogni minimo ed impercettibile gesto in cucina lascia un segno che ti racconta. Fin da piccola ho desiderato avere una cucina grande. Grandissima. Enorme. E così è stato. Esagerata. Una cucina che accogliesse con amore chiunque sarebbe entrato e chiunque vi abitasse. I bagni non mi interessano servono a poco. La dimensione delle stanze è direttamente proporzionale al tempo che ci passi dentro. Più o meno. Quindi….la mia cucina è praticamente un monolocale. È enorme. La mia cucina è un misto di oggetti antichi e moderni. Come forse io sono un misto delle mie nonne e bisnonne. Tradizione ed innovazione…”qui ed ora” e memorie del passato. Ho un grande forno professionale, ma anche quello a legna, proprio come quello dei pizzaioli o dei panettieri, perché la cosa più bella è sentire d’inverno il profumo prima della legna che brucia e poi della pizza cotta e mangiata tra le risate degli amici. Ho tanti libri, forse trecento, moderni, antichi, antichissimi, di tute le nazioni. Li guardo, traggo spunti ma non seguo una ricetta. Interpreto Ho una mia teoria sulle dimensioni della cucina, che considera la relazione tra cucina e relazioni, o meglio tra cucina e desiderio di relazioni. Desiderare o avere o sognare un cucina grande credo sia un indice di voglia di relazioni, relazioni profonde, legami. La cucina è anche ricordo di relazioni. Nella mia teoria desiderare un bagno grande, dove normalmente si entra da soli, è un po’ come desiderare se stessi più che le relazioni, desiderare chiusura, non esprimersi o illudersi di farlo apparendo, preferire lo stare da soli piuttosto che lo stare con gli altri. Preferire la preparazione del proprio aspetto esteriore, alla preparazione del cibo che nutre chi ami. L’amore è eterno, l’aspetto no.