La città di Daniel Libeskind

In vista della

Officina romana di BombaCarta del prossimo 10 novembre

dedicata alla CITTA’

vi propongo di vedere la puntata di CultBook dedicata a Daniel Libeskind, l’architetto che ha costruito il Museo Ebraico di Berlino e che nel 2003 ha vinto la gara per la ricostruzione di Ground Zero con il parere favorevole dei cittadini di New York al suo progetto.

Un mio precedente intervento su Breaking ground, il libro che contiene storia e riflessioni del percorso umano e professionale di questo architetto lo trovate qui

https://youtube.com/watch?v=JcVCVJFxqfo

3 commenti a “La città di Daniel Libeskind”

  1. Tonino Pintacuda ha detto:

    Bellissima puntata e bellissimo argomento per la prossima officina!

  2. Gian Luca Figus ha detto:

    Già nel post precedente di Stas’ mi avevano colpito queste parole: “Un approccio alla progettazione di edifici radicalmente diverso. In cui accade che la progettazione di un edificio sia scaturita dai pezzi in frantumi di una vecchia teiera caduta per terra; dove accade che “Wedge of light” […], sia nata da un raggio di sole giunto fino a Daniel e a sua moglie la mattina in cui visitavano l’enorme cratere di Ground Zero; dove avviene che la progettazione dell’arco dell’avveniristico grattacielo della nuova area fieristica di Milano sia stata ispirata dalla curvatura della schiena di Maria nella Pietà Rondanini”. Un’affermazione che mette i brividi, fa paura.
    Queste sono proprio quelle “ idee e astrazioni che gonfiano l’Io e lo soffocano, rendendolo insensibile alle sollecitazioni continue che arrivano dal mondo nella sua oggettività” riprendendo le sue stesse parole. Un protagonismo, un centrare il proprio metodo su un discorso personale, biografico e soprattutto CASUALE. È il principio del decostruttivismo, in cui ambiente e spazio architettonico hanno il caos come elemento ordinatore. Se Libeskind casualmente avesse fatto cadere un vassoio di babà al posto di una vecchia teiera, avremmo avuto un altro progetto? E cosa c’entra la curvatura della schiena di Maria con un grattacielo a Milano? Difficile dirlo, forse non c’entra niente e non ha nulla a che vedere con la realtà urbana, ma piuttosto con una concezione personale. Se da un atto così banale come una teiera in frantumi può scaturire l’idea centrale per un progetto che cambierà lo spazio urbano, si capisce che delirio da onnipotenza può vivere un Architetto Artista.
    Libeskind è un grande architetto e ben venga una architettura decostruttivista quando si inserisce come elemento a sé sia in ambienti urbani consolidati, sia in ambienti anonimi, qualificando con una buona architettura uno spazio privo di caratteristiche tipiche. Attenzione però a dare il nome giusto ai princìpi che animano certe scelte, chiamati in causa per legittimare una architettura che quando è valida, come nel caso del museo ebraico di Berlino, non ne avrebbe bisogno.

  3. Annamaria Manna ha detto:

    Lo Judisches Museum è una costruzione straordinaria, se ci andate, e io ve lo consiglio caldamente, chiedete una guida che vi parli dell’aspetto architettonico. Farete un’esperienza che si imprimerà nella memoria. Si comprende con tutti i sensi e non solo con la mente. Giacché siete a Berlino visitate anche il museo dell’olocausto di fronte alla porta di Brandenburgo: anche lì spazio e illuminazione sono straordinari veicolo di emozioni.
    Grazie Stas’, ho visto la trasmissione e ti faccio i miei complimenti.

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