Attraversando le nuvole

Lui è rimasto qui, accanto. Prima di ogni notte, dopo ogni mattino. È un anno, che non lo lascio più.
Sulla traccia di Nives di Erri De Luca (Piccola Biblioteca Oscar Mondatori, Ottobre 2006), è diventato per me incontro permanente, massa, soccorso giusto, sicuro. Qui, sul comodino, Nives in copertina sepia, che scala il monte in controluce, attraversando le nuvole, incontrando da vicino il cielo, rasserena. Rassicura.
Nives Meroi, bergamasca, è tra le pochissime donne al mondo ad aver affrontato sette dei quattordici giganti che superano gli ottomila metri. Nives scala con suo marito e con un giovane fotografo, senza portatori d’alta quota, senza bombole d’ossigeno. Anche Erri ha amore per le vette, e segue Nives da tempo nelle sue imprese. In questo libro, Erri e Nives si parlano. Semplicemente, si donano pensieri, pezzetti di piccole cose imparate dalla verità, e dal dolore.
Ed insegnano a vivere, a come si dovrebbe vivere, la vita assunta addosso unicamente per divenire felici, per restare felici. Attraversandosi.
Felicità diventa, così, il ritorno all’essenziale, all’ascolto dei bisogni del corpo, che non muta le domande quando cambiano gli eventi. Il corpo è traccia fedele a se stessa, è la coerenza del dialogo con l’anima. Bisogna solo saperlo ascoltare, questo corpo intrecciato indissolubilmente con l’intimità. Fare coppia leale con se stessi e con i segnali del mondo, crea contatto autentico, asciutto con le sollecitazioni dell’esistenza, che si sceglie come “casa” da portare “sulle spalle”.
La fatica del corpo che, “una catena innumerevole di antenati ci consegna” come “una macchina rifinita da abitare, metà casa metà officina”, cui riconoscerne il valore “solo quando la sottoponiamo al carico di lavoro”, nutre la mente scarnificandola, privandola dei pensieri costruiti.
Ma, il primo passo verso la felicità risiede nella scelta, nonostante gli intoppi e le insidie; primo macropasso: scegliere di cominciare, secondo macropasso: “scegliere di proseguire”, nonostante tutto, nonostante le “tempeste” che “si addensano a secco”, attraverso tentativi e fiducia inesauribili, se il cuore e la vita chiamano ad andare.
Felicità è il peso da portare con dolcezza; è il peso accettato, la paura che diviene amica consigliera, lesto coraggio, lampante idea, fusione con la vita. La paura che non blocca, che non consegna alla disperazione, all’accanimento onnipotente nell’impresa, ma che si abbraccia, come si abbraccia il vento che prepotente, insaziabile colpisce, “strappa scippa, strepita peggio di un drogato in astinenza”. Vento che però può essere vissuto come un incontro, una relazione alla pari. E Nives sceglie di avvicinarlo, il vento. Gli bisbiglia qualcosa, preghiere, semmai “un filo di canzone”, perché lei ha imparato a capire che, la furia del vento, è solo “voglia di essere ascoltato.”
Nel sincero dialogo con l’immensità, l’anima, che la può abitare tutta, l’immensità, si smaschera, nell’incanto reale del “diritto e il rovescio” di ciò che si è davvero.
Si tratta di passaggi, di percorsi che richiedono cura, tenacia, meraviglia, sorveglianza, accoglienza degli imprevisti, dopo averli affrontati. Il passo è promessa mantenuta da sempre, verso un’armonia piena da trovare, e da difendere. È stupore dell’ignoto nella familiarità con i propri piedi, con le proprie braccia, con il proprio respiro che dialoga con le necessarie incertezze, per rendere “vere” le “distanze”, lentamente; per annusare ed acquisire l’incontro con le cose.
L’illusione di poter controllare la vita, interrompe l’esercizio alla felicità, e consegna lo stomaco alle ansie, si ruba il respiro del cuore. Ci vuole fiducia che, piano, regali quiete alle fibre, in tutto l’essere.
E questo commuove. E la commozione viene così registrata ed accolta come il primo segnale inequivocabile dell’attitudine ad esserci, negli eventi, come quando si mettono “dei fiori a tavola in un giorno di festa”, e trionfa la grazia, col suo tocco leggero.
La felicità viene da opera come di formiche, che segnano laboriose le tracce che indichino la strada giusta per tornare a casa. Spesso, nel percorso esistenziale, si ha poco vivida, ma forte, la sensazione di sbagliare, nella miopia di desideri confusi. Allora, è bene ascoltare i bisogni essenziali, prima di rischiare di poter solo precipitare. E’ bene ritornare al punto di partenza, ascoltarsi, fidarsi senza accanirsi, e riprovare a ricominciare. Così, Nives racconta, a tal riguardo: “diverse volte ho ringraziato che la neve fosse già scritta, segnata da un passaggio. Specialmente in discesa è bello sapere che stai mettendo i piedi sulla traccia che hai salito, che stai seguendo la linea giusta del ritorno. Se invece il vento o una nevicata l’hanno cancellata, la carta bianca ti mette il dubbio che stai sbagliando strada. Sbagliarla significa che arrivi a un punto morto, dove ci sono solo precipizi e devi risalire e ritrovare la giusta via di discesa”.
Non si conservano riserve nell’affrontare la propria esistenza, i propri passaggi, anche quando non si intravede inchiostro sul foglio bianco. Anche quando sembra che si debba scrivere tutto daccapo, partendo solo dal silenzio, e dalla paura. La vita, le scelte, si fanno per tappe e con sorveglianza, sì, ma con leale atto di dono e di fiducia. In apertura, in vigile totale apertura verso il futuro, e verso la propria verità, come “gioco di burattini senza fili che devono stare su da soli”. Perché si è sempre piccoli “sputi” nell’oceano, nella cui totale immensità abbandonarsi, utilizzando tutta “l’intera macchina del corpo”. E perché, più ci si affida, alla vita che arriva, e che poi si sceglie, più ci si sente leggeri, esposti ” a cielo, vento”, “spalmati sulla superficie immensa”, come “briciole fornite di intenzione”.
Nives affronta la vetta come “un grazie che cammina”, e questo le fa gustare la “fine della terra”, la bellezza, i “passi guadagnati in salita”. Nives si guarda intorno, si siede, “boccheggiando”, dopo aver superato il momento duro, e non ha fretta di star bene. L’impazienza sulla cima, brucia il sollievo, e disorienta la stanchezza, non fa arrivare l’abbraccio. L’arrivo richiede respiro, sorveglianza. Per trovarci poesia, nel sacrificio e nella sua accoglienza.
Felicità è la stanchezza dopo la fatica giusta, leale, dopo il “carico portato” con la dignità addosso, col “giocare pulito” col mondo, come dice Erri in quarta di copertina. È pace di quando non vuoi correre, in cui si riconosce il tempo, e ci si rimette “in pari con le ore, i giorni”.
Nives, ogni volta, al suo ritorno al campo base, assapora “la gioia mangiando cose solide, calde, cucinate”. Lei, la gioia, dopo la cima, la “inghiotte a cucchiaiate”.
Erri, invece, vive ora nella campagna laziale, abita sul campo. Tra il campo e la stanza non c’è differenza. Dalla stanza guarda gli alberi che ha piantato, e li sa distinguere uno ad uno, come si distinguono i figli.
Scala ancora, Erri dal volto segnato, chiaro, di rughe segnate dal sole in altura, dopo aver un tempo incontrato il mare.