Cosa c’entra l’uomo del ‘400 con noi? (intervista a Franco Cardini)

Il Signore della paura, l’ultimo libro di Franco Cardini, è un romanzo storico che ci porta sulla via della seta agli inizi del ‘400. Sono protagonisti tre cavalieri che viaggiano per incontrare Tamerlano e lungo la strada fanno i conti con le tensioni profonde che danno forma al loro essere e al loro destino. La ricchezza culturale, umana e spirituale di questo libro mi hanno spinto nel giugno del 2007 a incontrare l’autore per intervistarlo in vista di una puntata di CultBook dedicata a questo romanzo. Ecco la trascrizione completa dell’intervista che credo molto interessante.

Il primo personaggio che incontriamo è Vieri di Buondelmonti. Chi è e come nasce questo personaggio?

Vieri de Buondelmonti è probabilmente il protagonista de Il Signore della Paura. Dico probabilmente perché ce ne sono altri. Certamente è il primo personaggio che si incontra. Un giovane, ma non poi tantissimo, quasi trentenne, figlio di una nobilissima famiglia fiorentina guelfa, un uomo cresciuto in mezzo agli odi, alle vendette e all’orgoglio familiare. Vieri è roso da un’ombra, forse da un rimorso, da qualcosa che scatta quando, all’inizio del romanzo, nella Pasqua del 1403, dalle sue terre dell’Impruneta, dominate dal Santuario della Vergine che protegge Firenze, emerge una candida statua di Venere. Pare un annunzio dell’Umanesimo che sta per invadere la città ma, al tempo stesso, è qualcosa che si impadronisce dell’animo di Vieri e lo spinge a fuggire dalla sua città, diretto verso un oriente che è al tempo assolutamente misterioso, l’oriente dominato dal Signore della Paura, da Timur, quello che noi chiamiamo Tamerlano, questo grande principe Tartaro che fra 300 e 400 ha minacciato di conquistare l’intera Asia.

Il secondo cavaliere che va incontro a Tamerlano è Arrigo. Chi è questo personaggio?

Vieri ha un’alter ego, è Arrigo. Se io fossi uno junghiano di stretta osservanza (e non lo sono, piuttosto uno junghiano molto eretico) direi che Arrigo è l’ombra di Vieri, è il suo doppio ma, allo stesso tempo, è il suo contrario. Amico di infanzia di Vieri, suo fratello di sangue, ha sognato la gloria cavalleresca da ragazzo insieme con lui, appartiene alla stessa famiglia di Buondelmonti, ma a un ramo secondario, ghibellino, gli Scolari. Ed è un uomo profondamente sconvolto dalla sua (oggi si direbbe) scissione schizofrenica, tra le ambizioni guerriere cavalleresche e un sentimento intimo che gli fa vivere molto profondamente la sua fede cristiana che per Vieri è soltanto una estroflessione naturale di una coscienza diffusa, invece per Arrigo è una coscienza profonda. Arrigo è un Cristiano che sta dalla parte dei poveri, degli ultimi, ha incontrato la “sinistra” francescana, come potremmo diventare oggi, ne è in qualche modo diventato adepto. Per questo motivo la sua città, Firenze, gli è andata stretta ed ad un certo punto ha scelto la militanza ghibellina al fianco del grande Signore di Milano Giangaleazzo Visconti, con un accostamento fra ghibellinismo e l’estremismo francescano che oggi può sembrare paradossale ma che era a livello fenomenologico del tutto logico, ovvio, naturale a quei tempi. Vieri e Arrigo sono due ex fratelli, che si amano fraternamente e che ad un certo punto per un motivo oscuro e che resterà oscuro, hanno concepito un odio profondo l’uno per l’altro.

Ed entrambi compiono un lungo viaggio per incontrare Tamerlano, un personaggio storico che sembra avere poco a che fare con la Storia dell’Occidente…

Credo si possa affermare che il vero protagonista de Il Signore della Paura è colui che dà appunto l’epiteto da cui è tratto il titolo, Timur o Tamerlano, come diciamo noi: principe Uzbeco, Turcomanno che fra 300 e 400 ha conquistato quasi l’intera Asia, per poi sparire settantenne nel gennaio del 1405 nel momento in cui ha deciso di assalire con un esercito immenso l’Impero Cinese per soggiogarlo, ma il suo fisico minato non ce l’ha fatta a superare le montagne dell’Indukush ed è morto di polmonite. Tamerlano è senza dubbio il deus ex machina di questo libro e, in un certo senso, è anche la chiave interpretativa del libro stesso: Tamerlano è la volontà di potenza. In un certo senso, scegliendo un principe quasi estremo orientale, in realtà ho ripensato con una certa profondità – io faccio il mestiere dello studioso di storia – al destino dell’Occidente in cui la volontà di potenza che non si placa mai, che ha sempre voglia e bisogno di un’altra frontiera da marcare, di un altro muro da abbattere, di un altro mare da navigare, di un’altra terra da conquistare. L’antenato fittizio di Tamerlano (perché non lo era in realtà) è Gengis Khan, famoso per un gesto blasfemo che fece quasi alla fine della sua vita, lo scagliare una freccia d’oro verso il cielo, a sfida delle potenze eterne, come segno della volontà umana di conquista anche del mondo. Tamerlano è della razza dei grandi conquistatori che non conoscono confine, della razza di Alessandro, Gengis Khan, Stalin, uomini che veramente si sono posti al di là dell’umanità e al di là dei confini del mondo stesso. Ed è questa la paura del Signore della paura, non tanto la paura che egli esercitava sul mondo spargendo il terrore, quanto la paura interna che si prova davanti all’immensità di qualcosa che si vorrebbe possedere totalmente e che si sa di non poter possedere mai profondamente e per sempre.

In che modo il destino di questo grande condottiero finisce per determinare quello dei tre cavalieri protagonisti del tuo romanzo?

Tamerlano attrae i tre personaggi fondamentali del romanzo. Sono tre viaggiatori, uno dei quali è storico, Julio Gonzalez De Clavico, ambasciatore del Re Enrico III di Castiglia presso la corte di Tamerlano. Lui ci è andato veramente alla corte di Tamerlano, l’ha visto, l’ha conosciuto, ci ha parlato, ci ha lasciato anche un bellissimo diario della sua esperienza, tradotto anche in Italiano. Questo è il manoscritto, il testo filologico, la base storica su cui è costruito Il Signore della paura che essendo un romanzo storico deve stare ad alcune regole del gioco molto semplici: un romanzo storico, per essere un buon romanzo storico, (che non vuol dire che sia un romanzo storico buono, letterariamente parlando, questo lo giudicano i lettori) sul piano del genere deve raccontare seriamente un pezzo della nostra storia; deve essere buona storia nella misura in cui è Storia, deve saper organizzare la fantasia che regge alcuni personaggi che non sono mai esistiti, che quindi non sono storici ma che debbono essere verosimili e che non debbono turbare la Storia così come veramente essa è avvenuta.
Vieri ed Arrigo invece appartengono a due famiglie fiorentine reali, i Buondelmonte e gli Scolari. Non sono personalmente personaggi storici, ma sono personaggi verosimili, plausibili. Cosa è l’elemento che lega Gonzalez, che è un personaggio storico, e Vieri ed Arrigo che sono semplicemente due icone fantastiche, due personaggi inventati? Innanzitutto il fatto che le loro vite si intrecciano di continuo e quindi evidentemente c’è una forzatura della realtà storica; Gonzalez è un personaggio vero che non ha mai incontrato né Vieri né Arrigo, che non sono mai esistiti però le loro vicende sarebbero potute avvenire così, senza turbare la realtà storica.

Di cosa vanno in cerca i tre cavalieri nel loro viaggio verso Timur?

Ciascuno di loro cerca una cosa differente: Gonzalez cerca l’appoggio per il suo Re, il suo re che vuole appoggiarsi ad un principe lontano per accrescere la sua potenza e per potere meglio difendere la Cristianità, nella quale egli crede profondamente, contro un pericolo che è l’Islam mediterraneo, che minaccia l’Europa e che, a sua volta, è minacciato da questo altro Signore dell’Asia profonda, musulmano esso stesso ma possibile alleato degli europei sul piano della realtà geopolitica per cui gli amici dei nemici sono nemici e i nemici degli nemici sono amici. Vieri cerca in Tamerlano la soluzione di una sua sospesa e, per il momento, fallita volontà di perfezione interna, di volontà di potenza. Vieri cerca oscuramente la rivalsa per un fallimento intimo, una sconfitta, un’umiliazione, forse un dolore. Arrigo, a sua volta, cerca invece da cavaliere che però è profondamente toccato dall’esperienza cristiana, è un Cristiano che vorrebbe seguire il Cristo nudo come ha fatto Francesco d’Assisi. Arrigo cerca una soluzione delle sue contraddizioni intime. Naturalmente sulla via della seta, sulla via dell’Asia, questi tre obiettivi e destini si incroceranno fra loro e, a mio avviso, due di essi riusciranno ad ottenere il raggiungimento in maniera soddisfacente del proprio obiettivo mentre il terzo non ci riuscirà. Però anche lui troverà, in qualche modo, una soluzione al suo dramma interno che è quello da cui cerca di sfuggire camminando, correndo verso l’Asia. Ma i drammi interni non si fuggono con la corsa verso Oriente, si portano dietro, un po’come la morte che cavalca fino a Samarcanda, sul cavallo del cavaliere, nella famosa leggenda persiana e russa che Roberto Vecchioni ha poi messo in musica.

Esiste un legame tra questi personaggi e gli uomini di oggi? In che modo le loro vite parlano della nostra?

Questo libro contiene in se una tensione che potrebbe anche sfuggire (e sarebbe legittimo che sfuggisse) a chi si avvicinasse senza considerare adeguatamente il fatto che questo in fondo è un libro di storia. Non è soltanto un romanzo storico, al tempo stesso è un libro ispirato dall’attualità. Tamerlano è il signore della paura che in fondo incombe su tutti noi e allora nasce spontanea la domanda: ma questo libro ha a qualche cosa a che fare con la situazione attuale, con il terrorismo Islamico, con la paura di una possibile fine del mondo, la crisi planetaria? Senza dubbio ce l’ha, ma al tempo stesso essendo un romanzo storico deve rispettare la storia. Questo libro parla di uomini del ‘400, personaggi che sono al di là della rivoluzione della modernità che ci ha tutti profondamente cambiati e mutati. Questi personaggi non sono perseguitati dal fantasma della coscienza della propria finitezza, la croce che noi moderni ci portiamo fatalmente addosso; non hanno l’angoscia della fine, per loro la morte è soltanto un mutamento di stato, è un momento rispetto al quale bisognerà rendere conto delle proprie azioni. La morte è il momento del disvelamento della propria vita, è il momento della giustizia, è il momento in cui si può essere salvati o dannati. Seguire i propri ideali, i propri sogni, speranze, lo sperare di venire a contatto con questo misterioso padrone del mondo, che è il signore dell’Asia, cela in realtà un bisogno molto più profondo, quello di dare un senso all’esistenza. Ma la differenza tra noi e loro, tra noi e Vieri, tra noi e Arrigo, tra noi e Gonzalez è che Gonzalez Vieri e Arrigo sanno benissimo che la loro esistenza, quando si concluderà, dovrà essere raccolta come un’offerta e presentata a Dio, mentre noi siamo soli con l’angoscia della nostra finitezza. Ecco lo scalino, il gap che proibisce in fondo di solidarizzare fino in fondo con questi personaggi. Ecco perché questi personaggi raccontano un dramma esistenziale che tuttavia è sigillato dalla dinamica della storia. E’ un dramma esistenziale che assomiglia spaventosamente al nostro ma che non è il nostro, nel bene e nel male.

Un dramma che diventa tangibile nella desolazione che riveste Samarcanda al momento della partenza di Timur per la sua ultima campagna di guerra…

Samarcanda che si vuota è effettivamente l’immagine, Vieri lo dirà chiaramente, della città della morte e qui si innesca la mia reminiscenza per la vecchia leggenda persiana e russa che Vecchioni ha saputo raccontare di nuovo a mio avviso in maniera piuttosto efficace. Samarcanda che si svuota è in fondo l’immagine dell’inutilità dell’esistenza quando l’esistenza non viene evidentemente finalizzata a qualche cosa cha ha un fine e uno scopo forte e che per essere tale deve andare per forza al di là dell’io. Qui gli uomini del medioevo erano avvantaggiati rispetto purtroppo a noi moderni e contemporanei. Tamerlano è molto più di Alessandro, molto più di Genghis Kan, l’immagine della volontà di potenza fine a se stessa che finisce con lui, che non ha come scopo l’edificazione di un mondo migliore, la funzionalizzazione dell’umanità, una divinità o a un principio superiore. Tamerlano è profondamente e totalmente un adoratore di se stesso e in questo è un personaggio straordinariamente moderno e tragico per noi, non a caso ho fatto il nome del Maresciallo Stalin. Però, al tempo stesso, la sua fine veramente costituisce la fine di un mondo, quando termina la tensione che comporta la volontà di potenza, il cui unico scopo è la potenza stessa, ci si scopre assolutamente soli e circondati dal niente. Questa veramente è l’immagina vera, pura assoluta, dell’abisso senza fondo della morte, della morte individuale, che perseguita noi e non perseguitava gli uomini del ‘400.

In ogni caso il tuo romanzo è ricco di storie che si intrecciano e che si illuminano a vicenda…

Non so se questo romanzo può essere interpretato come un iter mentis in Deum, in Nihil. Certamente il viaggio è la metafora di un itinerario interiore e per questo sono molto importanti i personaggi delle guide. In particolare due guide che, in un certo senso, sono una l’opposto dell’altra. Una guida che è un rinnegato, un cristiano occidentale che si è fatto musulmano e che è la rappresentazione della volontà di emergere, di affermarsi, in fondo di guidare, sopravvivere, ma che ha come scopo la salvezza personale, la salvezza del suo io. Sarà un ottima guida, una guida straordinariamente abile, si muoverà molto bene nei due mondi che conosce perfettamente: il suo mondo di occidentale che ha rinnegato ma che gli è restato profondamente dentro e il mondo dell’Islam tartaro che ha introiettato profondamente, che conosce profondamente e che egli cavalca perché è il suo strumento di potenza.
Le due guide, musulmane tutte e due, un tartaro e un persiano, che rappresentano la pluralità delle esperienze culturali. Si può essere musulmani in vario modo, si può essere persiani o tartari o anche Cristiani europei in vario modo. E poi c’è il mondo del mito nel quale si muovono: questo libro è un tessuto non solo di realtà e verità storiche (spero di essere stato, come cultore di storia, fedele relatore di cose storiche), ma è anche un libro sui sogni, sulle mitologie, sulle leggende, sull’immaginario che non corrispondeva alla realtà, ma non per questo era meno vero. Il libro sull’Asia è un libro sull’Asia dei mostri, dei grandi miti come il muro eretto da Alessandro per contenere popoli mostruosi oppure l’albero secco che contiene la sostanza ultima delle verità cosmiche che si può interrogare e che risponde ai nostri quesiti più profondi oppure il mito del veglio della montagna, il mito della setta degli assassini, il mito del prete Gianni, cioè del misterioso imperatore sacerdote che governa arcanamente il continente asiatico. E’ un libro sulle realtà che non si conoscono e sul vuoto che noi dobbiamo riempire di miti perché la nostra anima rifugga dal vuoto.

Attenzione!
Chi volesse saperne di più su questo libro può leggere anche l’intervista al critico letterario Armando Torno.