Nelle faccende è l’idea

Per i Bombers in vacanza alcuni versi di Clemente Rebora visto che la villeggiatura è per molti l’occasione per allontanarsi dalla città e trovare finalmente un po’ di silenzio, pace, bellezza, visioni e ritmi più miti. Magari in collina o in montagna. Ecco il momento per un riposo più profondo, integrale, giocato nella contemplazione della natura. Il tempo della vita di tutti i giorni sembra fermarsi, ritrovare una freschezza e un’innocenza perduta (ruscello è il tempo eguale/che non sembra fluire/e l’universo ingenuo si rivela). Di solito, dopo qualche giorno, c’è una distensione interiore, una rinnovata apertura del cuore che si traduce in un’adesione forte al mistero della natura. La potenza del creato ci penetra e in noi diventa passione che ci ricarica e rivitalizza (Il cuor beatamente è un rapimento/D’infinita adesione,/E su dalla natura l’indistinto/Mister si fa passione/Dove circola il mondo), sentiamo fluire lo slancio della creazione che scaccia via da noi ogni inerzia.

Ma quello stesso slancio, nella vita caotica di tutti i giorni, perde leggerezza e trasparenza, diventa più concreto, quasi più reale, come una dura incrostazione sulle nostre giunture interiori (Slancio di creazione,/Perché si duro s’incrosti/Negli urbani viluppi,/O men chiaro traluci/O doloroso affondi?). Pertanto, dopo la contemplazione, dopo la breve pace delle vacanze, cosa rimane? Solo un sogno che sfugge, il desiderio di dissolversi nell’utopia di una continuità edenica tra ciò che la natura ci ha regalato durante la villeggiatura e la nostra convulsa vita in città? Solo la voglia di perdersi nelle immagini del nostro desiderio di infinito e di amore (Mentre vorrei amare/E giovando dissolvermi in voi,). Giammai! risponde il poeta.

Convinciamoci,invece, che è nel gioco del tempo, nel hic et nunc quotidiano che ci giochiamo tutto (Qui si combatte e si muore/Nelle faccende è l’idea). Proprio nella prosaicità della vita quotidiana siamo sfidati a dimostrare di essere gli eredi dell’impeto originario della vita, dello slancio di creazione percepito durante la pausa delle vacanze. Esso rivive in noi solo con un atto interiore deliberatamente scelto e invocato, un colpo di reni dell’anima, uno slancio nel buio ma verso l’alto (Impeto strano, sii forte/Nel giogo del tempo; e rivivi/Nell’atto la fede/Simile a chi luce non vede/Mentr’essa schiara le fatiche assorte.) che ci consente di suturare nuovamente lo strappo tra noi e l’infinito. E di vincere l’estenuante dualismo tra idee e realtà, sogni e cruda quotidianità (nelle faccende è l’idea).

Nella seral turchina oscurità,
Pace su neve vaporando il piano
Sconfina melodioso;
Ruscello è il tempo eguale
Che non sembra fluire,
E l’universo ingenuo si rivela
Come alla mamma, quando è sola, il bimbo.
D’ogni creata cosa io son la vita,
E nelle mani tremano carezze
E fiorisce negli occhi
Uno sguardo che invita:
Il cuor beatamente è un rapimento
D’infinita adesione,
E su dalla natura l’indistinto
Mister si fa passione
Dove circola il mondo.
Tu fosti e sei il desiderio mio
Che tramuti gli aspetti
E non mai il suo dio;
Tu che fosti sentor rinnovellante
La realtà segreta,
E appena tocca più in li rifuggivi;
Tu che fosti pensiero
E prodigar volevi
Le invisibili forze,
Scatenate cavalle dalla pugna
Fumanti ansando, senza cavalieri;
Tu che musica fosti
– Dea amica, non amante –
E melodiavi i battiti dei polsi,
Ma il ritmo dentro chiudevi
Fuor mandando l’inerzia:
Tu che fosti ben altro
E più concreto quanto più divino.
Slancio di creazione,
Perché si duro s’incrosti
Negli urbani viluppi,
O men chiaro traluci
O doloroso affondi?
Che fai, se non adopri,
Quando è la vita, l’immane tuo sogno?
Eppur qui si cimenta
Il sublime destino:
Qui, fremente bontà,
Tu che l’eterno insegui
Nel fuggevole giorno.
Mamma, zolla aria luce,
Papà, tronco puro severo,
Fratelli, miei rami e mio nido,
Sorelle, mie foglie e mie gemme
O nostro buon sangue soave
A vedere e a libare,
Mentre vorrei amare
E giovando dissolvermi in voi,
Non vi conosco, non v’inghirlando
Nell’ora che giunge e dilegua
Rimandando i consensi più in là!
Impeto strano, sii forte
Nel giogo del tempo; e rivivi
Nell’atto la fede
Simile a chi luce non vede
Mentr’essa schiara le fatiche assorte.
Obliosi sogni schivi,
Qui si combatte e muore:
Nelle faccende è l’idea.

(Clemente Rebora)