Viaggio attraverso le Georgiche III

Dopo aver invocato le divinità pastorali (Pale, Apollo con il nome di Anfriso, e Pan), Virgilio si sofferma a spiegare che l’argomento di cui si sta trattando non è consueto, ma proprio per questo utile per trovare una nuova via per giungere alla gloria: egli allora ritornerà a Mantova, sua città natale, e innalzerà un tempio in onore di Ottaviano sulle verdi rive del Mincio. È sicuro infatti che Mecenate intanto lo aiuterà a continuare il poema della campagna. Anticipa poi che, in futuro, saranno da lui celebrate le imprese del nuovo Cesare in un’opera epica di argomento storico.

Le malattie delle pecore e la loro cura

Illustrazione da: PUBLIO VIRGILIO MARONE, Opera
Lugduni 1529 (in Typographaria Officina Ioannis Crespini)
Le malattie delle pecore e la loro cura. (Georgiche III, 440-477)

Dopo queste premesse, il poeta entra nel vivo dell’argomento tecnico del nuovo libro, l’allevamento del bestiame. Dapprima si sofferma a fornire consigli per la scelta delle giovenche da riproduzione e degli stalloni destinati alle cavalle, poi in una digressione descrive una corsa di cavalli nel circo. Avverte inoltre che cure speciali occorrono quando è vicino il tempo degli amori, quindi per le femmine gravide, da cui deve essere tenuto lontano con molta attenzione l’assillo, insetto che porta rovina soprattutto nelle ore più calde della giornata. Vengono poi elencate le cure da riservare ai vitelli e ai puledri. Il poeta avverte che bisogna soprattutto evitare un precoce influsso di Venere, che arreca furori e rivalità anche in mezzo alle bestie, dato che l’amore è invincibile tanto per gli uomini quanto per gli animali. Virgilio si rifà in questo passo alla diffusa convinzione che il tenere i maschi lontano dalle femmine consolidi la loro forza, evitando che essa si disperda nelle feroci rivalità e nella cieca insania amorosa. È questo uno dei passi delle Georgiche che più riecheggiano il De rerum natura di Lucrezio (soprattutto la parte finale del IV libro dedicata all’amore), sia per la raffigurazione dell’eros come forza universale alla quale non possono sottrarsi né gli uomini né gli animali (amor omnibus idem), sia per la rappresentazione, mediante immagini di grande vigore, degli effetti distruttivi provocati dal furore amoroso. Leggendario è, d’altronde, l’ardore delle cavalle, delle quali si favoleggia che restino fecondate anche dal vento. La trattazione procede poi parlando delle capre e delle pecore: prendendo spunto da loro, si accenna alla vita dei popoli nomadi dell’Africa, nonché dei favolosi Sciti. In seguito si elencano i precetti per ottenere dalle pecore lane di prima qualità, buon latte e formaggio eccellente. Un breve passo puntualizza le diverse caratteristiche dei cani da guardia e di quelli da caccia. Infine il poeta sottolinea l’importanza del fatto che il bestiame in genere sia protetto dagli animali nocivi e dalle malattie. Il canto si conclude con la drammatica narrazione dell’epidemia di peste animale nella regione del Nòrico, in cui il poeta dimostra tutta la sua umana partecipazione alla sofferenza, anche quando questa colpisce gli animali. Questa narrazione è simmetrica dal punto di vista tematico e strutturale con la chiusa del l. I, in cui si descrivono gli sconvolgimenti causati dagli uomini, mentre qui è narrato un disastro provocato dalla natura, inoltre si crea una situazione di gara con l’episodio della peste di Atene con cui si conclude il De rerum natura di Lucrezio, secondo una variazione tra mondo umano e mondo animale, entrambi comunque vittime della sofferenza inspiegabile.

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