Le parole semplici e la grazia della parola

Trascrizione di una conferenza che ho tenuto a Settignano (FI) il 22.10.2008 sul tema “Ogni letteratura è sacra? La grazia della parola” e pubblicata a stampa in un fascicolo a tiratura limitata.

1. Premessa

Il tema di cui vi parlo oggi non è per me un tema astratto. Lavoro per una rivista, La Civiltà Cattolica, e sono chiamato a scrivere di letteratura e cristianesimo. Per me è proprio vitale chiedermi che cosa ha a che fare la letteratura con il cristianesimo. Una cosa è leggere un autore e filtrarlo alla luce della teologia cristiana; altro è sentire invece che una poesia, un romanzo, un racconto, a volte anche solo un verso entra a pieno titolo all’interno della tua vita spirituale. Il primo è un livello di puro studio, il secondo è un livello per cui la parola poetica diventa carne della tua carne, diventa in te esperienza spirituale.
Nella mia ricerca spasmodica di modelli, di punti di riferimento, di autori significativi, ho trovato un teologo che si chiama Karl Rahner che è uno dei più grandi teologi del ‘900, il quale ha scritto di poesia e di letteratura, ma questi suoi saggi in Italia si sono come persi nel nulla. Da qui la decisione di ripresentarli al pubblico italiano scrivendo il mio saggio La grazia della parola (Jaca Book, 2006).

2. Tendere l’orecchio a un silenzio

Karl Rahner si è chiesto come avviene l’incontro dell’uomo con la volontà di Dio nella sua persona in concreto. In altre parole: come facciamo io e la volontà di Dio ad incontrarci? Come faccio io ad incontrare Dio? In fin dei conti è questa la domanda. Che cosa faccio io per ascoltare la parola di Dio? Rahner dice che, al di là di ogni altra considerazione, questo incontro ha sempre bisogno che noi tendiamo l’orecchio a un silenzio. Dio ci parla? Qualcuno di voi ha sentito la parola di Dio? Normalmente non si «sente»: c’è un altro livello di sentire che però sta dentro un silenzio. Per questo Rahner dice che l’uomo per incontrare Dio ha bisogno di tendere il proprio orecchio verso un silenzio. Noi normalmente tendiamo l’orecchio per ascoltare qualcosa che non capiamo bene: Rahner dice che nel rapporto con Dio dobbiamo tendere l’orecchio per ascoltare qualcosa che non si sente. Allora il cristianesimo ha bisogno di parole che esercitino la capacità di ascolto: per essere cristiani bisogna esercitarsi perché le parole non scivolino sulla superficie, non diventino semplicemente chiacchiere, ma entrino nel cuore. E ci sono secondo Rahner delle parole particolari che esercitano la nostra capacità di ascolto.
Tra tutte le arti possibili egli dunque si concentra in modo particolare sulla letteratura: non sulla musica, non sulla pittura, perché Dio ha scelto di rivelarsi in parole. Tanto che egli arriva a dire che grazie alla rivelazione biblica il libro in quanto tale non è estrinseco al rapporto tra uomo e Dio, ma è addirittura qualcosa che si pone all’incrocio tra l’uomo e Dio, si inserisce là dove l’uomo e Dio si incontrano, l’uno per rivelarsi, l’altro per salvarsi. Rahner arriva a dire che il libro in quanto tale – qualunque libro, non solo la Bibbia – fa parte della storia del rapporto tra l’uomo e Dio. Dio non si è rivelato in una sinfonia, né in una splendida opera d’arte come un affresco, ma si è rivelato in parola e il libro è entrato così a far parte della storia della salvezza. Da qui questo profondo legame che lui avverte tra l’uomo, il suo rapporto con Dio e la parola.

3. Le caratteristiche della parola poetica

La parola poetica è un pensiero incarnato
Il cristianesimo ha dunque bisogno di parole che aiutino l’uomo a tendere il suo orecchio verso un silenzio. E questa secondo Rahner è la parola poetica. Quali sono le caratteristiche di una parola poetica? La parola umana non è l’espressione esteriore di un pensiero: noi a volte pensiamo che uno scrittore prima pensi e poi traduca quello che ha pensato nella sua testa in versi o in racconti. No: la parola è un pensiero incarnato, è l’elemento concreto in cui trova il proprio corpo tutto ciò che sperimentiamo e pensiamo. Noi pensiamo in parole: la vera parola poetica è quella parola che viene generata spontaneamente con il pensiero. Così le varie lingue non sono intercambiabili: quando una persona nasce impara a pensare in una determinata lingua; la lingua è l’ambiente all’interno del quale nasce il suo pensiero. Così la poesia nasce incarnata in una lingua che non si può sostituire come – scrive Rahner – non si può dare un’anima spirituale a un corpo diverso dal suo. Non è cioè possibile prendere un’anima e trasferirla in un altro corpo: ognuno ha la sua. Non è possibile fare un trasferimento di anima. Così anche non si può fare un trasferimento di un pensiero da una parola in un’altra lingua. Nel momento in cui il mio pensiero nasce, nasce già in parola. Quindi la parola è tutta densa di questo pensiero. Lingue diverse possono essere comprese e anche tradotte, così come gli uomini più diversi possono vivere insieme e nascere l’uno dall’altro, ma non per questo le lingue sono equiparabili a una serie di facciate o di cornici esterne dietro le quali si annidi semplicemente e unicamente il medesimo pensiero.
Quindi ogni parola in ogni lingua è una parola densa di pensiero, è la corporeità del pensiero stesso. La noche di san Giovanni della Croce non è la nacht tedesca di Novalis o di Nietszche: la parola paolina agàpe non è la parola amore che viene usata in molte poesie. Gli esempi si possono moltiplicare. La parola poetica è quella parola intraducibile che all’interno di se stessa contiene pienamente il pensiero che esprime.

La parola poetica è una conchiglia
Se è vero quello che ho detto adesso, una parola contiene in se stessa una vita, è vita. Rahner parla delle parole che sono come farfalle infilzate nelle vetrine dei vocabolari. Ci sono parole che sembrano come pietrificate e ci sono invece delle parole che nel momento in cui le ascolti senti un’eco. Vi ha colpito mai una poesia? Avete mai trascritto nel vostro diario una poesia? Perché una poesia vi colpisce? Perché sentite che c’è qualcosa che risuona in voi, perché quella parola che avete letto e avete ascoltato non è una parola fredda e morta, ma è una parola che muove una corda dentro di voi. Questa è un’esperienza radicale della parola che è conchiglia, per usare l’espressione di Rahner: nel momento in cui l’accosti al tuo orecchio senti echi e risonanze che invece altre parole non ti danno. La differenza tra la parola poetica e la parola ordinaria, banale consiste nel fatto che la parola poetica è capace di comunicarti delle risonanze che contiene in sé ed esprime, risonanze che invece la parola banale non è in grado di comunicare. Le parole lasciano trasparire l’infinita gamma delle realtà – afferma Rahner-, simili a conchiglie dentro le quali risuona il vasto mare dell’infinità. Sono esse che ci illuminano e non noi ad illuminarle: esercitano un potere su di noi perché sono doni di Dio e non invenzioni umane, anche se è grazie alla tradizione degli uomini che sono potute giungere sino a noi.

La parola poetica è originaria
Rahner definisce le parole-conchiglia come parole originarie, le parole delle origini. Chi è stato il primo a dare il nome alle cose? Chi è stato il primo grande poeta della storia? Adamo è stato il primo grande poeta, perché ha avuto la spinta da parte di Dio a nominare le cose, ad usare queste parole primigenie. “Le prime parole sono le parole di Adamo: in esse, scrive Rahner, la cosa si manifesta nella parola così come era nel primo giorno della creazione. Questo significa che quando Adamo ha nominato per la prima volta mare, cielo, pietra, come lo ha fatto? Le cose erano già vissute, erano già viste?… Adamo ha colto la freschezza originaria e creativa di ogni singola cosa.
C’è un poeta gesuita inglese davvero straordinario: si tratta di Gerard Manley Hopkins. Sceglieva le parole più in base al significato che in base al suono: le sue sono composizioni musicali più che poesie. In un suo verso parla di quella che definisce the dearest freshness deep down things, la più cara freschezza che vive giù in fondo alle cose. L’autore di poesia è chiamato ad essere Adamo, se vuole essere se stesso: è colui che guarda le cose e le nomina con una densità di freschezza creativa che le riporta alla loro radice.
La realtà del mondo riceve intensità esistenziale nel momento in cui perviene alla parola. È come se l’oggetto, la cosa stessa nel momento in cui diviene parola raggiungesse il significato del suo esistere. Quando vi trovate di fronte a un fiore e dite “fiore”, è come se in qualche modo diventaste partecipi dell’atto creativo di Dio, perché lo portate a parola: lo lasciate essere quel che è, ma nel momento in cui pronunciate il suo nome significa che quel fiore, proprio nel momento in cui diventa parola nelle vostre parole, viene assunto alla sua dignità vera, alla dignità umana.
Il rischio da evitare, sempre in agguato, è quello di vedere nella parola poetica solamente una felice illustrazione di quello che potrebbe essere detto con altre parole, pensare che la poesia sia un dire con belle parole cose che potrebbero essere dette con concetti. No: è tutta un’altra cosa, è tutto un altro «dire».

La parola poetica rende presente ciò che nomina
Nel momento in cui la parola poetica nomina una realtà la rende presente. Quando voi leggete un romanzo o una poesia, vi sembra di vivere certe cose. Non vi è mai capitato di fare un’esperienza di quello che leggete? Sempre. Nel momento in cui un romanzo o una poesia è bella, è capace di rendere presente a voi la situazione o gli oggetti che vengono illustrati. Casa, fiore, mare, albero: se queste parole sono dette in maniera poetica, questi oggetti diventano per noi oggetto di esperienza carica di affetto. Non è una descrizione refertuale, non è un referto medico, non è una descrizione asettica, lontana, statica, ma quella parola lì, detta in quel modo, ti fa vedere. Non ti descrive e basta, non ti lascia quella cosa lì al di là di te, ma diventa realtà davanti a te. Prendiamo la parola acqua, per esempio: Rahner dice che il poeta quando usa la parola acqua intende riferirsi ad una realtà diversa rispetto a quella cui si riferisce il chimico. Dove sta la differenza? L’acqua che l’uomo vede, che il poeta canta, con la quale il cristiano battezza, non può certo essere intesa come un elogio poetico dell’acqua del chimico. La parola «acqua» per il chimico deve avere un contenuto preciso, definito; per il poeta no. Per il chimico la parola acqua è uno strumento, un utensile, che riduce la cosa rappresentata alla sua oggettività. Per il poeta, invece, la parola acqua può significare vita, freschezza, purificazione, morte, suono… La parola acqua usata poeticamente è in grado di generare non solo significati ma esperienze. Ognuno di voi indicando queste cose ha rivissuto in realtà per un secondo un’esperienza particolare. Questo è l’uso poetico della parola e per questo ci vuole esercizio. E questo uso poetico è proprio uno dei più grandi problemi del mondo in questo momento: il fatto che la parola acqua non significhi più nulla, ma solo H2O, cioè una formula chimica. Il chimico non può e non deve usare la parola acqua in senso poetico, perché deve lavorare a qualcosa di molto preciso e deve fare bene il suo lavoro, ma se è un uomo spirituale sa anche molto bene che quella realtà creata da Dio è capace di una grande evocazione di significato. Sto parlando di un livello simbolico: uno dei più grandi problemi a mio avviso della nostra contemporaneità è proprio quello di aver smarrito il significato simbolico della realtà, di perdere cioè di vista la capacità potente delle parole.

Queste parole di cui sto parlando sono molto semplici: casa, fuoco… Rahner ne  elenca alcune: fiore, notte, stella, giorno, radice, fonte, vento, sorriso, rosa, sangue, terra, fanciullo, fumo, parola, bacio, fulmine, respiro, quiete. Un piccolo esercizio potrebbe essere quello di scegliere cinque parole e di meditarne una al giorno per cinque giorni e vedere le risonanze di queste parole dentro di voi, sperimentando la poeticità del linguaggio.
In ogni parola che possiamo definire primigenia, originaria, “è implicito – scrive Rahner – un frammento di realtà che misteriosamente ci apre uno spiraglio sulla profondità imperscrutabile della vera realtà”. Se la parola viene vissuta in questo modo ci comunica l’intensità di un mistero che ci rendiamo conto essere molto profondo e superare ciò che ci appare, la superficialità del vissuto.

La parola poetica è molto precisa
Detto questo, non voglio dire che la parola poetica sia una parola vaga: noi potremmo confondere l’ampiezza della risonanza con l’essere vago e impreciso. È proprio la precisione che potenzia la capacità evocativa della parola poetica, la precisione del dettaglio che elimina ogni approssimazione. Uno dei vizi peggiori che ci possa essere in letteratura – il vizio dei poeti da nulla – è quello di credere che l’espressione poetica sia un’espressione sentimentale. L’aggettivo nei confronti del sostantivo è come un cappotto: uno va bene, ma due sono troppi. La parola cioè rischia di soffocare. La parola poetica è una parola umile, semplice, che non ha bisogno di ridondanze inutili, di troppi cappotti… Se tu devi esprimere il sentimento umano più comune – l’amore – non devi mai usare la parola amore: devi fare vedere l’amore, devi far sì che chi ti legge provi quel sentimento. Se lo descrivi fai una buona descrizione, ma nel momento in cui descrivi spingi il tuo lettore fuori: nel momento in cui tu nomini tutti i sentimenti e li descrivi, imponi il tuo io e fai sì che l’altro ne resti fuori. Provate a leggere il Vangelo di Marco alla luce di quello che sto dicendo: vi rendereste conto della differenza che c’è tra tanta letteratura «spirituale» e il Vangelo. Nel Vangelo c’è la descrizione, ma è assolutamente a-sentimentale: non ci sono parole di sentimento, perché i sentimenti devono nascere nel tuo cuore, sono i tuoi. Il Vangelo non si sovrappone alla tua sensibilità, ti racconta storie che ti scaldano il cuore, che ti fanno provare quello che il Signore ti vuol far provare.

Parole giuste, immagini precise, non ridondanti: questa precisione porta la parola a sconfinare. È come la punta di uno spillo che quando ti tocca tu avverti che c’è qualcosa che si muove in te. Mi chiedo che cosa può aver spinto don Divo Barsotti ad essere colpito dalla tragedia greca che è pre-cristiana. Finché stiamo dentro ad autori che in qualche modo si rifanno al Vangelo o pongono esplicitamente – per affermazione o per negazione – il cristianesimo, tutto diventa abbastanza facile. Ma che cosa può portare un uomo come don Divo ad interrogarsi su figure, scrittori lontani naturalmente dalla dimensione esplicita del vangelo? Una delle risposte è che la loro parola è una punta talmente acuminata da toccare immediatamente il nervo sensibile del cristiano. È la precisione della parola.
Scrive Rahner che la parola è il sacramento primordiale della trascendenza: essa sola può rendere presente Dio come il Dio dei misteri agli uomini che non godono ancora la sua visione, in modo tale che questa presenza non sia soltanto una presenza nella grazia, ma una vera presenza. Quindi il poeta ha la capacità, il dono, la vocazione di liberare le parole dalla sfera di un oggettivismo castrante: le libera e libera pienamente il loro significato. La parola è intimamente capace di liberare ciò che trattiene in prigionia tutte le realtà inespresse, il mutismo della loro tendenza verso Dio, scrive Rahner: le cose silenziosamente tendono verso Dio e la parola poetica è l’unico linguaggio dell’uomo capace di cogliere questa muta tendenza e di esprimerla.

4. Lettura di un testo di Cesare Pavese

Sto leggendo in questo periodo Cesare Pavese. Quando studio gli scrittori, mi accade a volte di provare una grande antipatia per le opere più famose della maturità, così le leggo per ultime, se non le ho già lette. Invece mi interessa vedere come uno scrittore nasce, i suoi scritti da giovane, ad esempio. Mi interessa cogliere la freschezza originaria della sua ispirazione leggendo anche cose non letterariamente compiute che però ti dicono le linee di tendenza che spesso sono le più autentiche, anche se acerbe. Cesare Pavese è un autore problematico: è morto suicida e la sua opera trasuda ricerca, ma anche angoscia per un’esistenza mai piena, mai realizzata. Intorno ai 25 anni ha scritto un racconto di una pagina e mezzo che si intitola Piscina feriale. Vi leggo alcuni passaggi:

«È bella la nostra piscina color verdemare, sotto il sole e intorno cespugli che nascondono le case e i viali (…)
La piscina è molto grande ma non ci viene in mente di percorrerla scavalcando i corpi e osservando. Uno non ha curiosità in piscina. Per quanto circondato da volti e corpi amici, preferisce lasciarsi sorprendere da improvvise solitudini. C’è della gente che strilla e che ride: si direbbe che per loro l’attesa è finita. Si guarda, si vedono schiume, corpi nudi, spruzzi; sono ragazzi, sono giochi. Non è ancora questo, non per noi almeno.
La nudità del cielo fa appello alla nostra. È difficile nascondere pensieri in questa insolita nudità. Ci si riscuote appena, ci si sente visibili come ciottoli in fondo all’acqua. La nostra solitudine è un vuoto, un’immobilità dei pensieri: soltanto così ci resta in cuore qualcosa di nostro. A volte ce ne dimentichiamo e diciamo a voce alta cose improvvise che subito suonano superflue, già sapute dagli altri. (…)
Ciascuno di noi pensa che se la piscina fosse deserta, non reggerebbe a starsene solo, sotto il cielo. Una nostra compagna sorride e, siccome è seminuda, si capisce che pensa che siamo qui per farle corona. – Anche questo è vero, dice un altro. – Sì, sì -. Ma siamo tutti inquieti, chi seduto e chi disteso, qualcuno contorto, e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa che ci fa trasalire la pelle nuda».

Quando la parola diventa poetica – e questa è prosa poetica, certamente – ti rendi conto che persino una piscina ti può evocare con forza qualcosa che di per sé è detto come nudo, come silenzioso, come privo di una esplicita tendenza. Comprendiamo che qui c’è una muta tensione che il poeta riesce ad esprimere in parole, pur non essendo qui aperto ad un orizzonte trascendente. È questo che a me interessa.
Perché ci piace questa poesia? Noi diamo parola a questa tensione, per noi è esperienza religiosa, ma il poeta riesce a coglierla in maniera “anonima”: il poeta non ha un orizzonte trascendente esplicito, non ce l’ha per nulla, ma voi l’avete colto perché siete uomini spirituali. E qui ci sarebbe un capitolo da aprire, quello dell’azione dello Spirito Santo nella lettura dei testi letterari, anche quelli più «pagani». La letteratura di Pavese non è “sacra”, eppure noi siamo rimasti colpiti, abbiamo fatto una piccola esperienza spirituale. Questo avviene perché il poeta, anche se non se ne rende conto, è in grado di esprimere questa muta tendenza delle cose verso Dio e l’uomo spirituale immediatamente se ne rende conto. “La nudità del cielo fa appello alla nostra”. E ancora: “Ma siamo tutti inquieti, chi seduto e chi disteso, qualcuno contorto, e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa che ci fa trasalire la pelle nuda”.

Lettura di un testo di Stig Dagermann

Un’altra esperienza di questo tipo che vi propongo è quella di un altro autore, anche lui morto suicida, un autore svedese: Stig Dagermann. È morto suicida a 31 anni. Ha scritto un romanzo tanto bello quanto terribile che si intitola Bambino bruciato, un titolo che evoca una situazione terribile. Vi leggo una pagina che è come se fosse una pagina di diario. In realtà è una sorta di monologo dal titolo Il nostro bisogno di consolazione:

«Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa. Non ho ereditato né un dio né un punto fermo sulla terra da cui poter attirare l’attenzione di un dio. Non ho ereditato nemmeno il ben celato furore dello scettico, il gusto del deserto del razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso dunque gettare pietre sulla donna che crede in cose di cui io dubito o sull’uomo che venera il suo dubbio come se non fosse anch’esso circondato dalle tenebre. Quelle pietre colpirebbero me stesso, perché di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto».

È terribile, tremendo: ma è talmente terribile e tremendo da essere spiritualmente verissimo. “Il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto… mi manca la fede e non potrò mai quindi essere un uomo felice”. Alla lettera questo testo ci presenta un atto di disperazione. È così?… Il fatto che io vi veda incerti sul fatto che questo sia un testo di disperazione, mi conferma sul fatto che siete persone spirituali, perché in realtà lui sta cogliendo una profonda verità che guarda con estrema lucidità. Le sue sono parole disperate: gli manca la fede e il suo bisogno di consolazione non potrà mai essere soddisfatto. Il messaggio è di per sé negativo, ma immediatamente l’uomo spirituale avverte dentro di sé che queste parole sono vere, nel senso che è proprio la fede in quanto dono che ti mette in grado di essere felice e consolato e che rende la tua vita non un vagare insensato.
Paradossalmente è proprio questa grande negazione, fatta con estrema lucidità da questo scrittore che fa sì che il tuo cuore, mosso dallo Spirito, si renda conto che egli ha proprio ragione e che se la tua vita ha senso ed è consolata è proprio grazie a ciò che mancava a Dagermann, cioè la fede. Quello che voi avete provato istintivamente davanti a questo bel brano, parte da una dichiarazione opposta, da una confessione negativa. Non è paradossale? Nel testo di Dagermann si afferma che la fede è tutto. Io sono d’accordo, ma il messaggio di Dagermann è un messaggio di disperazione. Quindi è proprio a partire da quella desolazione che il messaggio spirituale passa. Il compito del cristiano è quello di tendere l’orecchio alla conchiglia del mondo. Il cristiano non è il timido che va alla ricerca solo delle cose a lui affini. Il cristiano è un uomo aperto sul mondo e su tutto, anche sulla disperazione: è colui che non teme di ascoltare la voce della disperazione, perché anche la disperazione è per lui un messaggio che gli comunica che cosa è veramente importante.

Conclusione

Che cosa significa allora occuparsi di letteratura e di teologia? Significa occuparsi di vedere come la religione trionfa in scrittori e poeti? No, non è tutto qui. Significa essere aperti sul mondo e sulle parole primigenie degli uomini, sulle parole che gli uomini di una sensibilità creativa quali sono i poeti, riescono a pronunciare e a comunicare. Sono quelle parole che si portano dentro un carico di umanità e di esperienza vissuta molto forte. Colui che vuole leggere cristianamente un testo non ha un orizzonte limitato, ma ha tutta la letteratura del mondo davanti a sé. E anche in quei tanti casi in cui la letteratura sembra allontanarsi radicalmente dal mistero cristiano e dalla sua visone del mondo, il cristiano non si sente in imbarazzo, non si sente sulla difensiva, perché si rende conto che in quella letteratura emerge un dramma, una domanda; emerge una condizione di vita che ha una profondo eco su di lui.
A questo punto ogni scrittore in questo senso è cristiano. Significa che ogni scrittore è un essere umano e in quanto essere umano è chiamato, sollecitato e mosso dalla grazia di Cristo. Sto utilizzando il termine cristiano nel modo in cui lo utilizzava Karl Rahner, in un modo più passivo che attivo: tu sei cristiano innanzitutto non perché hai fatto la scelta di Cristo (cosa necessariamente decisiva, ma successiva), ma perché Cristo ha fatto la scelta di te e ti chiama e ti pungola. Ogni uomo ha una vita spirituale, anche chi è fermamente ateo, convinto. La vita spirituale non è proprietà privata dei cristiani o dei credenti: lo Spirito Santo agisce dentro il cuore di tutti e tutti muove e sollecita. Ogni scrittore in quanto uomo è cristiano, perché mosso dalla grazia di Cristo che può accogliere o rifiutare. Il lettore spirituale è colui che dietro l’accoglienza o il rifiuto vede Colui che muove. E perfino in un testo come quelli che abbiamo letto oggi sa cogliere il tocco di Dio che adesso è accolto, adesso è respinto, adesso è rifiutato, adesso è accettato.
In questo senso, davvero, si può dire che «ogni letteratura è sacra».

——– DIBATTITO ——–

1 – Mentre lei parlava, mi è venuta in mente una frase che don Divo Barsotti ripeteva spesso nei diari. In un diario scrive: “Vorrei proprio sentire come gli atei, come se tutto fosse finito, per capire davvero cos’è la fede”. Non è una domanda, ma una semplice condivisione.

2 – Che differenza c’è tra letteratura e poesia? Io ho sempre molte difficoltà ad entrare nelle poesie. Ci riesco invece coi romanzi. Padre Barsotti ci diceva: “Ogni tanto dovete leggere un romanzo”. Cosa che io ho sempre fatto. Ma le poesie per me sono delle muraglie. La poesia è un po’ da elite… o la colpa è mia?

R – Ai miei studenti all’Università Gregoriana o quando mi capita di parlare a persone impegnate in attività pastorali, specialmente se sacerdoti, dico esattamente la stessa cosa che vi diceva don Divo: ogni tanto leggete un romanzo. Il romanzo ti comunica un’esperienza di vita che tu non faresti: amplia la tua capacità di esperienza. Voi avete fatto il giro del mondo in ottanta giorni? Siete stati pirati? Siete stati autori di una strage? Siete mai diventati imperatori? Già Proust diceva che la lettura di un romanzo fa sì che un bagaglio di esperienze, che altrimenti resterebbe per te estraneo, diventi tuo nella lettura. Quindi tu sei più in grado di cogliere, percepire le risonanze del cuore umano. La nostra capacità di esperienza è ricca, però è molto limitata: può essere molto intensa, ma la quantità e la diversità di esperienze è limitata. Quando tu leggi un romanzo improvvisamente ti trovi in un altro luogo, in un altro paese, con delle persone che fanno cose che tu non faresti mai; ti identifichi in personaggi che compiono gesti che tu non hai mai compiuto o non vorrai mai compiere. Tu non hai mai ammazzato una persona, però a volte ti capita di leggere un romanzo che descrive un omicida e i pensieri di questa persona. Entri nel cuore del personaggio e diventi improvvisamente capace di comprendere meglio il cuore umano. È un serbatoio di esperienza che chi ha un compito pastorale deve avere. Il grande problema della formazione oggi è che si leggono molti libri detti «spirituali», ma privi di ampia esperienza. Quindi l’intuizione di don Divo è fondamentale.
Per quanto riguarda il rapporto tra poesia e romanzo, c’è da dire che la poesia non è affatto elitaria. È vero che noi italiani abbiamo una tradizione curiale di poesia, molto elevata, aulica, mentre, ad esempio, un popolo come quello statunitense ha una tradizione molto popolare. Per noi la poesia è essenzialmente lirica, mentre esiste anche una poesia narrativa. Questo significa che la poesia implica un processo diverso, anche quando narra eventi, perché punta la propria forza sulla selezione delle parole, sulla densità di significato delle parole. Quindi costringe in qualche modo a soffermarsi di più sui significati, mentre il romanzo si concentra normalmente molto sullo sviluppo delle immagini attraverso delle azioni. Questa in realtà non è una differenza di capacità, ma una differenza di sensibilità, o se vogliamo anche di spiritualità. I Vangeli che descrivono azioni sono racconti, mentre i salmi sono poesie. C’è chi si trova meglio a contemplare un brano del Vangelo e chi invece si trova meglio a meditare le singole parole di un salmo. La tradizione spirituale benedettina è molto legata alla meditazione delle parole, alla ruminatio della parola, mentre tradizioni come la mia, quella gesuita, sono più legate allo sviluppo delle azioni.
Non è un discorso elitario quello della poesia: è più una tradizione culturale che ci fa credere questo. C’è da scoprire tutta una poesia che invece è molto più popolare e narrativa.

3 – Manzoni, Dante: non esiste una letteratura specificamente cristiana nella quale l’autore ha voluto esprimere in maniera chiara il suo cristianesimo?

Esiste una letteratura cristiana? Questa è una bella domanda. E io rispondo con un’altra domanda: che cosa vogliamo intendere per letteratura cristiana? Se intendiamo una “letteratura scritta da cristiani”, esiste, certo! Tuttavia è difficile invertire l’ordine dei termini e creare la riserva indiana dello “scrittore cristiano” separato dagli altri. Dagermann è cristiano o no? Se uno scrittore è veramente uno scrittore – cioè risponde alla vocazione dell’essere scrittore, se la scrittura è la risposta a una vocazione, allora la scrittura è cristiana, per affermazione o per negazione. È una letteratura segnata dalla grazia di Cristo: questa è la letteratura cristiana che a me interessa.
Flannery O’Connor, cattolica e grande scrittrice americana, nei suoi racconti non parla mai di Cristo. Tuttavia nelle sue pagine sono presenti molte figure di Cristo: sono le persone peggiori dei suoi racconti. In un suo libro la figura di Cristo è uno che ruba la gamba di legno a una zoppa, ad esempio. Se leggete il racconto, vi rendete veramente conto che la salvezza di quella persona arriva attraverso quell’uomo, a quel ladro. La protagonista era una donna acida, intellettuale, che aveva completamente rimosso la sua umanità, forse per compensare il suo handicap fisico. Nel momento in cui arriva quest’uomo che la seduce per derubarla della gamba di legno che si sarebbe rivenduta, la sua vita si salva. Gesù qui non è buono, caro e dolce, ma è colui che incide nella tua vita, rubandoti le stampelle su cui tu faticosamente ti reggi per non crollare nelle sue braccia. In quel momento ti rendi conto che quella è letteratura cristiana: eppure Cristo non c’è e se c’è è addirittura un ladro. Gesù stesso dice che verrà come un ladro…
La differenza dunque non è tanto il fatto che un libro sia stato scritto da un autore cristiano o meno, quanto piuttosto un libro, una storia raccontata in modo tale che tu vivi il mistero cristiano. Riferendosi a tanti scrittori dell’assurdo che hanno vissuto nella sua epoca, a metà del ‘900, Rahner pensava a come un romanzo di questo tipo, pur non essendo cristiano per nulla, fosse in grado di scuotere la coscienza piatta di un borghese che non si pone domande. “Ah, l’uomo che se ne va sicuro, agli altri e a se stessi amico e che poi non si cura del sole che stampa la sua ombra sopra uno scalcinato muro”, esclama Montale in una sua celebre poesia. L’uomo non si cura di quanto sia screpolata la sua immagine proiettata sopra un muro. Anche la letteratura dell’assurdo può essere una provocazione fortissima di ordine spirituale perché scuote quelle poche inutili certezze che abbiamo. Questa è la letteratura che a me interessa. E tutta la storia delle letteratura è il territorio in cui il cristiano può muoversi.
Io conosco una suora che si è convertita dall’ateismo leggendo Baudelaire, non sant’Agostino. L’ateo “puro” è colui che può intuire per privazione in maniera più forte che cos’è la fede: noi, grazie a Dio, non lo sappiamo perché viviamo la fede. Noi non sappiamo che cosa vuol dire respirare aria, perché lo facciamo abitualmente. È, invece, chi ha difficoltà polmonari a sapere quanto è veramente importante respirare. Solo l’ateo ha l’intuizione dell’importanza della fede, e di quanto la fede sia importante in ordine alla felicità.

4 – Siccome siamo unità inscindibile di corpo e di anima, come si può far emergere lo spirituale attraverso immagini corporee e sanguigne?

R – Non si può parlare vagamente di letteratura cristiana. Io parlerei di letteratura cattolica, ortodossa e protestante. Queste tre forme generano tre letterature completamente diverse. Pensate a Tarkovskij, Bergman o Dante: non so che cosa accomuni le loro rispettive “incarnazioni” del cristianesimo. La letteratura cattolica è caratterizzata dalla dimensione sacramentale. Il protestante normalmente non ha una sensibilità sacramentale: lui sente il rapporto immediato con Dio che diventa ammirazione oppure urlo disperato. Penso a Bergman. Il cattolico invece avverte che c’è una dimensione corporea visibile che ti comunica l’invisibile, perché è abituato ai sacramenti, all’Eucaristia, ai colori liturgici, all’incenso. Mentre l’ortodosso ha una visione più mistica e fa un salto riassuntivo di visione, il cattolico è più legato alla terra. Il romanzo cattolico è quindi diverso da quello protestante e da quello ortodosso. Per il cattolico è attraverso dei simboli corporei che si traduce la spiritualità.

5 – Commentando il testo di Dagermann, si è parlato di accettazione o di rifiuto. A me è venuta in mente un’altra cosa: la provocazione. È come il bambino che dice alla mamma “Io non ti voglio bene!” e che invece vuole che l’amore della mamma si manifesti. Se Dagermann dice che solo la fede può dare la felicità, vuol dire che ne ha voglia e vuole che Dio si pieghi a fargli capire che c’è.

R – Ogni ricerca è in qualche modo una provocazione. Noi crediamo, abbagliandoci, che la ricerca pura sia quella che non trova. Secondo me si può invece veramente cercare se tu in qualche modo hai già trovato, se hai un’intuizione della risposta. La ricerca pura, completamente astratta, non è ricerca: una persona che non ha l’intuizione della risposta cerca solo se stessa. Si mette veramente alla ricerca chi ha intuito che fuori di sé c’è qualcosa e lo reclama. In questo senso è provocazione: “Se tu ci sei rispondimi! Quindi la letteratura cristiana è quella letteratura che intuisce una risposta, va in quella direzione, per poi affermarla o negarla, ma ha già l’intuizione di una risposta.

6 – Un vero scrittore quando scrive deve esprimere qualcosa che ha già provato, altrimenti quello che scrive è qualcosa di artefatto… Oppure no?

R – Grande scrittore è colui che fa esperienza scrivendo. Il cattivo scrittore è colui che prima pensa a ciò che deve scrivere, e poi cerca di tradurlo in parole: normalmente chi fa questo scrive cose pessime. Invece il grande scrittore è colui che si siede e non sa bene che cosa scrivere, però sente che ha l’ispirazione e comincia a scrivere. In quel momento in cui scrive le parole vengono, non perché traducono un pensiero, ma si fa un’esperienza. Quindi quelle parole sono frutto di un’esperienza che si va facendo nel processo della scrittura. Scrivere è così un modo di fare esperienza e lo scrittore traduce quell’esperienza. Lì ti rendi conto che quello è veramente un grande scrittore, perché la sua non è la traduzione di un pensiero, ma è l’esperienza che vive. E tu lettore te ne rendi subito conto perché passa immediatamente. Quindi è necessario che lo scrittore faccia esperienza di ciò che scrive, ma solo se la fa scrivendola. Chiaramente, scrivendola, succede che tutta la sua esperienza personale rifluisce. Quindi ogni scrittura in questo senso è sempre autobiografica, non perché dice per filo e per segno l’esperienza che uno ha vissuto, ma perché ne comunica tutto il significato, attraverso un processo di scrittura che è esperienza stessa.

7 – Mi sembra opportuno custodire la pagina di Dagermann nella sua intensità e non farla diventare strumentale a chi ha fede. Quell’urlo, veramente custodito, alla fine mi permette di comprendere meglio il mistero stesso della fede e l’esperienza mistica che è una ferita che non può essere consolata.

8 – Leggendo L’Ulisse o L’uomo senza qualità mi sono reso conto di essere di fronte a delle opere d’arte che mi aiutavano a capire l’uomo contemporaneo. Perché un cristiano cattolico non può esprimere la sua fede  in una poesia o in una letteratura?

R – Una persona può anche incarnare dei valori cristiani ma non aver fede. Siamo davanti a una dimensione di grazia che travalica la percezione del valore del cristianesimo. Ci sono persone che difendono i valori del cristianesimo a volte apparentemente più dei cristiani stessi, ma che non hanno fede. Secondo me questo è un grande mistero e va rispettato. Ci sono persone che hanno commesso tanti peccati, ma che vivono una dinamica di fede con Dio, molto complessa, a volte tesa, conflittuale, e altre persone che invece hanno una vita molto evangelica, che incarnano dei valori, ma in cui il rapporto con la persona di Gesù Cristo non c’è. Non posso dire che quella persona che vive dei valori evangelici sia cristiana, che abbia un rapporto vitale con il Signore della sua vita.
Il mio discorso non è in negativo: il cristiano, è chiaro, traduce immediatamente la sua fede in scrittura, perché essa è parte di sé; è chiamato a fare questo e lo deve fare non perché lo deve, ma perché lo fa. Dante è stato un cristiano che è stato scrittore e il suo cristianesimo passa nella sua poesia che è altissima anche perché cristiana sin dalla grammatica: così Manzoni, così Bernanos, così Graham Greene, Julien Greene, così Flannery O’Connor. Persone credenti e grandi penne. Ma il discorso che io amo di più è quello dalla parte del lettore. Il cristiano è l’uomo che ha meno paura sulla faccia della terra, perché è sempre con il suo Signore. Quindi non deve tremare di fronte a un’opera di uno che dice di non avere fede. Il lettore cristiano non ha paura di confrontarsi con niente, perché il Signore è con lui. Può leggere quindi qualunque cosa e giudicarla cristianamente.