Addio a «Letture» – Cosa ci si aspetta da una rivista letteraria? (4)

Quarta intervista dall’ultimo numero di Letture per rispondere alla domanda: Ma che cosa ci aspettiamo di trovare, in una rivista letteraria?

L’avventura di Stilos cominciò nel 1999 e terminò nel 2007. Otto anni in cui, tuttavia, il supplemento culturale de La Sicilia assistette a una crescita imprevedibile, fino a conquistarsi l’indipendenza dal giornale madre e ad essere distribuito nelle edicole di tutta la Penisola, prima quindicinalmente, poi addirittura ogni settimana. Il suo fondatore, Gianni Bonina – scrittore, saggista, giornalista – ci racconta il senso di quell’esperienza, nutrita e cresciuta grazie alla passione personale e di tanto “volontariato” culturale offerto gratuitamente dai suoi collaboratori.

Stilos fu, forse, l’ultimo grande tentativo di portare in edicola un giornale per lettori fatto da lettori, a un prezzo popolarissimo (1 €). La sua storia, però, partiva da lontano…
«Nel ’99 alcuni editori siciliani progettavano una brochure con le loro novità da allegare a La Sicilia. Proposi un prodotto che, avendo delle recensioni e delle interviste, il lettore non buttasse via. L’idea piacque e si pensò a un supplemento che si occupasse di cultura siciliana. Così nacque Stilos. Che fu come Pinocchio: io pensavo a un burattino e invece nacque un bambino vero. Nemmeno io avrei immaginato che quel giornalino potesse dopo pochi anni diventare una testata nazionale indipendente e ritagliarsi un suo spazio di tutto prestigio nel panorama nazionale delle riviste culturali».

Quali erano, secondo lei, i tratti più innovativi del progetto?
«Stilos operò sin dall’inizio come un giornale e quindi con strumenti propri del giornale, a cominciare dall’intervista. Scelse poi di circoscrivere quanto più il target: non un giornale generalista, ma un giornale che selezionasse il gusto. E questo soprattutto perché non si occupava di libri di ogni genere, ma in particolare di narrativa, scegliendo quindi la letteratura pura. Ma non mancarono in verità i saggi né gli altri scaffali. Non c’erano però dei dilettanti, ma dei militanti: autori appassionati sì di letteratura, ma con buone competenze specifiche. Molti sono diventati autori affermati, altri scrivono sulle principali testate. Stilos fu una fucina e un’officina».

Stilos è proseguito con cadenza quindicinale per quasi due anni. Cosa ne ha determinato la chiusura?
«C’è stata una stagione nella quale Stilos fu anche settimanale. In realtà ha avuto una vicenda molto alterna e travagliata. Ha cambiato spesso formato e periodicità e nell’azienda nella quale è nato è stato visto sin dal primo momento con fortissima avversione. Per quasi dieci anni non ho esercitato che un quotidiano accanimento terapeutico cercando di respingere i mille tentativi di chiuderlo. Alla fine i suoi nemici hanno avuto la meglio convincendo l’editore a cessarne le pubblicazioni. Pensi che non ha mai avuto un sito internet né un solo agente che si occupasse di raccogliere la pubblicità. Né, per la verità, è stato mai distaccato un solo redattore de La Sicilia. Forse Stilos faceva troppa differenza con il giornale padre o forse ha pagato il prezzo dell’insipienza, dell’incultura e del provincialismo che strozzano una città alla deriva come Catania. Se fosse nato altrove oggi Stilos sarebbe ancora in vita».

Al di là delle recensioni, cosa ci si dovrebbe attendere da una rivista culturale?
«Ciò che ci si attende andando a sentire a Mantova a Pordenone o a Torino, un filosofo, un poeta o un narratore. O andando a teatro: la possibilità di avere cioè come un “libretto di sala” che aiuti a comprendere l’opera, un mezzo d’istruzione o un manuale d’uso. La letteratura non deve essere vista con quel timore che vediamo stampato in quanti entrano per la prima volta in una libreria come se fosse un tempio di un’altra religione. La letteratura va decostruita, forse anche demistificata. Va trasformata da studio in divertimento. Oggi continua a essere invece un impegno. E le riviste storiche hanno alimentato questo gusto elitario e sofisticato rendendo la letteratura appannaggio di iniziati e avvertiti. Stilos pensava il contrario: che il lettore vedesse in un romanzo l’occasione di immedesimarsi in una storia esattamente come se andasse al cinema».

Quali le sembrano gli esperimenti di divulgazione culturale più interessanti, nel nostro Paese?
«Tuttolibri sta contribuendo molto a svecchiare l’ambiente e accreditare una concezione di letteratura vista soprattutto come idee. Più accademico mi sembra il Domenicale del Sole 24 Ore, e forse un po’ pretenzioso Alias de il Manifesto. Si tratta comunque di eccellenti supplementi letterari. Un lavoro sistematico sta svolgendo L’Indice dei libri. Ma un po’ dappertutto c’è poco rapporto diretto con gli autori, che raramente vediamo intervistati. La recensione continua a essere lo strumento principe della critica militante, ciò che tiene la divulgazione in una sfera di difficoltà, ancora sui secondi piani. Il critico italiano gradisce poco intervistare un autore, perché si sente un suo superiore, una specie di censore e giudice. A intervistare gli autori dovrebbero pensarci dunque i giornalisti. Che però non hanno granché spazio nei supplementi, fatti da giornalisti, sì, ma pensati per ospitare firme che siano qualificate non meno degli autori di cui si occupano. I giornali amano ospitare docenti universitari che possano esibire attestati di merito, forse per un pregiudizio proprio del giornalista che soffre ancora di una sindrome d’inferiorità rispetto al professore. La critica accademica ha ceduto il passo a quella militante per iniziativa non dei giornali ma degli stessi accademici che hanno cambiato veste. È stato un grande passo avanti, ma dalla critica militante non si è passati a una terza fase. Finché la critica non diverrà giornalistica, spogliandosi dei laticlavi dei professori, la divulgazione rimarrà sempre uno sforzo».

E all’estero? Si sperimenta maggiormente e con meno accademismi?
«Occorre precisare, ogni Paese è una realtà diversa. Gli Stati Uniti sono meno ingessati e guardano alla letteratura come a un sottogenere dello spettacolo, soprattutto cinematografico. Ma sono nate lì le riviste pulp ed è cresciuto lì il modello di romanzo plottista che è diventato una marca di forte importazione anche in Italia. In Francia e in Spagna le riviste letterarie operano perlopiù come supplementi dei quotidiani, ma sono più numerose che in Italia, con una maggiore foliazione e un maggiore impegno. Sembrano crederci di più. In Inghilterra, come in America, si insegue lo spirito del bestseller per cui la letteratura è vista innanzitutto come mercato. Mentre in Italia ci sono ancora magazine letterari che ospitano autori in carriera e addirittura esordienti, in Inghilterra questo è un gioco solo lezioso. In Germania c’è più attenzione per il fatto nuovo, quando soprattutto si tratta di idee. Non è per un caso che il nostro autore più sperimentalista, Andrea Camilleri, sia tradottissimo in Germania, al punto che lì sono usciti libri mai apparsi in Italia».