Il Convegno di Reggio Calabria / 01 – I libri? Non esistono.

È vero che l’VIII Convegno nazionale sulla letteratura (Reggio Calabria, 14-16 aprile 2011) s’intitola pirandellianamente “I volti del libro: uno, nessuno, centomila”, ma chi poteva immaginare che p. Antonio Spadaro lo inaugurasse dicendo chiaro e tondo: «come tutti sappiamo, i libri non esistono»? Introduzione spiazzante, ma non è un coup de théâtre. Il libro – continua Spadaro – non è un oggetto fisico come gli altri, ma «un essere in attesa di essere se stesso», qualcosa che diventa reale soltanto attraverso l’atto di volontà di un lettore.
Perché il libro non è altro che un soprammobile se non interviene una coscienza umana a renderlo ciò che è: un piccolo oggetto pieno di mondi. Le biblioteche sono galassie. Il libraio un venditore di mondi in potenza. E il lettore è come un mago che, mediante il semplice scorrere le parole con gli occhi, rende vita a storie che – altrimenti – sarebbe solo lettera morta. I libri ci attendono per essere salvati dal naufragio dell’oblio.

L’anima degli oggetti è fatta di pelle, di superficie: ci giriamo attorno e ne ammiriamo la bellezza esteriore. Ma per il libro? Un’occhiata non ci soddisfa: è al suo interno che si nasconde il polo che ci magnetizza. In questo senso il libro è più impenetrabile del marmo: potrei perfino mangiarlo e tuttavia non l’avrei neppure sfiorato. Perché il libro è, in se stesso, una soglia. Non è neppure una “cosa”, un “oggetto” come la forchetta o il coltello… no, è più simile a un rosario… è un oggetto fatto d’anima, perché mi mette in relazione. Con chi? Con il pensiero dell’autore? Forse. Il lettore vive un dialogo interiore con pensieri non suoi: il libro è un oggetto pensante che pensa solo attraverso il nostro pensiero. È un’alterità che si da solo nella nostra soggettività. È la coscienza di un altro che si può disporre solo dentro di me. Io condivido l’io della mia coscienza. Il mio volto cessa di essere pura individalità. Per questo i libri – come scrive il teologo tedesco Romano Guardini – richiedono un amore fatto di contemplazione silenziosa, nella perfezione dell’umiltà.

Il libro è luogo d’incontro con i propri “compagni segreti”. È rapporto relazionale, piuttosto che un arricchimento intellettivo, e il loro orizzonte ultimo non è la verità, ma l’amore. Questa percezione modifica completamente il nostro modo di leggere, segna perfino una differenza tra lettore credente e lettore non credente. Perché un conto è credere che tutte le storie del mondo finiranno in un buco nero; altro è credere che tutte le storie sono salvate dentro una Storia più grande, di cui pure ci sfugge il senso, ma che tuttavia c’è.
Non si tratta di credere o meno alle storie, ma di credere che quelle storie sono sempre e compiute incompiute; “under costruction” nonostante il “the end” finale. Così anche l’interpretazione del critico non è mai definitivamente conclusa, perché l’opera è compiuta non nel contenuto, ma solo nella potenza di legame con il suo autore. Il finale del Vangelo di Giovanni sostiene che «il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» per raccontare la vita di un uomo (Gv 20,25). Perché il mondo è quell’opera che non sarà mai omnia. Il critico credente dovrebbe ricordare che solo il giudizio finale sarà definitivo e pertanto su ogni libreria, su ogni biblioteca, su ogni vero romanzo dovrebbe comparire la scritta: “Lavori in corso”.