Le parole accanto

Le parole, che abitano accanto alla nostra anima, non hanno tutte la stessa dimensione. Possono collocarsi su piani diversi. Alcune, quelle di cui ci serviamo più spesso, sono «piatte» come quelle che «si trovano sul vocabolario» e sorreggono la comunicazione spiccia della quotidianità. Altre, quelle che scandiscono le nostre relazioni più intime, riescono a fuoriuscire dalla piattezza dell’informazione neutra e si gonfiano. Sì, si gonfiano, si sgonfiano, si deformano, si allargano seguendo l’irregolarità dei nostri sentimenti.

Ma prima e dopo di loro ci sono il silenzio e la musica; le parole assenti e quelle cantate che hanno il privilegio di vivere dentro l’anima. Le prime sono sommerse da un gorgo emotivo che le fa implodere; le seconde zampillano da un gorgo emotivo da cui traggono fuori l’energia per conquistarsi uno spazio nel mondo.

E le parole assenti, le parole piatte, le parole tumide, le parole cantate sono i punti cardinali che circoscrivono l’universo umano di Rebecca, la protagonista e voce narrante di La vita accanto (Einaudi, 2011), il romanzo della scrittrice esordiente Mariapia Veladiano, vincitore del Premio Calvino e finalista al Premio Strega. Rebecca racconta, con la lucidità matura di chi ha viaggiato dentro se stessa, la sua esistenza intessuta di emarginazione, di diversità e di bruttezza. Sì, perché Rebecca, senza remore e falsi pudori, confessa sin dalle prime battute del romanzo di essere «brutta, proprio brutta», «un’offesa alla specie», al genere e anche alla famiglia, la quale nei genitori e nella zia risplende di una bellezza a cui lei non ha preso parte. Ma la bellezza, da cui è stata esclusa, si rivelerà nel corso della narrazione una maschera al dolore e all’imperfezione che, come un fiume carsico, scorrono nelle generazioni dei due rami familiari. E che in lei, Rebecca, troveranno il coraggio ereditario e impietoso di manifestarsi.

Ma è nel processo di agnizione della verità delle sue origini che Rebecca individuerà la strada del riscatto e della serenità. In questo percorso le sono di sostegno alcune figure femminili, sostitutive e integranti quella materna, conosciuta tardivamente e indirettamente. Ed ecco comparire nella sua vita Erminia, la zia che la spingerà allo studio del pianoforte; Maddalena, la balia che riverserà su di lei tutto l’amore che non aveva potuto più dare al figlio; Lucilla, l’amica conosciuta sui banchi di scuola e straripante di chili e parole; Albertina, la maestra che la difenderà dall’ostilità dei compagni; la signora De Lellis, madre del suo insegnante di musica che le regalerà con i suoi racconti le chiavi del suo passato familiare. Quelle con cui Rebecca scaverà nei meandri del suo cuore e della sua casa fino a ritrovare e riconciliarsi idealmente con la madre.

E in queste figure femminili Rebecca ha conosciuto tutte le sue parole: quelle ambigue e ingannevoli della zia; quelle sincere e nude di Maddalena; quelle gonfie e scandite di Lucilla; quelle difensive e giuste della maestra Albertina; quelle cantate al ritmo dei pensieri della signora De Lellis; quelle mai dette, ma solo scritte dalla madre nell’enigma di un silenzio che «carezza», che «è buono e fa meno male».

In questa mancanza di suoni, risuona nel romanzo una domanda: «Si può uscire dalla propria vita e restare vivi?». Sì – risponderei io prestando la mia voce a Rebecca – si può uscire dalla propria vita e restare vivi attraverso le parole. Perché le parole fanno resistenza al tempo; sfondano l’anima; catturano, isolano, scolpiscono l’infelicità.

E, nel caso della Veladiano, si appropriano con naturalezza della bellezza anche quando si addentrano nella bruttezza fino a farla diventare vessillo di ogni diversità scartata dalla nostra vista, dal nostro racconto, dalla nostra conoscenza. Ma se il nostro sguardo è “esclusivo”, quello dello scrittore è “inclusivo”. E nella vita accanto alla nostra scova la cognizione che «la vita non è un oggetto prezioso da custodire nel corso degli anni. Spesso ci arriva tra le mani già sbrecciata e non sempre ci vengono forniti i pezzi con cui ripararla. Qualche volta invece si può costruire insieme ciò che manca. Ma la vita sta davanti, dietro, sopra e dentro di noi. C’è anche se ti scansi e chiudi gli occhi e stringi i pugni».