Cosmopolis, un film-lama rovente

Qualche settimana fa ho visto Cosmopolis, l’ultimo film di David Cronenberg, tratto dal romanzo omonimo di Don De Lillo. Da allora penso a questo film e cerco di capire cosa ne pensino gli altri. A dispetto dalle opinioni del regista, ritengo azzeccato lo slogan che lo presenta come un “film sul nuovo millennio”. Cercherò di spiegare perché.

Poster "Cosmopolis"Il film è ambientato quasi interamente in una limousine di un giovane plurimiliardario uomo d’affari di Manhattan, il quale vuole attraversare la città per andare dal barbiere a tagliarsi i capelli. Per raggiungere il barbiere però la macchina impiegherà un’intera giornata, molte persone entreranno ed usciranno dalla “corte” ambulante del protagonista e lui stesso si fermerà più volte per motivi diversi. Lo stile del regista si adatta bene ai discorsi lunghi, complessi e oscuri del protagonista e dei personaggi che gli “sfilano” davanti.
Esteticamente il film corrisponde con quello che profondamente vuole comunicare. Cronenberg mi ha tenuto incollato allo schermo facendomi semplicemente sentire due persone che parlano in un’automobile che lentamente si muove nel traffico. Tensione, irrisolutezza, mancanza di compimento sono elementi fondamentali a mio parere del messaggio stesso della trama e della sceneggiatura. Il dialogo domina sull’azione e interminabili discorsi assordano lo spettatore. Oltre che lunghi questi discorsi mi sono sembrati a tratti anche incomprensibili ed enigmatici. Macroeconomia, socio-economia e filosofia si mischiano in discorsi già cominciati, non finiti, poco chiari. Per tutto il film non si chiarisce bene il contesto della storia, rimandando ad esso in maniera sempre fumosa e allusiva. A mio parere questo è il punto di forza del film: la sua totale estraneità da qualsiasi razionalità o schema narrativo.
Per questo lo giudico un film nuovo. Per questo parla di oggi, e del futuro. Parla di una crisi, di un conflitto; ma a differenza della romantica manifestazione individualistica “passionale” che dall’Ottocento è arrivata al Sessantotto, questo conflitto oggi è sprofondato dall’io al subconscio, e il totale controllo che l’uomo ormai esercita sulla propria mente, la totale consapevolezza della natura istintuale delle passioni, rendono questo conflitto non più una lotta, ma uno smarrimento, una follia, una gabbia dorata dalla quale si può fuggire solo per disperdersi nel nulla. L’individualismo nichilista del Novecento è ormai superato, per una più celata angoscia e una perdita di razionalità ed equilibrio. Nel film il protagonista è disperso in un mare di relazioni fluide, di discorsi “alieni” alle più materiali caratteristiche dell’uomo, di situazioni surreali se non fantascientifiche, come i rapporti difficilmente classificabili che intrattiene con diverse donne. La società si sta espandendo e sta esplodendo. Le relazioni umane non hanno più niente di concreto e vivo. L’irrazionale domina nei rapporti del giovane con gli altri personaggi. Tutto è privo di senso, di attinenza ad una realtà stabile, certa. Il “prima” non esiste, è scordato e morto, e Cosmopolis parla di un mondo attuale, in termini attuali, scordando quasi del tutto il passato, e anche il futuro: non dà una risposta, non arriva a un punto fermo, non ripristina una fase ante rem che non esisteva; arriva invece a un conflitto, alla forte espressione della contraddittorietà del personaggio principale e di ciò che rappresenta. Arriva ad esprimere nel personaggio interpretato da Paul Giamatti la lotta inconscia fino ad allora sconosciuta al giovane miliardario.
Il film è dunque una presa di coscienza, un manifesto dell’età postmoderna, un forte scossone che De Lillo e Cronenberg vogliono dare al mondo e a loro stessi, per guardarsi allo specchio attentamente, e cogliere quel fuoco che ci sta corrodendo da dentro, per mettere a nudo la coscienza dell’uomo di oggi, rompendo qualsiasi finto schermo di razionalità o riparo convenzionale attraverso una bruciante rivelazione di inconsistenza e smarrimento. Cosmopolis è una lama rovente che attraversa il nostro petto, rivelando il vuoto che pervade il nostro mondo e il nostro io.