Binomi, le apparenti antinomie della vita – 1/Autorità e Libertà

Come si diceva a settembre, il tema che per quest’anno di BombaCarta è legato all’aspetto bifronte della vita, all’esplorazione dei binomi, delle antinomie, della sana e inquietante ambiguità della vita. “Io è un altro” diceva Rimbaud; siamo sempre (almeno) due. Forse la prima “parola non verbale” che l’uomo formula nella sua mente è il “tu”, non l’io. Non sono esperto di queste cose ma forse il bambino comincia a capire chi è quando comprende che non è tutt’uno con la madre, quando capisce il “tu” della mamma (un tu che lo guarda, lo ri-guarda, che soprattutto lo ama) e quindi comprende prima l’altro del sé. Prima viene il 2 poi l’1. Poi, piano piano, capirà anche che il 2 è anche il numero che trova dentro di sé. Senza arrivare agli eccessi di cui parla il Vangelo “Il mio nome è Legione, perchè siamo in molti” (chi parla è un indemoniato), vorrei fare un esempio molto più terra terra. A me piace molto il cinema e se dovessi indicare quali sono “i film della mia vita” entrerei davvero in crisi, mi sentirei tirato da più parti, da film tra loro anche opposti. Ma anche all’interno di uno stesso film sentirei la presenza di una tensione mai del tutto risolta. Un film come Il Padrino di Coppola (solo per fare un esempio, la lista sarebbe lunga) è uno dei miei preferiti, un film che amo rivedere, che mi trasmette un’emozione intensa mai esausta, eppure racconta una storia che non può non mettermi in crisi dal punto di vista morale. Per non parlare di uno sport come la boxe… cosa c’è che mi piace nella boxe? Non saprei rispondere perché mi rendo pur conto che è uno sport di un’immoralità assoluta eppure mi attira in modo irresistibile. Insomma nelle passioni vive una tensione (quantomeno) binaria che non è risolvibile in modo puramente razionale. Non c’è bisogno di essere manichei per cogliere l’aspetto duale della vita (magari il prossimo anno si parlerà di trinità!) quindi partiamo su questo bi-nario dei bi-nomi.

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E iniziamo subito con una coppia bella tosta: il binomio con cui ci confrontiamo in questo mese di ottobre è autorità-libertà, un confronto difficile, se esplorato senza pregiudizi (e ringrazio Elena Buia che all’Officina  del 20 ottobre ci aiuterà come ha aiutato me nella stesura di questo editoriale). La parola libertà è infatti, oggi una delle più considerate, pronunciate, inflazionate: chi di noi non si definirebbe (spesso senza nemmeno una certa dose di ironia) “uno spirito libero”? Così come, al contrario, la parola autorità è caduta al suo minimo storico, una parola disprezzata e disprezzabile, quasi imbarazzante.

Autorità e libertà sono viste in contrapposizione, la prima cosa che si deve fare per essere liberi (ed essere liberi è diventato un imperativo categorico) è l’eliminazione di ogni tipo di autorità. Fine della vita umana sembra essere dunque il raggiungimento della libertà, esprimere liberamente se stessi e rifiutare ogni sorta di limitazione proveniente da qualsiasi forma di autorità. Ma, ancora, come si fa ad liberarsi e da che cosa ci dobbiamo liberare? E, soprattutto, cosa ci facciamo poi con la nostra libertà? In uno dei suoi aforismi Nicolas Gomez Davila sottolinea che: “La libertà non è un fine, è un mezzo. Chi la scambia per un fine, quando la ottiene, non sa che farsene”. Nella canzone Si può Giorgio Gaber definiva la libertà “obbligatoria” e ci chiamava eroi per aver fatto “la rivoluzione della coca-cola”.

Andando per gradi si può dire che sicuramente il rapporto di ognuno di noi con l’autorità è conflittuale: Flannery O’Connor ad esempio faceva a pugni con l’angelo custode fin da bambina. Sicuramente mal tolleriamo la presenza di qualcuno che sia “piu'” di noi, anche se ne abbiamo un profondo bisogno o una lancinante nostalgia. La parola autorità proviene proprio da questa idea di “di più”, in latino il verbo “augeo” vuol dire “aumentare” e quindi chi ha l’autorità è chi riesce a far aumentare, far crescere gli altri: i genitori autorevoli fanno crescere i figli. Non è un caso che Dante chiami Virgilio il suo autore, come colui che lo ha fatto crescere, aumentare, maturare, diventare “di più” (e qui si apre un altro aspetto della discussione: come rapportarsi con gli autori? Pensiamo al problema della traduzione in poesia e in narrativa: cosa viene prima la libertà del lettore-traduttore o la fedeltà all’autore, alla sua “autorità”? Forse fedeltà e libertà non sono poi così distanti).

Certo il problema sta nell’ambiguità di questa autorità che può diventare autorevolezza ma anche scivolare nell’autoritarismo. Quando così accade il genitore-maestro, tradendo la sua stessa missione, impedisce all’individuo di crescere di diventare a sua volte autore anche lui. Grande non è colui che fa sentire gli altri piccoli, diceva Chesterton, ma colui che fa sentire gli altri grandi. Quando invece l’autorità si esercita con autorevolezza, si sviluppa una vera relazione che porta il piccolo (il figlio, il discepolo) a considerare il grande come una guida che riconosco e che mi porta a una conoscenza ulteriore.

Oggi si insiste molto sulla “libertà da”, intesa come contestazione-trasgressione rispetto all’autorità. Ora la trasgressione sembra un passo inevitabile nella natura umana, così almeno sembra suggerirci il racconto della Bibbia, è può avere una sua validità se porta ad una vera liberazione, ad una conquista di un’autonomia (che non sia mera in-dipendenza), intesa come ritrovamento del sé rispetto a un’autorità solamente normativa, ma appunto se è un “passo verso” (e “attraverso” come dice la parola stessa tras-gredire) e non se diventa la meta, un valore e un fine in sé stesso, una tendenza che invece è diventata tipica nella nostra società. Il “vietato vietare” del ’68 ha portato all’abolizione di ogni norma per cui anche la trasgressione sembra aver perso significato. Dal ’68 in poi (dopo l’affermazione della “libertà da” con la demolizione di ogni norma e autorità) si è affermata anche un’enfasi della “libertà di” per cui l’uomo libero è colui che è libero di fare quello che vuole, senza limiti. C’è un mantra che viene ripetuto dalle giovani generazioni, forse risalente a Kant: sono libero di fare quello che voglio a patto di non dare fastidio agli altri, perchè la mia libertà finisce dove inizia la tua. Ma il risultato è l’individualismo: come le monadi di Leibniz ci muoviamo in questo mondo senza entrare in contatto con gli altri, attenti solo ad evitarci. Forse per questo i sociologi ci parlano di una società in cui trionfa la più fredda e amara solitudine.

La vera libertà sembra allora essere la “libertà per”, in cui la trasgressione c’è ma come preludio alla dimensione del dono e quindi alla costruzione generosa e insieme, di qualcosa di veramente nuovo. In questo senso l’amore sta lì a mettere in crisi tutte le ricostruzioni teoriche e le tendenze “as-solutistiche” verso la solitudine. Come si coniuga la libertà con l’amore? Amare non è qualcosa di legato al senso dell’appartenenza, del legame? Non consiste nel creare vincoli (che in latino significa “catena”)? L’amore non è tutt’uno con la fedeltà? E la libertà quindi non si sviluppa proprio nella fedeltà?

Allora è vero quello che dice Gomez Davila: la libertà è una moneta da spendere, non una meta da raggiungere. Una volta che mi ritrovo libero cosa faccio? Come me la gioco questa libertà? E’ a questa domanda (ed altre) che l’officina di ottobre vorrebbe dare una risposta… siete “liberi” di partecipare (o forse la libertà – ancora Gaber – è proprio partecipazione?).