A proposito di ferro, chi resta saldo?

Statua della libertà interno

Statua della Libertà, interno

Nel bellissimo editoriale di apertura del nuovo anno di BombaCarta abbiamo scoperto che le proprietà tipiche dei “materiali” sono anche qualità dell’essere. Questo vale anche per un metallo come il ferro se la scrittrice Flannery O’Connor, ad esempio, per esprimere l’ottusità di un personaggio, ci mostra la sua “mascella rigida come un ferro di cavallo” (Un brav’uomo è difficile da trovare). Il ferro innanzitutto è sinonimo di durezza, inflessibilità e pesantezza. Lo scrittore Martin Amis ci ricorda (Koba il terribile) come Stalin teorizzava uno “Stato di ferro” che schiacciasse con la forza i propri nemici (il motto più famoso di questo simpaticone era «Un uomo un problema, nessun uomo nessun problema»). Veniamo da un secolo in cui il pugno di ferro dei regimi totalitari ha colpito milioni di innocenti, anche se già nel 1870 Arthur Rimbaud scriveva che “La forca nera mugola come un organo di ferro!” (La danza degli impiccati). Pare che l’età del ferro, rappresentata da Marte dio della guerra, non sia mai finita (anche i banditi di Romanzo criminale chiamano le loro armi “i ferri”!): conflitti, violenza e sopraffazione appartengono al genere umano, così come l’ira, l’estrema suscettibilità che impedisce di dialogare e ascoltare l’altro. Come se non bastasse, il ferro evoca elementi di dolorosa separazione e segregazione: le sbarre delle prigioni, le catene dei prigionieri (nei Romanzi di mare di Joseph Conrad c’è sempre qualcuno da “mettere ai ferri”), il filo spinato, la “cortina di ferro” che separava l’Europa occidentale dai Paesi dell’est durante la guerra fredda, il cancello di ferro di Auschwitz con il motto “Arbeit macht frei” (sinistro quanto il nero cancello di ferro che sbarra l’ingresso del malefico regno di Mordor ne Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien). Ma, oltre a vicende storiche e letterarie inquietanti, il ferro evoca anche una virtù, nascosta e imprevedibile, che molte persone hanno rivelato perfino di fronte al male assoluto: la resistenza ovvero la capacità di opporsi alla compressione, allo schiacciamento.

In Italia il movimento di liberazione nazionale dal nazi-fascismo ha preso proprio il nome di “Resistenza”, ma la capacità di opposizione al male è innanzitutto una qualità personale, prima che collettiva, che riguarda ciascun uomo in ogni tempo. Aleksander Solzenitzyn racconta (Arcipelago Gulag) quanto fossero rari i suicidi nei campi di concentramento sovietici e di come la coscienza della verità della propria innocenza si traducesse in una straordinaria forza di sopravvivenza. Nei campi di lavoro siberiani a 35° sotto zero, il grande scrittore russo trovava conferma del detto di Friedrich Nietzsche secondo cui “chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come”. L’uomo che ha una buona ragione per stare al mondo, capace di dare senso anche alla sorte più dura e ingiusta, rivela alcune qualità tipiche del ferro: tenacia, compattezza, stabilità e saldezza (ovvero una robusta saldatura tra il proprio essere e la vita).

“Oggi una volontà di ferro spazza l’aria,/divelle gli arbusti, strapazza i palmizi/ e nel mare compresso scava/ grandi solchi crestati di bava” scriveva Eugenio Montale. Spesso la Storia è una tempesta che investe l’uomo come uno tsunami e solo chi ha una struttura interiore resistente come il ferro può opporsi al carro armato lanciato dalle implacabili strutture di potere. Durante gli anni più bui del nazismo, Dietrich Bonhoeffer (Resistenza e Resa) poneva la questione della capacità di resistenza all’urto dell’onda di morte fisica e spirituale provocata dalla “grande mascherata del male che ha scompaginato tutti i concetti etici” attraverso una semplice domanda: chi resta saldo? La risposta a questa domanda del teologo assassinato da Hitler nel ’45 ha segnato il pensiero occidentale del dopoguerra ma noi che cerchiamo nell’arte uno stimolo alla nostra riflessione che non sia meramente concettuale, dove possiamo guardare?

Una suggestione significativa ci è offerta da due opere creative fondate sul ferro, concepite entrambe dall’architetto francese Gustave Eiffel, ma dagli esiti molto differenti: la Tour Eiffel e la Statua della Libertà. Nella prima la struttura e la forma estetica corrispondono, le 15.000 travi di ferro puddellato che si ergono per 300 metri sono l’opera creativa. Colpisce la perfezione della costruzione, sorprende l’abilità architettonica, ingegneristica e tecnica dei realizzatori, ma l’impressione è di un corpo senza carne. Non si sfugge a un senso di “metallica” freddezza. D’altronde la Tour Eiffel è nata per celebrare un’idea astratta di progresso e perfezione umana (sarà una coincidenza ma anche i regimi totalitari sorti trent’anni dopo erano ispirati da simili suggestioni), avulsa dalle tensioni interiori che determinano il destino di ciascun uomo, a partire dalla sua adesione o resistenza al male. Nella Statua della Libertà invece struttura e rappresentazione estetica non coincidono, l’opera consiste in un’anima di ferro rivestita di fogli di rame sagomati che le danno una sembianza umana: una donna che guarda lontano, porta in grembo un libro e alza una fiaccola, simboli che rimandano a un orizzonte di libertà e di convivenza felice (ecco il fuoco, indispensabile per forgiare il ferro quanto, in senso figurato, l’anima di un essere umano). La Statua della Libertà che per molti immigrati negli Stati Uniti è stata un segno di benvenuto e di speranza, è un’opera fatta di anima e cuore, (due elementi nell’uomo che sono all’unisono solo nell’amore) che non celebra la potenza e la perfezione dell’ingegno umano, quanto il suo bisogno di libertà e giustizia.

Dag Hammarskjold scriveva nel suo diario (Tracce di cammino) che “nel mazzo del diavolo le carte della maledizione e della distruzione stanno accanto a quelle della perfezione. Mancano solo quelle dell’amore”. Da una parte, dunque, i regimi totalitari che hanno schiacciato l’uomo in nome di un’idea astratta e assoluta di bene, costruendo una struttura di ferro che era, allo stesso tempo, il loro volto: carri armati, mitra, mostrine, filo spinato, sirene e passi di stivali nella notte. Dall’altra persone che hanno preservato in sé stesse quella che lo psichiatra Viktor Frankl, ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento tedeschi, chiamava “volontà di significato” (Uno psicologo nel lager), un’anima di ferro a sostegno dell’umanità del proprio volto: la libertà di un sorriso, un atto di bontà, un’azione responsabile. Immaginando uomini simili nella desolazione siberiana del Gulag o lo stesso Dietrich Bonhoeffer in attesa di essere giustiziato nel carcere di Flossenburg, si può avvertire la consistenza di una struttura di ferro invincibile che neppure la ruggine può intaccare (mentre la maestosa Tour Eiffel richiede 50 tonnellate di vernice ogni 7 anni per non morire di corrosione). Nella massima fragilità e compressione diventa vincente l’invito di Gesù Cristo a guardare lontano: “accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”.