SABBIA o la magia di un viaggiatore che racconta storie

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Durante l’officina sull’argilla, in fondo alla sala chiacchieravo con un amico. Parlavamo della scelta dei “materiali” per il tema di quest’anno. Alla domanda: “Quale sarà il tuo materiale?” risposi che la mia prima idea sarebbe stata quella di parlare di sabbia, ma visto che Franco aveva scelto argilla, non mi sembrava interessante insistere: i due materiali erano troppo simili. Anzi, uguali. La reazione del mio interlocutore fu immediata: “Ma scherzi? Non sono affatto uguali. La sabbia ha qualcosa di romantico, fa sognare!”.

Per parlare di sabbia partirò proprio da qui. Dalla magia, dal sogno che la sabbia evoca. Dalla magia e dal sogno in cui la sabbia ci conduce. Pensiamo ad una passeggiata a piedi nudi sulla spiaggia, alla sensazione piacevole dei granelli, dei singoli granelli sotto la pianta dei nostri piedi, al senso di libertà che ne traiamo. A tutte le immagini che ci vengono in mente mentre ci facciamo massaggiare i piedi da questo talco di roccia. Perchè sebbene la sabbia sia il risultato di un’attività di erosione, sfregamento e triturazione ad opera di fenomeni atmosferici e glaciazioni, nessuno di noi la percepisce come un materiale affilato, duro.

Fatta eccezione per la sabbia delle spiagge tropicali (che è biogenica, ossia creatasi dal fenomeno di polverizzazione delle conchiglie e quindi non è silice o quarzo, bensì carbonato di calcio e dunque bianchissima), tutta la sabbia che è presente nel pianeta è inanimata, ma fra un granello e l’altro viene ospitata una vita microscopica incredibile. In un pugno di sabbia vive un vero e proprio zoo, con minuscoli invertebrati (chiamati meiofauna) il cui compito è tenere lontani i batteri nocivi ed eliminare ogni possibile odore.

La sabbia, all’apparenza inerte, è un mistero che non smette di stupire. La sua natura è tutt’altro che statica, è decisamente mobile: è una gran viaggiatrice, instancabile come dimostra la sua capacità di spostarsi con l’aiuto dei venti e delle onde del mare. Le dune del deserto cambiano forma e collocazione dopo una tempesta d’aria. I fondali marini si spostano e si ricompongono in continuazione. E tuttavia la sabbia è molto legata alle sue origini, che si porta dietro come un passaporto. La forma dei suoi granelli rivela il suo luogo di nascita e si può risalire anche alla sua età se la si sottopone alla luminescenza e all’esame del carbonio 14.

Aveva ragione Valerio nel dirmi che nella sabbia c’è qualcosa di magico, fiabesco. Perché, di fatto, la sabbia è bella.

Chi non ricorda l’emozione di uno spot di qualche anno fa dove la sabbia era protagonista assoluta? ENI, un’azienda molto sensibile all’impiego dell’arte nella comunicazione finale al cliente, affidò ad un’artista israeliana, una sand artist ovvero un’artista della sabbia, Ilana Yahav, il compito di parlare del sogno (One man’s dream è il titolo dell’opera) attraverso una delle sue creazioni. 

La sabbia è il classico esempio di materiale granulare: ogni singola particella che la compone è chiamata “granello di sabbia”.

E pluribus unum: quando pensiamo alla sabbia difficilmente visualizziamo il singolo granello. È più probabile che la prima immagine che ci viene alla mente sia quella di un deserto, di una clessidra, di un castello di sabbia costruito sulla battigia dai bambini,di una spiaggia battuta dalle onde… castelli-di-sabbia

La sabbia è vita, movimento, ma ha anche un’azione contenitiva e, ancor più, una valenza di confine, di limite; è un vero e proprio luogo intermedio. Come le spiagge o, nel far west, il deserto, spazio ben definito per i rapporti fra gli uomini, per le loro relazioni e modi di vita. In parte i tuareg conservano nei confronti del deserto questo rispetto “liminale”.

Senza dimenticare che l’arenaria (harenaria latina) ci riporta immediatamente all’arena, al luogo deputato agli scontri fra uomini e fiere, che costituivano per i Romani uno dei principali divertimenti. Perché il Colosseo è l’arena per antonomasia? Perché il pavimento era costituito da un battuto di sabbia il cui scopo era quello di assorbire il sangue durante i combattimenti.

La sabbia è aridità assoluta, ma pure metafora biblica della generosa discendenza di Abramo.

E, ancor, la sabbia intreccia un rapporto stretto con il tempo. Lo segna e porta su di sè i segni del tempo. La sabbia c’è, c’è stata e sempre ci sarà. Non ha coscienza di sè come scrive Wislawa Szymborska in Vista con granello di sabbia e non si accorge del tempo che passa.  

Lo chiamiamo granello di sabbia.
Ma lui non chiama se stesso né granello, né sabbia.
Fa a meno di nome
generale, individuale,
instabile, stabile,
scorretto o corretto.

Non gli importa del nostro sguardo, del tocco
Non si sente guardato e toccato.
E che sia caduto sul davanzale
è solo un’avventura nostra, non sua.
Per lui è come cadere su una cosa qualunque,
senza la certezza di essere già caduto
o di cadere ancora.

Dalla finestra c’è una bella vista sul lago,
ma quella vista, lei, non si vede.
Senza colore e senza forma,
senza voce, senza odore e dolore
è il suo stare in questo mondo.

Senza fondo lo stare del fondo del lago
e senza sponde quello delle sponde.
Né bagnato né asciutto quello della sua acqua.

Né al singolare né al plurale quello delle onde,
che mormorano sorde al proprio mormorio
intorno a pietre non piccole, non grandi.

E il tutto sotto un cielo per natura senza cielo,
dove il sole tramonta non tramontando affatto
e si nasconde non nascondendosi dietro una nuvola ignara.
Il vento la scompiglia senza altri motivi
se non quello di soffiare.

Passa un secondo.
Un altro secondo.
Un terzo secondo.
Ma sono solo tre secondi nostri.
 
Il tempo passò come un messo con una notizia urgente.
Ma è solo un paragone nostro.
Inventato il personaggio, insinuata la fretta,
e la notizia inumana.

E come ha scritto alla fine dei suoi giorni la poetessa romena Nina Cassian recentemente scomparsa: “La sabbia rosicchia la mia sagoma./ Scompaio, / divengo con lei una cosa sola”.