Incontrare se stessi

All’orizzonte all’improvviso vedi qualcuno, forse un amico
Si guarda intorno spaesato, provi a farti vedere lanciandogli un sasso
Ma vieni interrotto, qualcosa ti urta la gamba e fa male
Ti giri di scatto, proprio dietro di te c’è un signore
S’è appena voltato di spalle
Corri verso di lui per scoprire perché abbia voluto colpirti
Ma comincia a scappare, voleva ucciderti
Ne sei sicuro
Altrimenti perché fuggire?

Chi ascolta la canzone degli Eugenio in Via Di Gioia Il tuo amico il tuo nemico tu riconosce subito il gioco di specchi che intercorre tra i movimenti del protagonista in seconda persona e quelli degli altri due personaggi, il nemico e l’amico citati nel titolo: capiamo immediatamente che si deve trattare della stessa persona. Tuttavia quel “tu” non può concepire l’esistenza di un sé separato da se stesso e la situazione gli appare ben presto così straniante da sentire il bisogno di eliminare la sua copia, azione che lo porta per sbaglio al suicidio.

Raccogli la pietra con cui lui prima ti ha colpito la gamba
E gliela scagli addosso, puntando alla testa, mira perfetta
Lui fermo da dietro, non scappa
Non se l’aspetta, quiete
Qualcosa da dietro ti spacca la testa.

Non a caso per Leibniz il principio di identità degli indiscernibili afferma che “Due cose sono la stessa se una può essere sostituita all’altra mantenendone la verità”. Due cose sono identiche se identiche sono tutte le loro proprietà, compresa la collocazione nello spazio e nel tempo. Ci si riferisce qui ovviamente al concetto di identità matematica, ma se estendiamo la definizione all’identità personale ci accorgiamo che le cose non sono poi così diverse. La possibilità di non essere più univoci, di non corrispondere più perfettamente a noi stessi, è per gli umani un incubo ricorrente. E proprio a un incubo viene paragonato l’incontro con una versione più giovane di se stesso che lo scrittore Jorge Luis Borges ipotizza nel primo racconto di Il libro di sabbia, racconto intitolato non a caso L’altro.

I due si incontrano su una panchina ma comunicano da due punti dello spazio e del tempo distinti. Questa distanza sembra bastare per fare di un singolo due persone diverse.

“Non vuoi sapere qualcosa del mio passato, e cioè del futuro che ti attende?”
Annuì senza dire parola. Io proseguii un po’ smarrito:
“Nostra madre è viva e vegeta nella sua casa all’angolo di calle Charcas a Maipù, a Buenos Aires, ma nostro padre è morto da una trentina d’anni. Di cuore. Il colpo di grazia gliel’ha dato un’emiplegia; la mano destra posata sulla sinistra come la mano di un bambino su quella di un gigante. E morto impaziente di morire, ma senza un lamento. […] A proposito, a casa come stanno?”
“Bene. Nostro padre sempre con le sue battute contro la religione. Ieri sera ha detto che Gesù era come i gauchos, che non vogliono mai compromettersi, ecco perché predicava per parabole.”

Come può il narratore riconoscersi pacificamente in un uomo che, sebbene corrisponda a se stesso, non ha vissuto un evento della vita così centrale come quello della perdita di una persona cara, e che anzi ancora conosce la sensazione che si prova a vivere e parlare ogni giorno con essa? L’anzianità del narratore del racconto non lo rende più consapevole e più ricco; pur avendo vissuto più a lungo la sua memoria non è una versione estesa di quella del giovane, che appare a volte anche più ricca e vivida.

Vidi che stringeva tra le mani un libro. Gli domandai cos’era.
“I posseduti o, secondo me, I demoni di Fedor Dostoevskij”, mi rispose non senza vanità.
“Non lo ricordo per nulla, com’è?”
Appena l’ebbi detto, sentii che la domanda era blasfema.
“Il maestro russo”, sentenziò, “è penetrato più di chiunque altro nei labirinti dell’anima slava.”

Il giovane ha un altro modo di sentire, un’altra quotidianità, altri ricordi, un’altra esperienza del mondo, una consapevolezza diversa del tempo presente. Alla fine il narratore giunge a proclamare la sostanziale diversità dal suo doppio.

Mezzo secolo non passa invano. Attraverso quella conversazione tra persone dalle letture miscellanee e dai gusti differenti, capii che non potevamo intenderci. Eravamo troppo diversi e troppo simili. Non potevamo ingannarci, e questo rende difficile il dialogo.

È curioso constatare come lo stesso autore in un racconto successivo, tornando sul tema del doppio e ipotizzando di incontrare la versione stavolta più anziana di sé, prossima alla morte, giunga alla conclusione opposta.

“Facciamo una prova. Qual è stato il momento più terribile della nostra vita?”
Mi chinai su di lui e parlammo allo stesso tempo. So che mentimmo entrambi.
Un lieve sorriso illuminò il volto invecchiato. Sentii che quel sorriso rifletteva in qualche modo il mio.
“Ognuno ha mentito all’altro”, disse, “perché ci sentiamo due persone, non una. La verità è che siamo due e siamo la stessa persona.”
 

Il Borges più giovane, in questo caso narratore in prima persona, sembra partecipare del dolore dell’interlocutore anziano e mostra di condividerne anche i timori.

“Scriverai i nostri versi migliori, un’elegia.”
“In morte di…”, dissi io. Non osai pronunciare il nome.
“No. Lei vivrà più a lungo di te.”

Forse non dovremmo stupirci della diversa predisposizione psicologica di Borges: l’immagine di noi che abbiamo nel futuro non può essere che una proiezione di quella del presente, solo nel passato è possibile cogliere le discrepanze che abbiamo con noi stessi, proprio perché non sono prodotte dalla nostra fantasia ma dalla realtà.

Eppure la nostra versione passata è qualcosa che ci dovrebbe essere familiare, che ricordiamo e che per la maggior parte del tempo delle nostre vite non mette in crisi la nostra incrollabile fiducia nell’identità e nell’unicità. Tutto sommato ci basta sapere che nel nostro corpo in un determinato momento c’è una sola versione di noi. Ancora più grande è lo sconcerto di chi si trova a immaginare che così potrebbe non essere. Nel libro La prosivendola di Daniel Pennac, il cervello del protagonista Benjamin Malaussene smette di funzionare, muore, a causa di un colpo d’arma da fuoco. Il suo corpo rimane in stato vegetativo. La famiglia di Benjamin e il medico Marthy non vogliono staccare la spina, ma il medico Berthold non sopporta che il letto di ospedale sia occupato dal corpo di un uomo cerebralmente morto e perciò comincia a prelevare gli organi di Benjamin per trapiantarli in persone che lui giudica vive e bisognose di cure. Proprio in questo momento si palesa al lettore la presenza di una vita che è tale nonostante l’assenza di coscienza. Il protagonista non può più raccontare in prima persona come nel resto del libro, ma al posto suo trova voce una curiosa terza persona che è in realtà il suo corpo.

Ma allora, che cosa resisteva in lui, se era scientificamente morto?… Che cosa aspettava la venuta di Berthold? Da dove veniva quella vigilanza, se il suo stesso cervello aveva definitivamente ceduto? C’era secessione nel suo organismo, non era più possibile nasconderlo. Contro il cervello che accettava senza porre resistenza di recitare la terza persona recisa (“lui è morto”, “lui” ci mancherà molto, “lui”, era formidabile), si ergeva una prima persona alquanto decisa: “Io” sono qui, ben vivo! “Io” ti dico vaffanculo, cagasotto che non sei altro, tu, i tuoi due emisferi del cazzo e i tuoi nove miliardi di cellule piramidali! “Io” non lascerò che Berthold mi faccia secco tagliandomi i fili!” “Esisto anch’io!” e soprattutto “voglio esistere”!

Sembrava una voce che arringava dall’alto il popolo innumerevole delle cellule non encefaliche. Una protesta di vita che assumeva dimensioni sorprendenti. Lui che non aveva militato da nessuna parte si sentiva la sede di una mobilitazione senza precedenti, l’anfiteatro di un concentramento in cui ciò che si esprimeva nella sua prima persona parlava in nome di una moltitudine cellulare. E tutte quelle cellule le sentiva attente fino ai confini più inconfessabili del corpo. Tutte le cellule, ricettive fino all’oblio di se stesse, formavano una cattedrale di silenzio dove la verità sarebbe esplosa e si sarebbe iscritta per l’eternità… almeno l’eternità!

Finalmente esplose.
Esplose sotto forma di uno slogan subito mobilitante: TUTTE LE CELLULE VIVONO AUTONOMAMENTE! BASTA CON IL CEREBROCENTRISMO!
BASTA CON IL CEREBROCENTRISMO! ripresero le cellule in un solo urlo.
BASTA CON IL CEREBROCENTRISMO! sbraitava l’organismo unanime.
BASTA CON IL CEREBROCENTRISMO!  gridava muta la sagoma distesa di Benjamin Malaussene nella penombra di una stanza dove lampeggiava una luce.

Il finale del romanzo è, se possibile, ancora più paradossale e problematico. Il cervello di Malaussene torna a funzionare di colpo, per miracolo, e la prima persona del narratore fa il suo ritorno. Ma a questo punto il protagonista si ritrova a non avere più organi interni, prelevati da Berthold per le donazioni. Adesso a mancare sono le cellule, che prima hanno tenuto in vita la sua identità.

Tutto si è detto sulle dolcezze della convalescenza.
Ma la resurrezione…
Berthold mi ha resuscitato, è vero. Certo, sotto la minaccia di Marty, però mi ha resuscitato. Tagliando e prelevando dal corpo di Kramer, trapiantando e cucendo nel mio, Berthold mi ha resuscitato. Dell’assassino e della vittima, Berthold ha fatto una persona sola…

Gli organi interni del protagonista vengono sostituiti con quelli del suo assassino. Quindi, alla fine de La prosivendola, Malaussene non è più Malaussene, ma è un “Egl’io” (titolo dell’ultimo capitolo del romanzo) un essere ibrido che ha perso insieme a pezzi del suo corpo anche se stesso.

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