Voi siete qui

Credo che a ogni persona sia capitato, almeno una volta nella vita, di smarrirsi nelle vie di una città sconosciuta o nelle stanze di un grande museo, durante una passeggiata nella natura o nel mezzo dello shopping frenetico in un centro commerciale.  In questi casi, lo strumento principale per ritrovare se stessi è, generalmente, una buona cartina. E il punto che ci individua sulla cartina è corredato, quasi sempre, da un’etichetta che recita “voi siete qui”.

In tema di smarrimenti, un breve racconto di Jorge Luis Borges, I due re e i due labirinti, narra l’infelice sorte del sovrano di Babilonia, che, avendo riunito i suoi architetti e i suoi maghi, “comandò loro di costruire un labirinto tanto involuto e arduo che gli uomini prudenti non si avventuravano a entrarvi, e chi vi entrava si perdeva”. Qualche tempo dopo, trovandosi ad ospitare presso la propria corte un re arabo e volendo prendersi gioco di lui, lo fece entrare nel labirinto. Il sovrano arabo vagò per il labirinto fino a sera e solo con il soccorso divino fu in grado di trovare la via d’uscita. Offeso per l’ingiurioso trattamento ricevuto, il re arabo mosse guerra al regno di Babilonia, riuscendo infine a sconfiggere l’odiato nemico e a farlo prigioniero.

Lo legò su un veloce cammello e lo portò nel deserto. Andarono tre giorni, e gli disse: “Oh, re del tempo e sostanza e cifra del secolo! In Babilonia mi volesti perdere in un labirinto di bronzo con molte scale, porte e muri; ora l’Onnipotente ha voluto ch’io ti mostrassi il mio dove non vi sono scale da salire, né porte da forzare, né faticosi corridoi da percorrere, né muri che ti vietano il passo”.

Poi gli sciolse i legami e lo abbandonò in mezzo al deserto, dove quegli morì di fame e di sete.

Le speculari prigionie dei due monarchi sono entrambe connesse al concetto di disorientamento. Nel labirinto babilonese tale disorientamento avviene a seguito di un eccesso: scale, porte, muri, bivi, cunicoli rendono impossibile, o quasi, l’individuazione dell’uscita. Nel deserto arabo, invece, la difficoltà di orientamento dipende piuttosto da una mancanza: nessun punto di riferimento si offre al prigioniero, che muore prima di ritrovare la via del ritorno.

Se, nel primo caso, l’individuazione di se stessi in una mappa del labirinto avrebbe potuto vantare una qualche utilità, nel secondo avrebbe invece sortito l’effetto di evidenziare un mero puntino in mezzo alle dune. Individuarsi nello spazio, insomma, risulta un’azione perfettamente inutile in assenza di ulteriori punti di riferimento

Il primo dato che ci si offre in relazione all’icona “voi siete qui”, tipica di mappe e cartine, è dunque il seguente: l’indicazione “voi siete qui”, da sola, non è sufficiente per rispondere alla domanda “dove siamo?”. Non è, quindi, il punto a individuarci nello spazio, quanto la riproduzione dello spazio stesso. Occorre sempre un rinvio a qualcosa che sia altro da noi.

Per di più, occorre notare che il “voi siete qui” non ci dà alcuna indicazione su “dove sia qui” né, soprattutto, su “cosa sia qui”.

Nel celebre discorso tenuto nel 2005 ai laureandi del Kenyon College, David Foster Wallace riferisce la seguente storiella:

Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?

Il discorso di Foster Wallace non ha la presunzione di spiegare “cosa sia l’acqua”, ma vuole piuttosto ricordarci la necessità di guardarci intorno con sguardo consapevole. Ci rammenta, in buona sostanza, che si può letteralmente essere immersi nel “qui” senza comprenderlo e che occorre “imparare a pensare”, nel senso di “esercitare un certo controllo su “cosa” e su “come” pensare”, riallacciando la questione dell’orientamento (a questo punto, non solo spaziale) al tema fondamentale del discernimento.

La semplice individuazione di se stessi, nello spazio, in un sistema o anche nella propria vita, di per sé nulla ci dice su quello spazio, quel sistema o quella vita. I pesci della storia sono perfettamente in grado di individuarsi a vicenda e possiedono, ognuno nell’altro, un reciproco punto di riferimento. Eppure gli manca l’elemento fondamentale, quello che dovrebbero avere sotto gli occhi, ossia la consapevolezza della loro stessa realtà.

È, dunque, totalmente inutile l’individuazione fornita dal “voi siete qui”?

No, almeno nella misura in cui possa essere un punto di partenza per intraprendere un percorso. Che dal “dove siamo?” ci possa condurre verso ulteriori domande, quali “dove è qui?”, “cosa è qui?”, “cosa ci facciamo qui?” e, soprattutto, “da qui, dove dobbiamo andare?”.

Lascia un commento a questo articolo

Prima di inserire un commento, assicurati di aver letto la nostra policy sui commenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *