[Report] Officina di gennaio 2026

L’Officina di gennaio è stata dedicata al tema della nostalgia: al nostro rapporto con il passato, con i ricordi, con il tempo che cambia.

Cecilia

A partire dall’editoriale, l’intervento ha presentato la nostalgia come “dolore del ritorno” ad un luogo e a un tempo passato. È quanto viene mostrato, in maniera semplice ed esplicativa, in questa scena di Inside Out.

A partire dalla rappresentazione contraddittoria della nostalgia giovanile come emozione impossibile e delegittimata in Inside Out 2, si è parlato della nostalgia come sentimento illusorio. Sono stati citati il passo di Guerra e Pace di Tolstoj e il brano I dreamed a dream del musical I miserabili. Si è infine fatto riferimento alla canzone White Christmas di Irving Berlin e al principio di anemoia (la nostalgia di ciò che non si è vissuto, di un passato che non si conosce se non per sentito dire). Questo sentimento spesso si prova pensando all’infanzia del “bianco Natale” rappresentata nei film e nelle canzoni.

Valerio

L’intervento principia da un testo tratto da Una questione privata di Fenoglio. Milton si ritrova davanti alla villa di Fulvia che riprende vita lungo il filo dei ricordi. La nostalgia provata per quei giorni felici trascorsi con la ragazza si contrappone al ricordo sbrigativo e cronachistico del periodo successivo speso sotto le armi:

Arrivò sotto il portichetto. «Fulvia, Fulvia, amore mio». Davanti alla porta di lei gli sembrava di non dirlo al vento, per la prima volta in tanti mesi. «Sono sempre lo stesso, Fulvia. Ho fatto tanto, ho camminato tanto… Sono scappato e ho inseguito. Mi sono sentito vivo come mai e mi son visto morto. Ho riso e ho pianto. Ho ucciso un uomo, a caldo. Ne ho visti uccidere, a freddo, moltissimi. Ma io sono sempre lo stesso».

La nostalgia per una relazione amorosa mai realmente compiuta caratterizza anche la storia raccontata dal Dylan Dog n. 74, Il lungo addio. Qui presente e passato si mescolano, confondendo i ricordi del protagonista e cercando un finale diverso, ma comunque ugualmente incompiuto.

Similmente Guido Gozzano, in Cocotte, da un lato si abbandona a un amore sognato e consolatorio, dall’altro dona alla protagonista della sua poesia una nuova vita. Qui la nostalgia diventa azione creatrice: non solo il decadente abbandono nell’estetica dell’incompiuto (“non amo che le rose che non colsi“), ma la giovinezza eterna che solo l’arte può donare (“sarà come se a te, per mano, io riportassi te, giovine ancora“).

Lungo il filo dei ricordi e degli amori adolescenziali si muove anche la celebre scena di C’era una volta in America. Un anziano Noodles osserva dal buco nel bagno il magazzino dove, una vita prima, la giovane Deborah si esercitava nella danza tra i sacchi di farina. Noodles è ormai uno sconfitto – come ben sintetizza Vinicio Capossela nella canzone Dove siamo rimasti a terra Nutless, ispirata al film. I suoi occhi lucidi guardano alla purezza di una vita alternativa ormai irrimediabilmente preclusa.

Infine, il tormentato rapporto di Jay Gatsby con il passato: qui la nostalgia muta e diventa ossessione, pretesa di poter cambiare il corso degli eventi:

«Non pretenderei troppo da lei» arrischiai. «Non si può ripetere il passato.»
«Non si può ripetere il passato?» fece lui incredulo. «Ma certo che si può!»
Si guardò intorno sconvolto, come se il passato fosse in agguato nelle ombre della casa, appena fuori portata delle sue mani.
«Rimetterò tutto esattamente com’era prima» disse facendo un gesto energico col capo. «Vedrai.»
Parlò molto del passato, e ne dedussi che cercava di ritrovare qualcosa, forse un concetto di se stesso che era scomparso nell’amore per Daisy. Da allora la sua vita era stata confusa e disordinata; ma se poteva ritornare a un certo punto di partenza e ricominciare lentamente tutto da capo, sarebbe riuscito a scoprire qual era la cosa che cercava…

Particolare interesse desta soprattutto il finale di questo testo: Gatsby non cerca solo di riportare alla luce l’amore di Daisy, ma anche e soprattutto “un concetto di se stesso“. Forse un sogno di giovinezza?

Luca

Siamo partiti da una domanda: cosa innesca la nostalgia?

Una mancanza, un’assenza, una lontananza. Cosa succede, però, quando quel qualcosa lontano o assente, in realtà, non c’è? Quando non possiamo sapere esattamente cosa sia o dove cercare? Abbiamo cercato la risposta ne La luna e i falò di Cesare Pavese. Il protagonista Anguilla, dopo aver fatto fortuna in America, torna nelle Langhe nel paesino dove è cresciuto – orfanello e adottato da una famiglia di mezzadri. Qui non può fare a meno di chiedersi dove sia effettivamente nato:

Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire «Ecco cos’ero prima di nascere»…

Nel rivedere i vecchi sentieri e la vecchia casa, si accorge che alcuni alberi di nocciolo sono stati abbattuti. In quel momento, in quel piccolo particolare, trova e troviamo parziale risposta alla domanda iniziale:

Capii lì per lì che cosa vuol dire non essere nato in un posto, non averlo nel sangue, non starci già mezzo sepolto insieme ai vecchi, tanto che un cambiamento di colture non importi.

Pavese ci parla di nostalgia attraverso il senso di appartenenza, il bisogno di radici, anche quando non le si conoscono, per avere un posto in cui tornare. Un luogo che ti aspetta e dove è facile rivedere negli altri la propria vita passata, bella o difficile che sia stata.

Anche Natalia Ginzburg, ne Le piccole virtù, ci parla della nostalgia per la sua casa lontana, del tempo dedicato alla scrittura e di come il diventare madre le abbia sottratto proprio quel tempo. Eppure, proprio attraverso sottrazioni la Ginzburg trova nuove sensazioni:

… ho imparato a poco a poco … Avevo nostalgia della mia città, e l’amavo molto nel ricordo, l’amavo e ne capivo il senso come forse non m’era mai accaduto quando ci abitavo …

Infine c’è chi, come Trilussa, di radici non ha più bisogno:

Ma dove ve ne andate,
povere foglie gialle,
come farfalle spensierate?
Venite da lontano o da vicino?
Da un bosco o da un giardino?
E non sentite la malinconia
del vento stesso che vi porta via?

Mariavittoria

Spesso quando pensiamo alla nostalgia ci viene naturale volgere lo sguardo al passato, al tempo trascorso, ai momenti lasciati indietro che non possono tornare mai più: ricadiamo quindi nei ricordi. Più il ricordo insiste su un momento felice o su un periodo denso di vissuto più ne sentiamo la nostalgia.

La canzone di Guccini, “Piccola Città“, rivive la sensazione di quando si lascia un posto in cui siamo nati, che ci ha plasmato, ci ha visti in un modo che ora non siamo più.

Guccini, che declina la nostalgia in varie forme nelle sue canzoni, in “Farewell” non esita a ricordare un amore sfiorito, lasciato andare all’inevitabilità delle cose che finiscono anche se non come pensavamo noi.

L’amore è un sentimento complesso, spesso porta a galla aspetti di noi che non conoscevamo. Spesso è proprio lo specchio che ci chiede di fare i conti con noi stessi, scendere a patti, capire in che punto siamo del nostro percorso. E no, non sto parlando della persona che sta con noi.

Che tu ci sia o non ci sia
ormai è la stessa cosa,
comunque sia io ho nostalgia.

Questi versi di Patrizia Cavalli da “Poesie. 1974-1992” esprimono bene questo concetto: non è necessario che la persona che amiamo (o che abbiamo amato?) sia presente o meno. La mancanza di cui si parla non riguarda qualcosa esterno a noi, ma che è dentro di noi, se non propriamente noi. Se non siamo risolti, se non siamo scesi a patti con noi stessi, avremmo sempre nostalgia di una parte di noi che non sa cosa vuole o dove vuole essere.

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