Scrivere storie in un centro commerciale

È stato stupefacente scoprire ancora una volta che è possibile condurre un laboratorio di scrittura nel viavai di un centro commerciale in un sabato pomeriggio. E’ accaduto ieri per la quarta volta in un anno all’IperCoop di Ravenna dove, per tre ore, 45 persone hanno letto testi di narrativa (Cechov, Carmine Abate e Giovanni Lindo Ferretti), hanno svolto diversi esercizi di scrittura e si sono messe in gioco pubblicamente per il desiderio di esprimersi in modo creativo e di imparare a raccontare delle storie. [Continua »]




Di chi è questa giornata?

«…eppoi il silenzio scenderà su tutta questa avventura e la trepidazione dei cuori di placherà». Alessandro Dietrich pone quest’epigrafe al racconto della sua prigionia a Dachau-Wietzendorf, con la consapevolezza che “quella faccenda” era conclusa, e che in fondo era meglio così. Troppo il dolore, troppe le umiliazioni subite… meglio non parlarne né ai figli né alla moglie. E così il faldone dei suoi appunti rimase dentro una cartellina, dopo la sua morte, per vent’anni buoni. Ricordare. Cosa significa questo spolverìo di cassetti? di chi è questa Giornata della Memoria? a chi e a cosa serve? La Shoah non è più soltanto una “questione ebraica”. Tanto meno tedesca. Non riguarda più, soltanto, “questo” persecutore né “quel” perseguitato. [Continua »]


Ricordando Kapuscinski

Ryszard Kapuściński

Ryszard Kapuściński

E così un’altra vecchia quercia se n’è andata. Restiamo senza parole, noi piccole ghiande. Era un magnanimo. Nelle sue parole sentivi il mondo che aveva visto, le persone con cui aveva condiviso il pane, anche quand’era un tozzo; c’erano spazi immensi dentro i suoi silenzi, ore di attesa negli aeroporti, e il silenzio rattrappito di chi sta rintanato in una trincea, senza sapere se in questo minuto, o in quello successivo, ci cadrà dentro una granata. Era venuto a Roma due mesi fa per presentare, in anteprima mondiale, l’uscita di una raccolta di poesie del suo grande amico Czeslaw Milosz. Incontrarlo, ascoltarlo, è stato un dono inaspettato (leggi qui l’ULTIMA INTERVISTA). Al Caffè Greco scelse di leggere una poesia inedita intitolata Cieli; e a rileggerla, avverto tutto il meditato sapore di un testamento spirituale. [Continua »]


Impegno: forse un nuovo fronte è oltre la Storia?

Non so da dove prenderlo, questo discorso qui. Il tema non è nuovo: letteratura e impegno. La mia idea è che ai fronti tradizionali dell’impegno in letteratura (la denuncia sociale, il romanzo-inchiesta, la testimonianza, la rappresentazione degli sconfitti, la politica in senso lato ecc) se ne sia aggiunto un altro: ritrovare i luoghi della speranza.

Il contesto a cui penso è l’occidente industrializzato contemporaneo. Anzi, piazziamoci un decennio fa, tanto per garantirci un salutare distacco e limitiamoci alla nostra Italia.
Siamo nel 1996, allora, in Italia. La verità: l’occidente industrializzato ha realizzato un sogno coltivato per secoli: il benessere diffuso, la liberazione dal bisogno, il quasi tutto per quasi tutti. Certo ci sono dei vincenti e dei perdenti ma, a volerla vedere materialisticamente, ci sono tanti vincenti e pochi perdenti. L’altezza media salita a ritmi che sanno di miracolo (sintomo di buona alimentazione), l’aspettativa di vita (siamo secondi al mondo, mi pare), la diffusione dei cellulari: le statistiche cantano chiaramente: larghe fasce della popolazione italiana vivono in condizioni di sostanziale benessere. Certo, sono rimaste le malattie, sono rimaste sacche di disagio, ma i grandi numeri non mentono: un italiano medio nel 1996 può aspettarsi di campare sino agli ottant’anni senza soffrire freddo, fame, eccetera.
A me questa situazione sembra uno straordinario laboratorio di analisi: l’uomo ha finalmente ottenuto dal mondo quasi tutto quello che poteva desiderare, si è preso quello che gli serviva e ne ha goduto. Sarà felice, allora.
Direi di no.
Quello che a me sembra sia successo è che gli italiani, pur avendo avuto quasi tutto, abbiano scoperto di non essere felici, non più di prima. Hanno viaggiato per il mondo, si sono riempiti la pancia di carne rossa, si sono spalmati la pelle di creme esfolianti. Hanno appoggiato il sedere su divani a quattro ruote, hanno liberato e rioccupato il proprio tempo in mille modi diversi. Hanno ingozzato i sensi e raschiato il fondo di quello che la materia aveva da dargli ma hanno scoperto che non bastava.
Gli italiani mi sembrano, e mi baso su una visione puramente empiriche di quello che mi vedo attorno, arruolabili a pieno titolo in quella che nell’ultima Urbi et Orbi Benedetto XVI ha fotografato come “umanità gaudente e disperata” da cui si leva una “invocazione straziante di aiuto”.
(È una visione borghese che lascia fuori fette importanti di umanità? Sì, ma riguarda milioni di esseri umani ed è della letteratura prodotta dai loro figli che sto parlando.)

Si dice: gli scrittori hanno perso il contatto con la realtà. Che, tranne eccezioni, non sono più in grado di incidere sulla storia. Che non riescono più ad immaginare un futuro. Che non incarnano una lotta per migliorare il mondo, che sparano a salve.
Cose così.
Io ho una teoria.
E se il deficit non fosse negli scrittori ma nelle cose stesse? Se avessimo toccato un fondo?
Se la colpa non fosse degli scrittori ma della materia, che ci ha dato tutto quello che aveva lasciandoci con la constatazione che tutto ciò che è solo materia non serva a nulla? Se fossimo giunti ad una “fine”in cui – finalmente o purtroppo – le uniche soluzioni immaginabili sono fughe verticali dalla dimensione storico-materiale dell’esistenza?

La mia idea è che non sono gli scrittori a non impegnarsi, ma che esista un nuovo fronte dell’impegno – legittimo quanto gli altri – un fronte che ancora non riusciamo a percepire, posto ai confini della materia: tra il tutto e il nulla, tra la vita e a morte, al confine di ciò che percepiamo con i cinque sensi.
Un impegno che si svolge nel ricordare che possono esistere luoghi della speranza ad un uomo che si affanna a cercarla nell’immondizia laccata e profumata dei prodotti di consumo di cui si circonda, nella cronaca che non vive più di un giorno, in una storia che dura non più di una vita.
Impegno è superare la percezione documentaria dei fatti, è slabbrare la realtà per aprire delle crepe e vedere cosa c’è dietro. Impegno è continuare a sbattere contro muri per superare i confini del mondo. Impegno è sciogliersi e solidificarsi e sciogliersi ancora, per vedere di che pasta siamo fatti. Impegno è non arrendersi ai sensi, perché i sensi hanno perso.

Impegno è investire l’universo con tutta la potenza della propria intelligenza/cultura/sensibilità in una inesauribile ricerca della possibilità di una felicità ulteriore.
La letteratura deve re-inventare la parola “speranza”.
Perché se non ho speranza allora il Vesuvio può esplodere adesso e non piangerò una lacrima.

Non ho detto niente di nuovo? È augurabile.

Qualche esemplificazione.
1. Le ultime straordinarie pagine di “Una questione privata”, di Beppe Fenoglio.
Milton, il protagonista, torna alla villa in cui la sua “questione perivata” è cominciata. È reduce da una “investigazione” che non ha portato a nulla. Nulla è cambiato nel mondo di Milton nelle cento pagine che si è lasciato alle spalle: lui non è cambiato, non ha salvato il suo amico, non ha acquisito una sola informazione sulla relazione tra l’amico/rivale Giorgio e la sua amata.
Alla fine del libro si torna esattamente al punto di partenza, la vita non ha prodotto nulla, la storia non ha influenzato e non è stata influenzata dagli sforzi di Milton. Tutto è stato inutile. Ed eccola qui la fuga: una corsa disperata tra l’eternità e il mondo che, ai miei occhi, rappresenta la metafora dell’impegno che attende la letteratura nei prossimi decenni. Uno slancio che cerca di forzare le categorie della Storia per ridare vita una speranza perduta. Una corsa che salta via dalle pagine, che fa schizzare il cuore via del petto, che scioglie la materia, che trasfigura la morte nella rappresentazione di un “Oltre”.

homunculus_8_abandonad_toda_esperanza2. “Homunculus”, manga di Hideo Yamamoto (editore Panini)
Questo manga, dal disegno immaturo, racconta l’incontro tra un senzatetto, Nakoshi Susumu, e Ito Manabu, un giovane laureando in medicina. Ito sta cercando una cavia per praticare un esperimento di trapanazione del cranio finalizzato ad attivare sensi che un normale essere umano dovrebbe avere sopiti, consentendogli una relazione con il mondo non filtrata dai sensi. Dopo l’operazione Nakoshi diventa capace di vedere gli homunculus, quelli che potrebbero essere le rappresentazioni fisiche dei pensieri e dei sentimenti più nascosti di una persona: la persona che si adatta al mondo pur di non avere conflitti viene vista come un essere di sabbia, mentre l’uomo che si mostra forte per superare un dramma accadutogli da piccolo è visto come un bambino chiuso in un robot.
La storia diventa uno studio sperimentale della tenuta della natura umana rispetto alle categorie del reale a cui siamo abituati.
Ebbene: cos’altro potrebbe raccontare un autore di un paese con un reddito procapite di 27.000 $ l’anno che voglia parlare del vero cuore del suo paese, se non la ricerca di nuove forme delle esistenza con cui sostituire i gusci vuoti di quella che si sta lasciando alla spalle. Come potrebbe esprimersi meglio il suo impegno se non attraverso la messa in scena di giovani che si trapanano il cranio alla ricerca di nuovi sensi? Forse denunciando la Yakuza?

E cosa dovrebbe fare una persona che voglia parlare del cuore dell’Italia degli anni ’90 se non raccontare una “umanità disperata e gaudente” che, consumati tutti i territori esplorabili con i cinque sensi, deve riscoprire altri?


Il male senza parole: Stefano Jacomuzzi

All’inizio del 2004, anno che si è rivelato di particolare fortuna per la narrativa breve (1) , è uscita postuma anche un’agile raccolta di racconti di Stefano Jacomuzzi, Il male senza parole e altri racconti per i tipi della Joker, e a cura di Franco Pappalardo La Rosa. L’autore, meglio conosciuto come insigne italianista, negli ultimi anni di vita (è scomparso nel 1996) si è cimentato anche come narratore, pubblicando i romanzi Un vento sottile (1988), Le storie dell’ultimo giorno (1993), e Cominciò in Galilea (1995). Il male senza parole raccoglie sei brevi racconti, non inediti, poiché già tutti pubblicati su diversi quotidiani nell’arco di tempo corrispondente a quello di pubblicazione dei tre romanzi. [Continua »]