Luteum
(L’editoriale di BombaCarta nella traduzione latina di Rosa Elisa Giangoia)
Aliquot diebus ante cum amica mea loquebar. Tunica lanea reticulata rubra cum parva fascia lutea induta erat. Omnia ei aequa erant. Praesertim quod ei crines flavi et coloris candor sunt. Post aliquot temporis puncta non omnia optima esse, etiam si mihi quid discreparet clarum non esset intellexi. Non poteram oculos meos in frontem suam defigere. Postea ei dixi: – A te quaeso ut parvam fasciam tollas.- Sublata parva fascia, oculi mei suam faciem et speciem humanam reciperunt. Luteum in culpa erat. [Continua »]


Raymond Carver non è fra i miei autori preferiti. Capirete quanto trovi paradossale io stesso il fatto che, se dovessi indicare solo tre brani di narrativa o di poesia fra quelli che amo di più, ebbene tutti e tre sono opera di Carver (“Una pacchia”, “Cattedrale” ed “Ultimo frammento”). Da anni mi interrogo sulla questione ed ormai non posso che accettarla così com’è. L’unica constatazione che mi è possibile è che evidentemente questi brani hanno avuto su di me l’effetto di una rivelazione sorprendente: hanno squarciato un velo, tolto una benda dagli occhi. Voglio concentrarmi solo sul terzo, “Ultimo frammento”; sì per il contenuto, ma anche in virtù del senso (anche biografico) che ha per l’autore stesso: è il suo epitaffio, il che lo fa suonare come una sorta di testamento poetico. Rimando all’
I racconti “criminali” sono arrivati anche nel nostro laboratorio grazie alla prima stesura di una narrazione di Andrea. Gli elementi ci sono tutti: una casa di campagna un po’ appartata, un ostaggio bendato e malmenato, un delittuoso antefatto, una pistola, due personaggi dai soprannomi (“matto” e “maciste”) poco rassicuranti. Andrea ha un debole per la letteratura “hard boiled”, il romanzo poliziesco, il racconto giallo, ma la passione per questo genere di narrativa deve fare i conti con il rischio di costruire delle storie basete su elementi stereotipati. Bisogna saper andare oltre la patina superficiale di un immaginario alimentato da tanti film e romanzi di genere se non si vuole semplificare troppo la vicenda, banalizzare la tragedia di un destino e ridurre i personaggi a caricature.
L’altro giorno parlavo con un’amica. Indossava un maglione rosso e una sciarpetta gialla. Stava benissimo. Tra l’altro è bionda e la sua carnagione chiara. Dopo qualche minuto però c’era qualcosa che non andava, ma non capivo bene che cosa. Non riuscivo a guardarla bene in viso. Poi le ho detto: per piacere, puoi toglierti la sciarpetta? Appena tolta, il suo sguardo riappariva nella sua accessibilità umana. La “colpa” era del giallo. Il giallo le donava, la rendeva migliore, ma anche più distante, meno visibile, sebbene più brillante. L’occhio, alla fine, si affaticava. Il rosso, tra l’altro, esaltava il giallo dandogli una connotazione calda. Però il giallo accendeva il rosso. Era troppo per una conversazione rilassata. Era come se