Pugni & Strega, stridono i Nirvana.

«No, il vero dramma è che da un momento all’altro si era rotto l’incantesimo. Da un momento all’altro, dopo quella serie che mi aveva attaccato alle corde, i rumori e le grida e le voci e tutto il resto mi erano tornati addosso come un treno merci, e i colpi non li vedevo più al rallentatore, non avevo quella sensazione quasi magica che mi permetteva di giocherellare con i miei avversari, quella sorta di sguardo rallentato che mi faceva vedere i colpi non prima che partissero ma mentre ancora erano in movimento, e agire di conseguenza. D’un tratto la realtà si era ricomposta là davanti agli occhi così com’era, alla sua velocità, e questo mi terrorizzava.»
Metto su un glorioso ultimo disco (In Utero, Nirvana) per un libro che raccoglie tre racconti, Pugni di Pietro Grossi, (Sellerio, 2006), che ha immediatamente proiettato il ventottenne autore nella cinquina del Premio Strega di quest’anno. [Continua »]

Ogni testo di narrativa rivela la percezione della vita del suo autore. Ci sono testi amari, imbevuti di disincanto e di sfiducia. Altri, invece, anche quando raccontano episodi drammatici, sono capaci di speranza. Ce ne rendiamo conto a partire da una bella prima stesura di un racconto di Stefania. È la storia dell’incontro tra un uomo dagli “occhi liquidi”, seduto tra alcune baracche di lamiera sotto i ponti di una tangenziale, la sigaretta in bocca e un cane tra le braccia, e una giovane donna giunta a un punto di non ritorno della sua esistenza. Una donna bisognosa a tal punto di una parola che l’aiuti a superare lo stallo in cui si è fermata la sua vita che, nel prestare attenzione a quest’uomo e nel guardarlo intensamente negli occhi, le sembra di “nuotare in un lago e più parlava più la consistenza del tempo cambiava”. 
Thor Kunkel, che nella quarta di copertina dispiega la sua zazzera spiovente e lo sguardo allucinato da montatore di film porno, è uno dei più controversi e discussi scrittori di lingua tedesca, pur non avendo, anche per motivi anagrafici, divise delle Waffen SS in armadio (cfr. il premio Nobel G. Grass). Con Pornonazi (Fazi, 2006) si cimenta in un temi difficili, capaci di incendiare il più timido dei critici letterari. Nel libro i due elementi che compongono l’astutamente ardito titolo vengono mescolati con mestiere, insieme a sfondi Berlino e Tripoli anni ’40, Marlene Dietrich plus Afrika Korps, in un cocktail molotov che tuttavia brucia solo superficialmente. In realtà, la scabrosità degli argomenti maschera una attenta, impietosa ma fredda, analisi della folle volontà di potenza nazionalsocialista e della guerra persa della “Kälte” biologica contro l’umano. Karl Fussman è uno scenziato e, incidentalmente e per motivi di mero carattere estetico – quella nera è l’unica divisa che attira realmente le ragazze – anche una SS.