Il colore del romanzo di Marco Candida

Aspettando l’arrivo del primo romanzo di Marco Candida, l’Autore sta realizzando un godibilissimo book-stage. Condendo il tutto di gustosissimi aneddoti.
Sempre Marco realizzò un esilarante reportage dell’officina di BombaCarta quando ancora Vibrisse era un bollettino spedito via posta da Giulio Mozzi.

Rilanciamo – nell’anno bombacartaceo dei colori – l’undicesima puntata del book-stage

Scherzando, in casa editrice, avevo dichiarato che la prima parte di La mania per l’alfabeto avrebbe potuto pubblicarsi nella collana Questo e altri mondi, la seconda parte nella collana Indicativo Presente, e la terza parte nella nuova collana Spore. Continuando a scherzare ho detto che, anzi, il romanzo si sarebbe potuto spezzare in tre volumetti e farli uscire simultaneamente per ciascuna collana, e a questo punto sono stato squadrato con l’aria di chi vuol farti capire che un bel gioco dura poco. Scherzi a parte, sono fiero che La mania per l’alfabeto esca per Indicativo Presente – la collana dei Trevisan, dei Mozzi e Voltolini, dei Castaldi, dei Verasani, dei Casadei –, e credo anche sia la sua collocazione più giusta.

Cambiando argomento – ma forse solo in apparenza –, ieri mi ha telefonato la libreria Girasoli, sotto casa mia, e mi ha informato di essere stata contattata dal rappresentante delle vendite per cercare di piazzare il mio libro. Abbiamo parlato per un po’, fino a quando non mi è stato riferito che il rappresentante mi ha paragonato all’autore spagnolo Javier Marias. La cosa mi ha lasciato un po’ perplesso, perché non credo di aver letto mai nemmeno un rigo di Javier Marias. Anzi, lì per lì ho faticato a ricordare persino chi fosse. “E’ il più grande autore spagnolo contemporaneo!” mi è stato detto. “Ah, bene, se è il più grande …” io ho replicato in un atteggiamento un poco splenetico. In fondo, però, stavo esagerando. Avrebbe potuto andarmi molto peggio: avrei potuto essere rivenduto come un nuovo Totti o un emergente Ficarra e Picone. Con questo voglio sostenere che l’essermi sentito paragonare a qualche altro autore – sia pure di una portata enorme – mi abbia fatto sentire meno me stesso: l’assimilazione – a meno che non sia ostentata, dichiarata, esibita – è un modo oltre che per promuoverlo, anche per distruggerlo un autore emergente. Mentre, infatti, mi immagino il rappresentante affermare: “Marco Candida scrive un po’ come Javier Marias”, contemporaneamente mi immagino la libreria, che si vede passare migliaia di libri all’anno sotto agl’occhi, pensare: “Ma se Marco Candida scrive un po’ come Javier Marias, perché promuovere lui, anziché Javier Marias? Ce ne facciamo qualcosa di un altro Javier Marias?”. L’assimilazione è un modo per promuoverlo e distruggerlo un autore. È una specie di pedaggio che un autore deve pagare: “Non ti aspetterai di essere una voce originale? Non ti aspetterai di aver dato corpo a qualcosa di unico? Quelle sono favole per bambini, caro il mio “autore”! Apri gl’occhiacci miopi! “Autore” è una parola come un’altra! Ce ne sono a bizzeffe come te, caro il mio “autore”! Raddrizza quella scogliosi! Javier Marias, vedrai, è solo la punta, dell’iceberg! Ahahahahahahahahahah!”.

Ovviamente io stesso sono consapevole che La mania per l’alfabeto si possa assimilare ad altro. Anzi, dopo che abbiamo stabilito il titolo dell’opera, ho cominciato a ricercare tutte le opere che avessero titoli simili, e ho fatto diventare questa l’attività spasmodica, l’autentica mania degli ultimi due mesi. Ho visto almeno per tre o quattro volte a caccia di qualche analogia troppo evidente il film Alphabet. Ho visto un numero di volte impressionante L’uomo senza sonno, dove un uomo non dorme da un anno, e quando nella fabbrica nella quale lavora viene accusato di avere lasciato per negligenza che la pressa strappasse il braccio a un collega, comincia a sospettare che esista un complotto contro di lui. Nel film l’uomo fa uso di post-it. Ho visto e rivisto il cortometraggio Post-it, dove un bambino trova per casa una serie di post-it scritti dalla madre perennemente assente. Su YouTube ho trovato un video fatto di post-it.

C’è poi un giallo nelle librerie dove la protagonista utilizza post-it per risolvere l’enigma di turno – e alle Messaggerie di Milano è stata allestita una vetrina intera per pubblicizzare il libro (il risultato è che nemmeno ricordo titolo e autore), dove si riproduceva l’ufficio della detective del romanzo con tutti i particolari (la scrivania ingombra di carte, il mobile degli schedari, la bacheca con ritagli di giornali, e su tutto post-it gialli con scritte in pennarello nero). Il punto è che nessuna di queste storie presenta analogie troppo evidenti con il mio La mania per l’alfabeto. È sicuro che fogli e post-it ci sono e costituiscono lo sfondo del romanzo, ma la loro presenza assume significati del tutto diversi. Tra l’altro, posso dire che, secondo la mia impressione, come il romanzo può essere scorporato e adattato alle tre diverse collane Sironi, così il romanzo incorpora tre generi letterari diversi: nella prima parte La mania per l’alfabeto è un romanzo rosa, nella seconda parte è un romanzo sul precariato – che colore ha un romanzo di questo genere? – e nella terza parte si trasforma in un romanzo nero con punte da romanzo dell’orrore. Senza contare che tutto assieme il romanzo può essere letto come un romanzo giallo ossia un romanzo dove per tre quarti assistiamo a una storia di cui non riusciamo a cogliere il significato reale, fin quando nell’ultimo quarto capiamo il significato reale, e allora avvertiamo come fittizio il significato precendente. Con Giacomo Maria, scherzando, parlando di letteratura, gli domando sempre di che colore potrebbe essere un romanzo di Kafka, di Proust, di Dostoevskij, e ogni volta finisco col dirgli che il mio romanzo se dovesse avere un colore sarebbe… l’arancione.