La carne, la pelle e la nudità (da indossare)

Michelangelo,_Giudizio_Universale_31Proprio al termine dell’Officina di sabato scorso è arrivato questo testo qui sotto citato, tratto da I 4 amori di C.S.Lewis, che ha fatto quasi esplodere una “bomba” (del resto a cosa servono le Officine di BombaCarta?). Si parlava di carne, pelle e tutto il resto e poi all’ultimo è toccata a me dire qualcosa e mi è venuto in mente che  noi uomini abbiamo tre pelli: la pelle del corpo, i nostri vestiti e la nostra casa. Sono tre pelli che velan, svelano e ri-velano la nostra verità. Che ci separano dagli altri e al tempo stesso ci mettono in contatto con essi, perchè il tatto è un senso riflessivo: nel momento che il mio dito tocca qualcosa, quel qualcosa tocca il mio dito; toccando sono toccato; ogni tatto è un con-tatto. Insomma si parlava di tutto questo ed è arrivato questo testo che, era inevitabile, ha fatto discutere. Subito qualcuno al termine della lettura ha preso posizione contraria a quella di Lewis, sostenendo che quello che Lewis afferma non è un fatto “naturale” ma culturale, frutto di mere convenzioni sociali.   Ai posteri, cioè a voi lettori, l’ardua sentenza…
“Non è forse vero che, quando siamo nudi, riveliamo la parte vera di noi stessi? In un certo senso, no. La parola naked (“nudo”) era in origine un participio passato; l’uomo nudo era l’uomo che aveva subito il processo di denudazione, vale a dire di sbucciamento, o di pelatura (il verbo era usato in riferimento a noci e frutta). Fin dai tempi più remoti, l’uomo nudo è apparso ai nostri progenitori non come l’uomo naturale, ma come l’uomo innaturale; non come l’uomo che non si è vestito, ma come l’uomo che, per qualche ragione, è stato spogliato. Ed è un dato di fatto – chiunque potrà rendersene conto in un bagno pubblico maschile – che la nudità mette in risalto la comune umanità, e smorza i fattori di individualità. In questo modo noi siamo “più noi stessi” quando siamo vestiti. Nel momento della nudità gli innamorati cessano di essere semplicemente John e Mary, per lasciare il posto all’uomo e alla donna universali. Si potrebbe dire che essi hanno indossato la nudità, come un manto cerimoniale o come un costume per una sciarada”. (da I 4 amori, di C.S.Lewis, p.97)


La pelle della carta

“Tre cose ci mancano. Numero uno: sapete perché i libri come questi siano tanto importanti ? Perché hanno sostanza. Che cosa significa in questo senso “sostanza” ?Per me significa struttura, tessuto connettivo. Questo libro ha pori, ha caratteristiche sue proprie, è un libro che si potrebbe osservare al microscopio. Troverete che c’è della vita sotto il vetrino, una vita che scorre come una fiumana in infinita profusione. Maggior numero di pori, maggior numero di particolarità della vita per centimetro quadrato avrete su un foglio di carta, e più sarete “letterario”. Questa è la mia definizione, ad ogni modo. Scoprire le particolarità. Particolarità nuove! I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano sfuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano. Capite ora perché i libri sono odiati e temuti ? Perché rivelano i pori della faccia della vita.”[1]

cartaQuando Montag, protagonista del romanzo distopico[2] di Ray Bradbury “Fahrenheit 451“, chiede all’anzianoFaber quali siano gli ingredienti che mancano alla società anestetizzata in cui vive, la risposta è che il primoelemento è rappresentato dal tessuto connettivo che è la sostanza propria dei libri, messi all’indice perché eco di un senso più profondo della vita che va oltre la mercificazione dell’esistenza.

Libri di carta (ed ecco spuntare il materiale qui trattato), che a dire dell’anziano Faber, figura di maestro-guida per il cammino di liberazione interiore di Montag, viene percepita come un essere vivo, pulsante, che profuma a tratti di “noce moscata e di certe spezie di origine esotica“, con pori che dilatano la materia fino a renderla trasparenza della poesia della vita, nel bene come nelle prove attraversate dal genere umano. È come se la carta con i suoi caratteri scuri che emergono dal colore niveo del testo respirasse del pensiero di chi ne ha partorito i contenuti, facendo a sua volta respirare di una boccata di speranza chi ne viene a contatto. Non a caso poi la parola latina “faber” nasconde molteplici significati, tra cui spiccano quello di “artigiano”, “fabbro”, “artefice”, e parlando di carta e mestieri, quello del tipografo può essere considerato una forma di artigianato moderno, da recuperare nel rapporto con la materia perduta. Il termine “tipografo” mi evoca anche le immagini simboliche della “Galassia Gutenberg” usate dal sociologo Marshall McLuhan per spiegare i cambiamenti portati dall’avvento dei caratteri mobili della stampa per arrivare fino al villaggio globale dei nostri giorni, dominato dai media elettronici, che nel linguaggio utilizzato – penso ad esempio al concetto di “E-book” e “libro elettronico” – portano in sé a mio avviso una nostalgia per la materia traspirante e viva del materiale cartaceo. Nel racconto di Bradbury è proprio la carta stampata ad essere temuta e divenire oggetto degli incendi appiccati dal corpo dei militi del fuoco che adottano il simbolo della salamandra come sorta di totem ispiratore. Come ci spiega l’autore, nell’epoca immaginaria in cui sono immersi Montag e Faber, il rischio corso dall’umanità è quello di sostituire al fluire di vita dei libri quello dell’occhio inquisitore del Segugio meccanico <strana combinazione rauca di uno sfrigolio elettrico, di un crepitio, un grattamento metallico, un girar di ruote dentate che si sarebbero presto dette arrugginite e invecchiate dalla diffidenza>.

Recuperare un sano rapporto con il messaggio veicolato dalla carta stampata e viva dei libri diventa per l’autore del racconto – maggiormente conosciuto per il suo capolavoro “Le cronache marziane” – l’antidoto per vincere la distopia di una vita artificiale disumanizzante e disincarnata di chi rischia di dimenticare che la forza dell’uomo è il tessuto connettivo di sapere e relazioni che riesce a creare.


[1] Brano estratto dal “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, da cui è stato tratto l’omonimo film diretto da François Truffaut nel 1996
[2] Distopico: dal sostantivo “distopia”, ovvero anti-utopia. La storia narratanei romanzi distopici riguarda le tematiche della società attuale, spostando però l’interesse su un’epoca e un luogo distanti o successivi a una discontinuità storica. Termine usato nella letteratura – la fantascienza in primis -per rappresentare società fittizie, con un intento di denuncia sociale.


Una seconda possibilità

Saving_Mr._Banks_Theatrical_Poster

L’altra sera sono andato a cinema a vedere il film Saving Mr.Banks. Al termine ho fatto come quel personaggio in Amarcord di Fellini che esce dal cinema e dice fissando la cinepresa: “Bellissimo, ho pianto moltissimo!”. Il film è bello, non bellissimo, ma mi ha toccato profondamente, commosso e dato come un senso di ristoro, di balsamo. A volte l’arte può anche essere così, rinunciare a voler scorticare a tutti i costi la nostra dura pellaccia (anche in tempi duri come quelli attuali) e confortarci un po’, facendoci sentire meno soli e mortali e nutrendo la nostra sempre fragile speranza. [Continua »]


Carne, la materia di cui sono fatti gli uomini

muscoli

Presente, in carne e ossa! L’uomo è tutto qua? In effetti ci sono anche il sangue, i nervi, i capelli, le unghie e la pelle! Ma per dire uomo in effetti già basterebbe dire “carne”. La carne dice la verità dell’uomo, è la sua definizione più autentica: se diciamo che uomo è di pietra, o di plastica e un altro invece è di carne, stiamo dicendo che solo quest’ultimo è un vero uomo.
Ma la carne, che cos’è? Meglio, visto che quest’anno il tema delle Officine di BombaCarta è Materiali, la domanda allora è: “ma la carne è un materiale?“.
Di fronte a questa domanda qualcuno si potrebbe offendere, non siamo solo questo ammasso di muscoli e basta, giusto? Anche se io posso dire, di mio figlio, “sei carne della mia carne”, mi rendo conto che c’è qualcosa di più, qualcosa che si insinua sotto, dentro, oltre la materia. E qui spunta fuori l’ospite sgradito: lo spirito. L’uomo in fondo, lo dicono tutti, forse anche i non credenti, è senz’altro carne ma anche spirito, è uno spirito incarnato, è anima ma anche corpo, è materia, ma non solo. Mi chiedo se esistano ancora i materialisti puri. Forse sì, e alcuni stanno pure dentro BombaCarta. Gli stessi cristiani, a sentire il teologo Romano Guardini, devono esserlo, visto che “il cristianesimo è la religione più materialista di tutte”. [Continua »]


Creatività ed arte della parola

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa maggiore difficoltà che uno scrittore potrebbe in­contrare nella stesura di un romanzo è riuscire a disciplinare un libero pensiero in una forma o in una struttura ragionata e predisposta in modo tale che, tra contenuto ed espressione, ci sia perfetta reversibilità e congruenza. Forse per questo talvolta un autore, dopo avere ceduto fin dal titolo tutta la parola, o meglio la ‘voce’ agli eroi del  suo romanzo, può ritenere legittimo far sentire la sua, dall’esterno della finzione narrativa, per evidenziare le sue personali posizioni ideologiche sulla letteratura in genere, o sui contenuti specifici della propria ‘fabula’, in particolare.

Ma è anche vero che un libro, essendo sotto lo sguardo diretto di chi lo legge, dovrebbe già contenere in sé la sua giustificazione: nemmeno l’autore ha il diritto di vincolare la libertà di fruizione e interpretazione del destinatario della propria opera. Qualsiasi prodotto letterario, una­ volta creato, vive di vita propria, fonte generatrice di una varietà di significati, moltiplicabili all’infinito, in rapporto all’epoca storica, al gusto individuale, alla cultura, alla visione del mondo e delle cose di ogni potenziale lettore. Le considerazioni dell’autore non sono mai essenziali all’economia di un libro, servono innanzitutto a sé stessi, a fissare le proprie intenzioni ed a chiunque ritenga utile conoscerle.  Ecco perché un autore, al termine della propria ‘fatica’ letteraria, potrebbe pensare tra sé che non riproduca con fedeltà quanto aveva ideato nella sua mente. [Continua »]



Oh, i soliti Cohen!

Prima un venditore di Oldsmobile di Minneapolis in Fargo, uno slacker incasinato nel Il grande Lebowski, un saldatore texano reduce dalla guerra del Vietnam in Non è un paese per vecchi, uno sceriffo non più giovane e alcolizzato ne Il Grinta.

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Ora il nuovo pupillo dei fratelli Coen è un cantante squattrinato del Greenwich Village con gatto in braccio e chitarra in spalla che si esibisce nei pub e usa un linguaggio scurrile. Tornati sia alla sceneggiatura che alla macchina da presa (l’ultima volta era stato nel 2007), i due fratelli premi Oscar ci raccontano, iniziando sulle note del brano “Hang me, oh hang me”, i progetti, le disgrazie, i divani, le persone e le canzoni che il musicista folk Llewyn Davis vive, vede, incontra e canta. Llewyn è il classico personaggio che riesce a rendersi simpatico al pubblico. Tutti dentro la storia non lo sopportano e preferirebbero che stesse fuori dalle loro vite, ma alla prima marachella, che in realtà è la millesima, lo spettatore lo guarda con quell’espressione che si ha quando si parla di un ragazzino monello, ma irresistibile e con un mezzo sorriso comprensivo sul viso esclama “Oh, il solito Llewyn!”. Pensando solo alla sua musica, non guarda chiaramente al futuro, immaginandolo solo pieno di macchine volanti e hotel sulla luna; è innamorato di una donna impegnata, in continua ricerca di un posto dove dormire e segnato da un tragico lutto, Llewyn Davis non ha un posto nel mondo e prova disperatamente di trovarne uno nella discografia, compiendo per questo anche un breve e bizzarro viaggio verso Chicago. Se per alcuni il canto è una gioiosa espressione dell’anima, per il nostro nuovo amico è ben altro: è passione, tormento, voglia di riscatto, è un canto intimo che viene dal profondo e diventa troppo personale per aprirsi al grande pubblico. E tu, seduto a guardare, speri in nome della musica e della fortuna che ce la faccia, che le cose a quel disastroso uomo vadano a buon fine. A proposito di Davis è un film che si chiude nello stesso modo in cui si è schiuso, un cerchio che racchiude in sé poesia, personaggi stravaganti (da citare il cameo di John Goodman, immenso come sempre), attori che fanno da cantanti e cantanti che fanno da attori, lo stampo inconfondibile di Joel e Ethan Coen e una colonna sonora protagonista formata principalmente da pezzi tradizionali americani. Un film che pur lasciandoti un senso di dispiacere, ti fa passare due ore all’insegna della buona vecchia musica e ti insegna che se una canzone non è mai stata nuova e non invecchia mai è una canzone folk.

Martina Barone ha 17 anni e studia al liceo Pilo Albertelli di Roma