BC vs. Berlicche
Berlicche è un nome “scherzoso” per indicare il diavolo. Un nome che è diventato famoso soprattutto grazie all’edizione italiana del long-seller di C.S.Lewis, The Screwtape Letters intitolato appunto Le lettere di Berlicche. Un libro geniale che dal 1942 ha conosciuto un successo mondiale ininterrotto, basato sull’idea semplice di presentare l’epistolario tra un vecchio e potente diavolo, Berlicche appunto, che dà consiglio al suo giovane nipote, Malacoda, alle prese con il suo primo “incarico” (cioè dannare l’anima di un giovane inglese, alquanto restio a lasciarsi condurre all’Inferno). In una di queste sulfuree 33 lettere ad un certo punto leggiamo che Berlicche suggerisce a quel povero diavolo del nipote questo consiglio: “Aggrava quella caratteristica umana che ci è utilissima: l’orrore e la negligenza delle cose ovvie“. Davvero geniale il buon (si fa per dire) Berlicche, e anche preciso con l’uso delle parole, infatti dice “aggrava” come a dire che la tendenza di fuggire e disprezzare le cose ovvie è già nella natura degli uomini, si tratta solo di assecondarla dunque.
Per fortuna per gli uomini c’è sempre qualcuno, sparso per il mondo, pronto a remare contro, ad andare un po’ contro natura, meglio, oltre la natura. Forse anche BombaCarta può essere iscritta in questo club di chi non si arrende alla natura e cerca di superarla invitando tutte le persone che finisce per incontrare a riscoprire il gusto per la bellezza nascosta nelle cose ovvie. [Continua »]

È mattina. Accendo la luce, mi stiracchio ancora mezzo annebbiato e inforco gli occhiali. Ed ecco che le linee si fanno precise, i contorni definiti, le forme esatte. Sguscio dalle coperte, alzo la serranda e l’alba concede una replica al ritardatario abbagliandomi dalla finestra. Sciacquo il viso e lo specchio mi restituisce una faccia stropicciata. Mi trascino in cucina, dove la moka borbottando spreme l’agognato caffè. E con questa facciamo quattro. Occhiali, finestra, specchio, bicchiere: mentre il mio cervello sta ancora inserendo il diesel, il vetro ha già fatto quattro comparse nella mia giornata.
Qualche giorno fa un tweet: uno dei principali quotidiani italiani usciva in edicola con un restyling di grafica e impaginazione. Giorni di campagna pubblicitaria, su carta e via web. Il direttore cinguetta più volte al riguardo, e celebra il “nuovo” giornale di carta. Molti retweet lo accompagnano, tra questi uno rilancia un’affermazione categorica: “Il giornale incarta la vita”. Ecco – penso mentre leggo – questo è un assunto, giocato probabilmente sull’assonanza con il verbo “incarnare”, (e forse anche “incantare”) che racconta moltissimo del giornalismo italiano; che rende il paradosso di un mestiere di umile vocazione e di pratica superba, nell’accezione più viziosa. Ma – penso, ricordando il tema proposto per l’Officina di aprile, che quella sia una dichiarazione che ci aiuta a riflettere anche sul senso delle parole, sull’uso della carta, e sulla vita che può essere incartata. Il giornale, in questo caso, di carta, può “incarnare” la vita, riuscendo davvero a essere strumento di servizio? La carta è assorbente, si lascia imprimere e segnare. Che sia nero, o che sia colore. Accetta su di sé storie e notizie che altri hanno scelto per lei. Se ne fa carico, in modo definitivo. Perché a differenza di altri strumenti che veicolano informazioni, parole, immagini, su carta non c’è possibilità di aggiornare, modificare, linkare, in tempo reale. Per giornali e libri di carta, una volta stampati, “il segno è tratto”. Hanno una fisicità spazio-temporale che li contraddistingue. Una singolarità, e unicità data appunto dalla materia. In tal senso, forse, possono “incarnare” e “incartare” qualcosa o qualcuno (la vita, la storia di una persona). Certo anche un tablet, un kindle, una pagina web hanno un loro spazio, un proprio peso, ma con caratteristiche molto diverse. 