Sentenza di vita
Con le sentenze ingiuste è scritta la storia dell’umanità. O almeno quella dell’Occidente. L’evento mitico della filosofia greca, narrato da Platone nell’Apologia e nel Critone, è il processo a Socrate di Atene. E la condanna a morte di Gesù di Nazareth ci viene ribadita per quattro volte dai Vangeli. Se dalla storia passiamo alla fiction, non ce la caviamo meglio. Carlo Collodi dipinge con italica ironia il giudice gorilla il quale, dopo aver ascoltato commosso la deposizione di Pinocchio contro il gatto e la volpe, sentenzia benignamente: «Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque, e mettetelo subito in prigione».
Dovendo plasmare un demone in carne e ossa, Cormac McCarthy sceglie un uomo di legge – il giudice Holden – che alla sua prima comparsa accusa di pedofilia un predicatore, aizzandogli contro la folla, salvo precisare in seguito di non averlo mai visto prima. Ma la letteratura, per quanto grande, impallidisce davanti realtà della caccia alle streghe di Staggia e Massa Finalese; davanti al “caso” Enzo Tortora; davanti alle vicende giudiziarie di Carlos DeLuna e dei circa 340 innocenti condannati a morte negli USA. [Continua »]


A proposito di allenatori, c’è un detto che gira da sempre nel mondo del calcio e dello sport e che dice “squadra che vince non si cambia”. Posso comprendere come sia nato e che abbia una certa logica, ma se uno ci riflette un po’ si renderà conto che contiene in sé enormi rischi. Prendiamo l’esempio della Spagna al recente mondiale brasiliano, uscita già dopo due partite, due sonore sconfitte consecutive, oppure, meglio ancora, pensiamo al malinconico esito dell’Italia del 2010, quando il “mister” Marcello Lippi realizzò un errore doppiamente sciagurato: tornò indietro sulla saggia decisione che nel 2006 lo aveva spinto a dimettersi all’indomani del mondiale vinto, e tornò indietro anche nella formazione della nazionale richiamando il gruppo reduce della vittoria di quattro anni prima. Così, oggi, la Spagna: stesso C.T., stesso gruppo-squadra. Questi episodi ci insegnano una cosa, che tornare indietro è impossibile e quindi privo di senso, per cui non è veritiero il detto suddetto ma è più intelligente fare il contrario: squadra che vince deve essere assolutamente cambiata, altrimenti l’insuccesso è inevitabile. L’appagamento, dovuto al successo, porta a sedersi, a sentirsi sazi, a perdere fiducia, grinta e speranza, a perdersi e a perdere. 
Nella mia vita agonistica sono stato un pessimo nuotatore e un mediocre pallanuotista. Durante questo percorso ho incontrato gli allenatori più svariati. Alcuni erano più giovani e improvvisati, altri di consumata esperienza; alcuni erano più bonari, altri ti inseguivano urlando negli spogliatoi. Uno di loro era particolarmente aspro e più volte avevo avuto l’impressione che serbasse, per me, un trattamento più rude di quello cui erano oggetto i miei compagni di squadra. Dopo un episodio più fastidioso dell’usuale, mi decisi a chiedergli il motivo. Immaginavo che avrebbe negato, o che si sarebbe inquietato ancora di più. Invece, la sua risposta mi stupì a tal punto da ricordarla ancora parola per parola. “Tu puoi essere molto più forte di così”, mi disse, “per questo da te pretendo di più. Quando smetterò di parlarti, lì si che ti devi preoccupare”. Non smise mai di parlarmi, ma io non diventai più forte. Ancora oggi mi chiedo se credesse veramente nelle mie potenzialità o fosse solo un modo per tranquillizzarmi. In entrambi i casi, l’episodio ci mostra come un allenatore sia, innanzitutto, un maestro.
Della riflessione sull’espressione artistica e creativa il più possibile aperta che è propria di Bombacarta ritengo possano far parte anche momenti di cordiale ospitalità verso contributi di provenienze diverse. L’autore di questa recensione è Alex Bardascino, nato a Legnano il 31/10/1988. Attualmente segue il Master in Lingue e letterature moderne presso l’Università di Liegi.