Mestieri e Negozi
Io sono un professore e quando mi presento a volte aggiungo, autoironicamente, la famosa battuta, penso statunitense per cui “chi sa fare, fa, chi non sa fare insegna”. In effetti io non so “fare” quasi niente: in attività manuali e pratiche il mio voto non ha mai raggiunto la sufficienza. Anche per questo mi piace BombaCarta, che, non a caso, mi trovo a presiedere: c’è un’aria un po’ da dilettanti allo sbaraglio in questa stramba realtà che da oltre sedici anni imperversa nell’affollato campo culturale italiano. Sul valore del “dilettantismo” se n’è già parlato, più volte, e quindi non ci ritorno, mi interessa ora il fatto che in genere in BombaCarta ci si mette a fare cose che ancora non si sanno fare, si va agli incontri di Officina o di Laboratorio non perchè “competenti” ma perchè curiosi e vogliosi di crescere in quel confronto con gli altri che può colmare le nostre piccole e grandi lacune. Quindi, ricapitolando, poco insegnamento, molta pratica. Esercizi non lezioni, da qui i nomi scelti ai nostri incontri (officina, laboratorio). Non mi meraviglio dunque, anzi ne sono lieto, del tema scelto per questa stagione che sta per cominciare: mestieri e negozi. È un tema che ho proposto io nel corso degli ultimi anni ma in passato era stato sempre bocciato. Ora è rispuntato fuori ed è veramente elettrizzante.. cosa mai potremmo tirar fuori quest’anno da questo strano binomio? Vedremo.
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“Tenete per voi il vostro Byron che commemora le disfatte degli uomini. Io verserò lacrime di orgoglio leggendo l’orario delle ferrovie.” (L’uomo che fu Giovedì, di G.K.Chesterton)
Passeggio per il corso del paese di Maratea, amena località della costa lucana sul Tirreno dove villeggio praticamente da sempre, finalmente c’è un po’ di sole, e mentre scendo verso la piazzetta mi rendo conto di una cosa, forse con ingenua meraviglia: la differenza tra il paese e la città è che nel primo la gente si saluta. Nel piccolo paese tutti si conoscono, un fatto che ovviamente ha anche dei tremendi effetti collaterali. Forse a causa delle mie più recenti letture estive (i saggi di Karl Rahner sulla poesia e L’istinto di narrare di Jonathan Gottschall), ma c’è qualcos’altro che attira la mia attenzione: nella piazza del Municipio, intorno alla fontana, una serie di panchine sotto gli alberi sono affollate di paesani, con la coda dell’occhio noto una mattonella inchiodata su una delle panchine: un disegno ritrae un uomo anziano seduto e sopra campeggia la scritta “Assèttati e cùntami ‘u fatto” (dal dialetto locale: “Siediti e raccontami il fatto”).
Tradurre Chesterton richiede sempre uno “strabismo”: da una parte occorre un’attenzione certosina al significato letterale e una premura rigorosa a rispettarlo, dall’altra occorre avere anche una grande premura al significato che c’è dietro la lettera e, perciò, è necessario talvolta essere audaci al punto di allontanarsi dal significato letterale per restare vicini al senso. So che suona come un controsenso, di fatto il mestiere di tradurre è un non-senso, ma è un non-senso proficuo; è una lotta per cercare un equilibrio. Ci si chiede costantemente: “a cosa è più necessario che io sia più fedele”? Ogni scelta è un rischio. In quest’opera, però, mi azzardo a dire che Chesterton è più semplice del solito, cioè il linguaggio è più diretto e asciutto (rispetto ad altri suoi testi), perché ne L’uomo che fu Giovedì è la trama a farla da padrone, la battaglia è nel senso delle vicende narrate e le parole devono catapultare il lettore nel mistero delle cose e delle persone che entrano in scena.
“Luglio col bene che ti voglio/ vedrai non finira’ ia ia ia ia/ luglio m’ha fatto una promessa/l’amore portera’ ia ia ia ia[…] é luglio da tre giorni e ancora non sei qui/ vieni da me c’e’ tanto sole, ma ho tanto freddo al cuore/ se tu non sei con me/ luglio stamane al mio risveglio non ci speravo più ia ia ia ia/ luglio credevo in un abbaglio e invece ci sei tu ia ia ia ia”.
Un percorso iniziato nel 1973, scandito da partenze e ritorni, da instancabili passeggiate con gli occhi tra le stratificazioni urbanistiche, sociali e letterarie della città.
I libri che nei prossimi mesi potremo leggere in quest’ottica di condivisione letteraria ed emotiva con il Santo Padre sono 20, alcuni per noi notissimi e molto letti, anche se sovente purtroppo incrostati da sovrapposizioni scolastiche (Eneide, I promessi sposi), alcuni noti più di nome che per lettura diretta (Memorie dal sottosuolo di Dostoevskj, Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, Odi di Hölderlin), altri di frequentazione più popolare e locale (Cento poesie di Nino Costa, in piemontese), altri ancora legati ad interessi teologici e religiosi (Meditazioni sulla Chiesa di De Lubac, Sul sacerdozio di Agostino d’Ippona, Memoriale di Pierre Favre, L’opposizione polare di Romano Guardini, Il divino impaziente di José Maria Pamán, Il racconto del pellegrino. Autobiografia di Ignazio di Loyola), ma tutti gli altri sono testi sconosciuti ed introvabili in Italia, quasi tutti specificamente letterari, che dovrebbero quindi aprire prospettive inedite dal nostro punto di vista critico. Quest’ipotesi è pienamente confermata dal primo romanzo pubblicato, Tardi ti ho amato (1948) della scrittrice inglese Ethel Mannin (1900 – 1984), del tutto sconosciuta in Italia, in quanto nessuno dei suoi numerosissimi romanzi è stato tradotto, come neppure è in italiano la voce che la riguarda in wikipedia, in parte ripresa da anarcopedia, ma per dare rilievo più alle sue vicende personali e politiche che per presentare la sua vasta produzione letteraria.