La tenace poesia di Nicola Bultrini

 

latrincea11“Tenete per voi il vostro Byron che commemora le disfatte degli uomini. Io verserò lacrime di orgoglio leggendo l’orario delle ferrovie.” (L’uomo che fu Giovedì, di G.K.Chesterton)

Il tempo è se le cose si consumano/ la poesia è un resistere audace” canta Nicola Bultrini a metà della sua ultima raccolta di poesie La specie dominante e audace è lui, l’autore, marchigiano trapiantato a Roma dove esercita la professione di avvocato tra una suonata con il suo sassofono jazz e il lavoro meticoloso di cantore-archeologo della Grande Guerra tema sul quale ha sfornato diversi saggi dove la ricostruzione storica si intreccia con la passione poetica (ovviamente nella figura emblematica di Ungaretti). E Ungaretti lo ritroviamo affiorante in modo implicito in diverse pagine di questa breve e intensa raccolta che da subito mette in luce un’idea che sta molto a cuore all’autore: la vita e la poesia, insieme, come resistenza, come tenacia, come forza di andare “controvento” (espressione significativamente ricorrente in più liriche).

 

Per Bultrini è molto importante la Storia, la sua “distanza” che permette alle parole di diventare “immense” e “tenaci”, realizzando come per Manzoni un’aspra lotta contro il tempo, questo Cronos della mitologia greca che divora i suoi figli; una lotta che trova nella poesia il suo campo e il suo eroe audace perchè solo la poesia può resistere, custodire, salvare.

L’idea che però emerge è che la vera poesia sia orale e feriale, nasca dalla vita quotidiana e ad essa riconduca, evitando il rischio della scrittura intesa come fissazione del flusso vitale in un’idea o, peggio in una ideologia perchè “la cosa peggiore è scrivere il dolore/ illude di poterlo decifrare”. Evitare il rischio della scrittura e, ancora di più, quello della letteratura: “E’ una fragilità che mi corrode./ Perciò tenete voi la grande letteratura/ e tutta l’arte/ A me lasciate solo la speranza”. Ancora una volta, Bultrini fa i conti con l’erosione che la vita comporta, erosione di senso, di significato, di memoria, di forza, e contro questa corruzione dichiara di voler resistere: “ma io voglio restare /immobile non visto/ un osservante”. L’osservazione conta più dello scrivere, è la natura più profonda del poeta, stare fermo e vedere, senza la premura di scrivere o l’illusione di sapere: “ma scrivere per oggi non mi salva/ le parole cui contavo/ di affidare tutto il male del mondo […] tu credimi, che a volte/ vorrei il coraggio di non sapere”. Ci vuole coraggio, audacia, per andare e vivere di una “gioia controvento” che ci porta anche ad immergerci nelle ombre della vita, quotidianamente: “Suona la sveglia all’alba, la casa/ negli odori che riposa./ Anche noi obbediamo a una luce/ nella foschia che forza l’inverno”. Se la vita è oscura, questo permette alla luce di brillare più forte e allora non resta altro che obbedire, essere “osservante” dove la parola assume anche i colori religiosi, una sfumatura che traspare anche nei testi apparentemente più prosaici e cronachistici come quando l’autore si sofferma sulle vicende della propria storia famigliare, piccole saghe delle provincia italiana con la guerra sempre sullo sfondo: “Così Nicola prese moglie, le figlie/ e quattro biciclette/ Passò il ponte e tuonavano le bombe./ In uno stagno gettò quel che poteva/ pregando di fuggire la razzia”, un incipit che risuona fortemente dell’episodio della Genesi di Giacobbe al guado dello Yabbok, prima dell’incontro-scontro con il fratello Esaù e con l’angelo di Dio. E’ un corpo a corpo con la propria vita la poesia per Bultrini, uno scontro che non si consuma istantaneamente ma si dipana nello spazio e nel tempo, con una speranza forte che proprio nella trappola delle abitudini ci può essere gioia, riscatto, compimento, per cui bisogna affidarsi a quel tempo che “francescanamente” (nel senso di Bergoglio) è più importante dello spazio: “ci penserà il tempo/ a rendere il dolore un’abitudine […] sarà il tempo a darci spazio/ i gesti ordinari ci salveranno

 

Nicola Bultrini, La specie dominante, Nino Aragno editore, 2014, pp.70, euro 8,00

(il presente articolo è apparso su Il Foglio il 22 agosto 2014)