La necessaria indecenza degli Zen Circus


Prima di recarmi in sagrestia per i riti soliti che precedono l’inizio della celebrazione eucaristica, ho acceso il computer per leggere appunti raccolti su una band toscana, gli Zen Circus. Da settimane e mesi ascolto gli Zen. Sono rimasto folgorato, non vi è dubbio. Mi piace l’album “Andate Tutti Affanculo” pubblicato nel 2009. Ora… gli Zen Circus stanno alle parolacce come il cacio sui maccheroni. Così è motivata la scelta del titolaccio nella nota, scritta dal trio, che accompagna la distribuzione del disco: «Ci prendiamo la libertà di mandare l’Italia di oggi, i suoi rituali borghesi, le sue liturgie, le sue maschere liberiste a quel paese. È il nostro gioco serio, l’urlo più naturale che c’è quando ci si trova accerchiati e non si riconosce più chi è amico e chi nemico. Quando tutti pretendono rispetto, mancandolo puntualmente».

La track list è un turpiloquio. Dovrò comunque citarla, ma gli epiteti non sono gratuiti né irripetibili. Sono invece dei proiettili sparati in faccia e con una precisione degna di un tiratore scelto. Ce n’è per tutti: operai, giovani e anziani, froci (non gay), borghesi, politici, ben pensanti e genitori. Nel disco c’è un “vaffa…” rivolto a tutte le religioni, specie alla morale cattolica e al clero. Azzardo un’analisi, considerando i brani in cui i cristiani cattolici sono chiamati in causa.

“Vivere male, vivere tutti. Per nostro Signore dei compromessi. Nel vangelo di Giuda è scritto così. Che tu sia maledetto tu che regnerai”. È il verso iniziale del brano We Just Wanna Live. (Citare il vangelo di Giuda equivale a una dichiarazione d’indipendenza dalla Chiesa di Roma). Un pezzo che gli Zen Circus hanno suonato davanti la sede di Radio Maria (guarda il video in coda al post). Un’azione più volte promessa durante le loro esibizioni live e mantenuta.
Secondo gli Zen Circus, Radio Maria perpetuerebbe il famoso detto popolare “Siamo nati per soffrire”. La presunta insistenza dell’emittente mariana sui “Novissimi” (Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso), tema caro a Giovanni Paolo II e a tutta la Chiesa, è inteso (o frainteso) dagli Zen come un pericoloso ritorno alla religione preconciliare che sponsorizzava una vita purgativa, fatta di privazioni e di penitenze continue, anziché promuovere la ricerca della felicità e le potenzialità dell’uomo. Nessun godimento, pena l’inferno.

La teologia contemporanea sui “Novissimi” dice il contrario, la Chiesa da secoli annuncia la Resurrezione con modi e linguaggi sempre nuovi, ma senza cambiare i contenuti della fede e la legge morale derivante. È ugualmente vero che una rock band non legge manuali di escatologia, tanto meno il Catechismo della Chiesa Cattolica. Gli Zen si domandano: perché arrendersi e patire, perché non combattere, perché non vivere felici?

Era dunque necessario esibirsi davanti a un simbolo della tradizione cattolica per provocare un corto circuito nella trasmissione dei dati riguardo la fede e la vita dell’uomo. La band, usando l’ironia, mette al bando quei dogmi che non offrono soluzioni al dolore e ricette per la felicità. Soffrire non piace a nessuno. Se nasciamo abbiamo il diritto a un’esistenza gioiosa. Il grido degli Zen Circus: “noi vogliamo solo vivere”.

Anziché urtare, il disco provoca un esame di coscienza. Come sacerdote, mi rendo conto che nelle catechesi e nelle omelie tendo a sublimare la sofferenza, non abilitando il popolo ad affrontare i problemi e a vincerli. La speranza così è battuta da un vittimismo strisciante che si annida pericolosamente in alcuni cristiani, e non solo nei credenti. C’è la presunzione di spiegare tragedie, lutti e pianti. L’atavico vizio dell’uomo occidentale di razionalizzare ogni cosa. E se la ragione s’affanna, si anestetizza il dolore con la promessa della vita eterna.

“We just wanna live” è una ballata amara: “Ho una macchia nera sul cuore, lo sai”. Un inno dei boy scout al rovescio, il canto di una corale di giovani incazzati che manifestano il dissenso da una dottrina sterile e per niente consolatoria. Alla band pisana manca una rivelazione. Quel “Grazie Signore, ci insegni a soffrire” è voler prendere Lui per il bavero della giacca e intimargli di svelare il perché del dolore.

Un’epifania di Dio è necessaria per capire il valore della vita, cui tutti siamo attaccati. Ad esempio, nell’episodio della Trasfigurazione, Gesù cambia aspetto per rendere più sopportabile, alla vista dei suoi discepoli, il dolore che lo investirà e dare loro la certezza che – dopo la notte – arriverà l’alba della resurrezione. Il dolore stende la sua ombra anche su Cristo, il Figlio di Dio, perché necessario al disegno di salvezza. È mistero della fede. Per gli Zen Circus la sofferenza è invece priva di senso. Non c’è lo sguardo delle fede che allarga gli orizzonti su un Dio che ha scelto la strada della sofferenza per attuare il suo piano salvifico, cioè ritornare a Lui per mezzo di Cristo.

Ora l’iPod suona Vuoti a Perdere, cantato da Nada. Una presenza per niente casuale. Nel 2007 cantava di Gesù nella canzone omonima, inclusa nell’album “L’Amore è Fortissimo e il Corpo No”, un titolo che ricorda l’evangelica esortazione “Lo spirito è pronto ma la carne è debole”. In quel brano c’è un Gesù trasfigurato nella gente comune.

«Anche se non sono religiosa – spiega Nada – mi ha sempre affascinato la storia di Gesù, il mio è un Cristo laico, una persona incompresa, emarginata, che porta le sofferenze del mondo. Mentre incidevo l’album sono scoppiati i disordini a Genova nel G8, io guardavo quelle immagini raccapriccianti e le legavo a questa canzone». L’interprete di “Ti Stringerò” e “Amore Disperato” canta la follia del Figlio di Dio: “Cristo era un figlio come te. Lui era il figlio di Dio. Un folle che qualcuno chiama re”. La fede è follia. Non siamo lontani dalla verità.

Gli attacchi frontali al cattolicesimo sono presenti nella title track Andate Tutti Affanculo. Ascoltare con attenzione la coda della canzone… Il dialogo tra la ragazza e il prete è una scena tratta dal film “L’esorcista” (mi fido delle fonti, io non ho visto il film). In Gente di Merda c’è l’offesa a Dio, urticante e fuori luogo.

Il loro urlo però è sincero e sfrontato. Tratti tipici dei toscani. La provocazione è ben accolta, fatte le dovute eccezioni. Prendere sul serio il cristianesimo, liberarlo da forme devozionali desuete e ormai prive di significato. È la sollecitazione che si nasconde nella traccia finale Canzone di Natale, storia di un tossico che prega Dio perché riceva in dono soldi per comprarsi quanto gli occorre dal pusher, il vero boss della notte santa.

Secondo gli Zen Circus, è ora di gettare la maschera dell’ipocrisia, diventare adulti e responsabili per incidere positivamente nella vita sociale di una nazione bella ma allo sfascio, seguendo la legge evangelica dell’amore per dare senso ad ogni cosa. Questo però lo scrivo io, dopo aver detto messa. E lo dice la Chiesa da duemila anni.
Disco consigliato.

https://www.youtube.com/watch?v=EyMaPjmA0Gg

  • Alberto

    il film è “L’eretica”, non l’esorcista