Carta: tutto il mondo, ma piatto

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“…In quell’Impero, l’Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa di una sola Provincia occupava un’intera Città, e la mappa dell’Impero un’intera Provincia. Col tempo, queste Mappe Smisurate non soddisfecero più e i Collegi dei Cartografi crearono una Mappa dell’Impero che aveva la grandezza stessa dell’Impero e con esso coincideva esattamente. Meno Dedite allo Studio della Cartografia, le Generazioni Successive capirono che quella immensa Mappa era Inutile e non senza Empietà l’abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei deserti dell’Ovest restano ancora lacere Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendicanti; nell’intero Paese non vi sono altre reliquie delle Discipline Geografiche”.

Così Borges nella sua raccolta di poesie e brevi prose intitolato L’artefice. E Jorge Luis coglie nel segno, poiché è proprio vero che la carta, intesa non solo come “carta geografica”, è una vera duplicazione del mondo. La carta la puoi sovrapporre a tutto il resto, anche a tutto il mondo, e l’effetto funziona. Una volta c’era un matto di cui non ricordo il nome, che girava il mondo incartando tutto, palazzi, isole… Ma poi cos’è un libro, forse il manufatto più geniale e perfetto che si possa fare con la carta, se non una ripetizione, una sovrapposizione, una duplicazione del mondo e delle sue infinite storie? Uno dei primi libri che ho letto da bambino si intitolava Storie della storia del mondo di Laura Orvieto, un’antologia della mitologia greca. Quel libro ora l’ho perso ma è impresso, proprio il libro (non solo il contenuto) nella mia mente in modo indelebile. Ha proprio ragione Romano Guardini quando dice che un libro è “un piccolo oggetto ricco di mondo”. Un atlante, un dizionario, un’enciclopedia... tutti piccoli oggetti di carta che contengono mondi interi: che capacità di compressione, concentrazione, che magia!Altro ricordo antico, sempre sul tema della sovrapposizione. C’era, a quei tempi, la carta carbone. C’era perchè a quei tempi si usava la macchina da scrivere. Tu mettevi due fogli di carta, sovrapponendoli con precisione, e in mezzo mettevi questo foglio scuro, che da una parte macchiava anche (il suddetto “carbone”) e cominciavi a scrivere, ed ecco che usciva la cosiddetta “copia carbone”, cioè il testo aveva già due copie pressoché identiche. Oggi non esiste più la carta carbone, ma non esiste più nemmeno la macchina da scrivere e forse non esiste più la carta: viviamo il periodo della digitalizzazione, del computer, di internet etc etc.. Se la carta era già un simulacro del reale, ma comunque era qualcosa di tangibile, ora stiamo nell’epoca della realtà online, della smaterializzazione, il che è un problema per chi, come noi di BombaCarta, abbiamo messo a tema proprio i “materiali” (e potevamo non scegliere il materiale “carta”?).

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Il tema della smaterializzazione mi fa pensare ad un altro manufatto di carta che, come e forse più del libro, ha avuto un impatto straordinario sulla storia degli uomini: il denaro, la cartamoneta.
I soldi, ma cosa sono? Sono beni di scambio, immagino sia la risposta, ma sono “cose reali”? L’ultimo film di Martin Scorsese, The Wolf of Wall Street sembra condurci sulla soglia della risposta negativa, descrivendoci un mondo “materialissimo” ma anche irreale, astratto, dissociante dalla realtà, dalle relazioni e quindi infine disumanizzante. E’ un film su Wall Street, cioè sul mondo della Borsa, il pericoloso e affascinante universo della finanza, dove non ci sono nemmeno più i soldi di carta, i crediti cartolari, ma solo i titoli, le azioni.. ancora una volta qualcosa di intangibile, la carta è di nuovo sparita.
Altre espressioni verbali ci suggeriscono la “irrealtà” della carta: la cartapesta e i castelli di carta.
Parto da quest’ultima perchè è interessante in quanto la carta ha una grande caratteristica che il castello di carta contraddice: la bidimensionalità. E’ la caratteristica che rende la carta, come tutta la materia, qualcosa di onesto. La carta è a due dimensioni, è piatta, in questo senso parla subito chiaro dicendoti: “non sono reale”. Forse per questo Tondelli affermava che la letteratura, quel mondo – “delle lettere” – che vive sulla carta, non può mai portare la salvezza. Eppure tutti noi conosciamo questo strano gioco per cui con la carta noi costruiamo castelli, spesso proprio con le carte da gioco, altro meraviglioso mondo secondario, pensiamo ai tanti giochi, ai tarocchi…
Questi castelli di carta dunque contravvengono alla naturale bidimensionalità della carta. E qui scappa la trappola, per cui finiamo per “crederci” e quindi per vivere dentro a quei castelli di carta e a rimanerci dentro finchè qualcun altro non viene da fuori a distruggerli. Così almeno si deduce da questa riflessione di C.S.Lewis nel suo Diario di un dolore:

“Le prove non sono esperimenti che Dio fa sulla mia fede o sul mio amore per saggiarne la qualità. Lui, questa, già la conosce; ero io che non la conoscevo. E piuttosto una chiamata in giudizio, dove Dio fa di noi gli imputati e al tempo stesso i testimoni e i giudici. Lui l’ha sempre saputo che il mio tempio era un castello di carte. L’unico modo per far sì che lo capissi anch’io era di buttarlo giù”.

La cartapesta mi fa pensare al cinema (ma c’è un nesso tra celluloide e la cellulosa? Perchè non ho studiato mai la chimica?) cioè alla “finzione” per eccellenza. Nei teatri di posa tutto è di cartapesta, è un altro ambiente, come quello dei cartografi, in cui si riproduce il mondo.. come non pensare a registi come Terry Gilliam o a Fellini che ha girato La Dolce Vita non a via Veneto ma nello studio5 di Cinecittà in cui era stata riprodotta, con il cartone, una perfetta copia della suddetta via Veneto?
E come quindi non andare col pensiero a quel prodotto straordinario del cinema che sono i “cartoni animati”? Ed è forse è proprio nel cinema d’animazione (dove tutto è di carta) che risiede la maggiore vitalità della settima arte in questo ultimo periodo dalla fine del ‘900 a questi primi 14 anni del terzo millennio.
Dalla poesia del cinema alla prosa del giornalismo e all’inferno della burocrazia.
Il giornale è il “newspaper”, la notizia di carta (chiaro il riferimento all’etimo: paper-papiro). E qui uno pensa alla Buona Notizia che è il Vangelo, che è fatta di carne, coincidendo la persona di Cristo. Ecco perchè i giornalisti rischiano l’inferno più degli altri e Dante oggi non ci penserebbe due volte ad inventare il girone dei cronisti. Imbratta-carte, questo sono i giornalisti, ben consci che a mezzogiorno il quotidiano su cui scrivono è già vecchio, perchè nato vecchio (in quanto riporta i fatti di ieri), buono soltanto a incartare il pesce, le uova o la carne, e se il frigorifero perde acqua si userà subito i fogli del giornale inzuppandoli per frenare l’allagamento, non di certo le pagine della pregiata edizione della Divina Commedia o della Bibbia.
Hand with Agreement reaches out from big heap of crumpled papersAltro girone infernale, degno di Dante o di Kafka: la burocrazia, il regno oscuro della carta, anzi, “delle carte”. L’inferno è sempre plurale, perchè il diavolo è “colui che divide”. Eppure la carta in quel contesto, “canta”, fa fede, detta legge, se hai il “pezzo di carta” sei a posto e invece senza sei nei guai. Occhio perchè il pezzo di carta deve essere quello giusto, quello convalidato dall’autorità, quello in carta-bollata e non scaduto, altrimenti è “carta straccia”. Interessante questo riferimento allo straccio, visto che la carta, da sempre, nasce dagli stracci. Il più antico pezzo di carta pare sia cinese, di due secoli prima di Cristo, e per gli ultimi 22 secoli è proprio dagli stracci che abbiamo ricavato questo prezioso materiale (solo abbastanza di recente si è passati all’uso del legno e alla cellulosa) per cui esisteva proprio la professione di “straccivendolo”. Dalla miseria dello straccio a qualcosa che appartiene al rango del re, il regalo: la carta è la protagonista nel momento del dono, avvolgendolo con quella bella cosa inutile che è la carta da regalo, con tanto di fiocco accessorio. Con la carta noi infatti incartiamo (e quindi scartiamo, e quale altro, terribile, significato è annesso a questo verbo) perchè il regalo non è bello solo per il contenuto, ma anche per la cura con cui lo presentiamo. Bene, alla fine di tutte queste riflessioni posso dire che mi sono “incartato”, nel senso che mi sono chiuso in un vicolo cieco e ora sono del tutto bloccato. Mi scarterò ritornando alla prima suggestione che la carta mi ha suscitato, quella del libro. La carta è bianca. E questo è un dato fondamentale: il foglio deve essere bianco per poterci scrivere. Anche se questo può costare qualcosa, una perdita di innocenza forse, o di saggezza, almeno a sentire il saggio mago Gandalf il Grigio che così risponde al suo collega Saruman in Bianco che gli annuncia la sua decisione di abbandonare il colore bianco:

“…io sono Saruman il Saggio, Saruman Creatore d’Anelli, Saruman Multicolore”. “Lo guardai, e vidi che le sue vesti non erano bianche come mi era parso, bensì tessute di tutti i colori, che quando si muove va, scintillavano e cambiavano tinta, abbagliando quasi la vista. «Preferivo il bianco», dissi. « «Bianco!», sogghignò. “Serve come base. Il tessuto bianco può essere tinto. La pagina bianca ricoperta di scrittura, e la luce bianca decomposta”. “Nel qual caso non sarà più bianca”, dissi. «E colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha abbandonato il sentiero della saggezza”.

Ecco forse è proprio questo il posto dove sono finito, incartandomi ho perso il sentiero della saggezza.. se solo avessi una carta geografica con me!