VETRO – Occhi(ali) per vedere

Tunnel of light window_905È mattina. Accendo la luce, mi stiracchio ancora mezzo annebbiato e inforco gli occhiali. Ed ecco che le linee si fanno precise, i contorni definiti, le forme esatte. Sguscio dalle coperte, alzo la serranda e l’alba concede una replica al ritardatario abbagliandomi dalla finestra. Sciacquo il viso e lo specchio mi restituisce una faccia stropicciata. Mi trascino in cucina, dove la moka borbottando spreme l’agognato caffè. E con questa facciamo quattro. Occhiali, finestra, specchio, bicchiere: mentre il mio cervello sta ancora inserendo il diesel, il vetro ha già fatto quattro comparse nella mia giornata.

Le prime tre sono legate alla visione. Perché è il materiale della luce. Amiamo il vetro per la sua discrezione: inodore, insapore, ma soprattutto trasparente. Utile nella misura in cui non si fa vedere e si lascia trapassare.

Il vedere e il vetro sono così inseparabili che, dovendo dare un nome all’organo interno al bulbo oculare, non si è trovato niente di meglio che “cristallino”. E poi occhiali, certo, ma anche lenti per cannocchiali e binocoli, per microscopi e telescopi, per macchine fotografiche e cineprese. Il vetro ci dischiude i mondi altrimenti invisibili degli atomi, degli astri e delle storie. Specchi magici o labirinti di specchi, specchi negli specchi, sfuggenti e ambigui come l’immagine che abbiamo di noi stessi, è ancora il vetro a restituirci impietosamente la nostra figura, amata o odiata che sia.

Abracadabra. Sfere di vetro per vedere il futuro. Non saprei dire a Puck di che materia siano fatti i sogni, ma so che l’Uomo del Sonno lascia un pizzico di sabbia sulle palpebre dei dormienti… e che dalla sabbia nasce il miracolo di vetro. Notre-Dame, Saint-Denis, Sainte-Chapelle, Saint Vitus Chatedral… l’oscuro Medioevo che forgiò l’arte della luce. E dopo secoli, immense pareti di vetro s’infiammano ancora come soglie che accedono al mondo dello spirito.

Ma ci sono pure vetrate atee. Eugenio Montale incontra il nulla «un mattino andando nell’aria di vetro». Philip Larkin, deposto il fardello di un ingombrante moralismo, ha una visione di libertà: «E all’improvviso // non una parola viene, ma il pensiero di finestre alte: / il vetro che assorbe il sole, / e, al di là, l’aria azzurra e profonda, che non mostra / nulla, che non è da nessuna parte, che non ha fine». Poeti del XX secolo, poeti dei grattacieli: le più grandi lastre di vetro mai erette verso il sole.

Delle visioni, il vetro ha pure le caratteristiche: nascono nel fuoco e, allontanandosene, rischiano di trasformarsi in fredde ideologie. Campane di vetro. Trappole di cristallo. Ne hanno la forza e la debolezza. La rigidità e la fragilità. Se si spezzano, non c’è modo di tornare indietro. Esplodono in un’ultima pioggia di schegge, taglienti come la delusione.

Ma è un rischio che bisogna correre, come correva Cenerentola con le sue scarpette di cristallo.

«Una principessa vive in un castello di cristallo, un’altra in cima a una collina di cristallo; esse vedono tutte le cose in uno specchio e possono vivere in case di cristallo a condizione che non lancino pietre. Il sottile scintillio del cristallo che si trova ovunque nel paese delle fate è l’espressione del fatto che la felicità è possibile, ma fragile, come il materiale che si frantuma facilmente nelle mani di una domestica o per colpa di un gatto.

[…] Ricordate, comunque, che una sostanza fragile come il vetro non necessariamente deve perire. Colpite un vetro e non durerà un istante, evitate di colpirlo e resisterà mille anni. Così, a quanto pare, è la gioia dell’uomo, sia nel paese delle fate sia in terra»

(Gilbert K. Chesterton, Ortodossia)