La vita del legno tra memoria e significati
Provare a scrivere un editoriale sul legno durante le vacanze di Natale, ipnotizzato dal focolare domestico, è stata un’esperienza quasi surreale. Pur armato di penna e buone intenzioni non sono riuscito a mettere insieme più di tre righe e qualche scarabocchio ma, come sempre, sono rimasto incantato dallo spettacolo che avevo di fronte. Perché ogni ciocco, abbandonato al calore delle fiamme, ha una sua storia da raccontare: non ci sono due lingue di fuoco uguali, non ci sono due rami che impiegano lo stesso tempo per diventare brace, poi cenere. Mio padre questo lo sa, come sa che c’è un legno adatto a ogni esigenza; ce ne vuole uno robusto al mattino che possa alimentare il camino fino all’ora di pranzo, ci sono poi quelli piccoli e asciutti, ottimi per dare vita alle fiamme o per rianimarle. Una qualche forma di istinto deve averci suggerito che solo gettando nel fuoco un materiale vivo si esalta davvero la passione del focolare.
Ma cosa rende il legno più vivo della pietra o del marmo? La prima cosa a cui ho pensato è stata la sua capacità di assumere forme diverse e soprattutto significati: l’artista che scavando nel legno, lo trasforma nel volto di una donna, ne rivela un’anima che agli altri prima sfuggiva, nascosta dall’apparente banalità del ceppo. Nel suo secondo romanzo (Tetano, 2011 – minimum fax), Alessio Torino racconta di un gruppo di ragazzi alle prese con la costruzione di una zattera. Se per alcuni di loro attraversare il fiume che scorre vicino Pieve Lanterna è soltanto un’avventura estiva, l’arrivo di Tetano, mosso dal desiderio e dal bisogno di fare pace con una parte di sé, riempie di nuovi significati la zattera e l’estate dei suoi amici. [Continua »]


Quando uscivi dalla porta del retro di casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo a quelle erbacce. C’era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l’abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai lì, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava lì. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo e profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all’uomo che l’aveva fabbricato. Quel paese non aveva avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo.
Ma anche se sono approcci ad autori a noi per lo più noti, penso sia molto importante fermarci sulle pagine di questo libro per approfondire la questione del metodo e per cogliere quella visione d’insieme della letteratura nordamericana che Spadaro vuole darci come «visione di una terra».