Verso la maturità

Officina di BombaCarta

E così ci lasciamo alle spalle il 2013 e ci apriamo, con fiducia, al 2014. Senza fiducia è difficile aprirsi, in effetti. Che dire di quest’anno che si chiude? Mi sembra che sia stato intenso, ricco, movimentato. I ricordi sono magmatici dentro di me e difficili da esprimere e riordinare, penso alla partnership sempre più feconda con l’Università Gregoriana e con la Civiltà Cattolica, penso ai nostri Laboratori, così dinamici, sempre sull’orlo di chiudere e al tempo stesso ricchi di resurrezione ed entusiasmo, penso soprattutto alle Officine e al passaggio dal tema annuale dei Binomi a quello dei Materiali, se nel primo si privilegiava il ragionamento per distinzione (evitando le facili contrapposizioni) nel rispetto della complessità del reale, nel secondo si vuole sottolineare l’opzione per la concretezza che, da sempre, è una cifra distintiva di questa strana “associazione” che si chiama BombaCarta. Un gruppo di amici, anzi, direi, “una storia” (questa è BC), che ormai è arrivata al suo 16° anno di età, visto che il prossimo 12 gennaio saranno appunto sedici gli anni da quando padre Antonio Spadaro dava vita a questa indefinibile realtà vivente (indefinibile proprio perchè vivente). Sedici anni, ci si avvicina alla maturità, caspita! Se ripenso ai miei 16 anni li ricordo come un periodo davvero bello della mia vita, lieto e spensierato. Se penso al futuro direi che, da una parte, spero di non arrivarci mai alla maturità, visto che il frutto maturo poi non può far altro che cadere dall’albero, dall’altra è bella proprio questa tensione, questo approssimarsi, questo essere in movimento incessante. Vivere vuol dire cambiare e viceversa, osservava John Henry Newman (un altro “oscuro” punto di riferimento, secondo me, di BC) e BombaCarta è cambiata tanto, perchè tanto ha vissuto. È una bella storia questa, fatta di tanti volti, di tanti sguardi, di accoglienza e confronto, di tanti incontri sempre pronti a diventare amicizie vere. È cambiata BC e da qui nasce il continuo bisogno di rimetterne a fuoco l’essenza, magari andando a rivedere di continuo i nostri “punti di riferimento”, senza però cadere nell’errore della “fissazione”, sempre in nome di quella “concretezza” che vuol dinamismo, accoglienza dell’irruenza della vita. Cosa dire invece di questo anno che si apre? Posso fare solo degli auguri: che si apra veramente, che “ci” apra, che ci trovi predisposti ad aprirci, a cogliere e accogliere la sorpresa inesauribile che è la vita, perchè in fondo, lo diceva lo scrittore americano John Cheever nei suoi diari “C’è una meravigliosa serietà in questa faccenda del vivere”, dove l’aggettivo “meravigliosa” fa da antidoto al rischio della seriosità, il rischio peggiore, anche per una storia come quella di BombaCarta, questa splendida sedicenne… Buon 2014 a tutti, andiamo avanti verso la maturità, godendoci il cammino passo dopo passo, con coraggio e gioia.


L’uomo che nascose la sua anima in una pietra

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Vi propongo la lettura di questa parabola, posta in apertura al romanzo Devoti a Babele di Valter Binaghi. Accompagniamo la lettura tenendo a mente due semplici domande: perché, tra tanti materiali, scegliere di nascondere l’anima proprio nella pietra? Sarà poi il materiale più adatto?

L’uomo che nascose la sua anima in una pietra ebbe prima mani forti e pazienti, per cercarla tra tutte nella pietraia franata dai fianchi del monte, spezzandosi le unghie e riconoscendo quella adatta dopo molto lavoro, finalmente: un sasso tondeggiante, scuro, appena attraversato da una venatura candida, dalla forma che ricordava un cuore.
Allora sciolse il sacchetto di pigmento che portava al collo, lo versò e lo impastò con la saliva nell’incavo della mano, e quando immergendovi il dito e ritraendolo vide che tingeva perfettamente, tracciò tre circoli concentrici sul sasso, e poi il punto centrale. [Continua »]


A proposito di pietra: una pagina memorabile

250.6Quando uscivi dalla porta del retro di casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo a quelle erbacce. C’era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l’abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai lì, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava lì. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo e profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all’uomo che l’aveva fabbricato. Quel paese non aveva avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo. [Continua »]


Il “touch” dell’artista

Le evoluzioni tecniche e stilistiche in qualsiasi linguaggio artistico sono sempre state accompagnate da critiche, dubbi e discussioni sulla natura dei nuovi strumenti. Mi vengono in mente gli impressionisti e la terribile stroncatura dei critici del tempo (famoso l’articolo di Louis Leroy ne Le Chiarivari, 25 aprile 1874) o l’avvento della fotografia, visto da molti come uno snaturamento del senso dell’arte.

Recentemente si è parlato in rete del lavoro realizzato da Kyle Lambert (illustratore inglese), che – tramite un’applicazione per iPad (Procreate) – ha ricreato una foto di Morgan Freeman utilizzando la tecnica del finger painting, una riproduzione delle pennellate realizzata con le dita sullo schermo capacitivo di un tablet, supportato da software di riconoscimento e regolazione del raggio di “pennellata”, marcatura e sfocatura. Il lavoro, che ha richiesto oltre 200 ore per la realizzazione, ha suscitato diverse reazioni. Oltre alle critiche sulla tecnica utilizzata, molti ritengono che la diffusione del video e dunque l’attenzione sull’artista non sia da ricercarsi nella bellezza dell’opera ma sia solamente frutto del marketing dell’azienda produttrice del tablet e della società di produzione della app.

Se scansassimo quest’ultima considerazione (d’altronde anche molti dei meravigliosi lavori che hanno fatto la storia dell’arte erano commissionati da questa o quella famiglia, che puntavano anche sulle opere per mostrare la loro potenza, e così anche le major discografiche “benedicono” gli album delle loro teste di serie) e ci focalizzassimo sul lavoro, potremmo chiamarlo arte?


Itinerario di Antonio Spadaro nella letteratura americana

Nelle vene d’America (Jaka Book, Milano 2013), il nuovo libro di Antonio Spadaro che raccoglie numerosi saggi su autori statunitensi, non riserva molte sorprese per noi che da tanti anni viviamo l’esperienza di BombaCarta, in quanto è un libro che possiamo dire sia nato in BombaCarta lungo quell’itinerario di letture che Spadaro ha quasi sempre condiviso con noi e in cui tante volte ci ha coinvolto con il suo entusiasmo, ma anche e soprattutto con il suo metodo di lettura che è diventato per molti aspetti il nostro fondamento e che oggi nel panorama della critica letteraria rappresenta senz’altro una metodologia di grande interesse e valore.

Antonio Spadaro, Nelle vene d'AmericaMa anche se sono approcci ad autori a noi per lo più noti, penso sia molto importante fermarci sulle pagine di questo libro per approfondire la questione del metodo e per cogliere quella visione d’insieme della letteratura nordamericana che Spadaro vuole darci come «visione di una terra».

Il metodo di lettura potremmo definirlo “dell’incontro”. L’autore, infatti, compie un «viaggio attraverso campi aperti», segnando «un percorso tra i tanti possibili», contraddistinto dal soffermarsi su quegli autori il cui incontro, cioè la cui lettura, rappresenta un arricchimento umanamente significativo. A mancare sarà quindi la «perlustrazione completa», per cui la distanza da segnare è con i manuali, in quanto l’intento è quello di indicare «un percorso tra i tanti possibili», purché sia ricco di significato.

Perché la letteratura americana è, secondo Spadaro, così fruttuosa di incontri determinanti per l’esistenza dell’uomo? Per «la dimensione di «frontiera» che fa parte integrante del suo «panorama», del suo landscape», in cui diventa «metafora di un mondo alternativo, fluido e in perpetuo divenire», per cui «la letteratura statunitense […] vive, sin dalle sue origini, di una sensibilità di confine». [Continua »]


Pietra: enigma, senso e valore

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La pietra ha un’età? No, come tutto il resto. Nel senso che nella materia, come ricorda Lavoiser, “niente si crea, niente si distrugge, tutto si trasforma”. Il tempo dunque non cambia “essenzialmente” le cose, ma dà loro forme diverse. Con la pietra questo rimanere essenzialmente uguali è più stabile, essendo il suo “divenire” più lento; vedendo una pietra nera oggi, ci si chiede quale uomo di quale epoca l’ha vista eruttare fuori da un vulcano in forma di lava; trovando in collina un fossile di una conchiglia ci si chiede quanto tempo sia passato e quanto poco sia cambiato per quella pietra. Al di là di tutte le qualità, positive o negative, che la pietra evoca, essa ha a parer mio una sua collocazione e una sua essenza anteriore a qualsiasi attributo o predicato: essa è. Niente come la pietra “sta”, “è presente”. Con la sua compattezza e il suo peso ci limita, ci ostacola, ci interroga. Occupa spazio. La pietra è una presenza, e dunque un enigma.

La cosiddetta “Età della pietra” è per noi oscura, sicuramente perché conosciamo molto poco degli uomini e le civiltà di quel tempo, ma anche perché è stata un’epoca misteriosa per gli stessi uomini che l’hanno vissuta. Poche élite conoscevano i misteri delle pietre. Ma esistono davvero questi misteri? Senza spingersi ad esaminare la provenienza e i veri contenuti di superstizioni e riti tribali, è interessante chiedersi perché questo materiale si è caricato di tanto senso, perché l’uomo, ad esempio, vi ha costruito enormi strutture assolutamente inutili quali Stonehenge, le Piramidi in Egitto e nel Sud America, disponendo di mezzi rudimentali e primitivi. A mio parere il tempo è ciò che dà valore alla pietra. Stonehenge è rimasto in piedi dopo millenni perché è stato costruito in pietra, ed è stato costruito in pietra proprio per rimanere per millenni a venire, altrimenti lo facevano in legno. L’uomo costruisce “sulla” e “in” roccia, per far durare le proprie opere, perché si sente eterno ed antico come le pietre. E per questo vuole essere seppellito sotto una pietra. Per durare quanto lei. [Continua »]