Trilogia del bianco. Poesie di Mary Oliver

(traduzioni di Antonio Spadaro)

Mary Oliver

Mary Oliver


Fiori bianchi

La scorsa notte
nei campi
mi sono distesa nell’oscurità
per pensare alla morte,
mi sono invece addormentata,
come se fossi
in una stanza ampia e obliqua
ripiena di quei fiori bianchi
che si aprono per tutta l’estate
nei campi appiccicosi e disordinati.
Quando mi sono svegliata
la luce del mattino stava appena scivolando
davanti alle stelle,
ed io ero coperta
di germogli.
Non so
come sia accaduto –
Non so
se il mio corpo
si sia tuffato giù
sotto le viti zuccherine
in una somiglianza temperata dal sonno
con le profondità,
o se quella energia verde
è risorta come un’onda
e si è arricciata su di me, reclamandomi
nelle sue braccia roche.
Le ho spinte via, ma non mi sono sollevata.
Mai nella mia vita mi sono sentita così vellutata,
o così vischiosa,
o così risplendentemente vuota.
Mai in vita mia
mi sono sentita così vicina
a quella linea porosa
dove il mio stesso corpo veniva formato
e le radici e i fusti e i fiori
hanno il loro inizio.

White Flowers

Last night
in the fields
I lay down in the darkness
to think about death,
but instead I fell asleep,
as if in a vast and sloping room
filled with those white flowers
that open all summer,
sticky and untidy,
in the warm fields.
When I woke
the morning light was just slipping
in front of the stars,
and I was covered
with blossoms.
I don’t know
how it happened –
I don’t know
if my body went diving down,
under the sugary vines
in some sleep-sharpened affinity
with the depths, or whether
that green energy
rose like a wave
and curling over me, claiming me
in its husky arms.
I pushed them away, but I didn’t rise.
Never in my life had I felt so plush,
or so slippery,
or so resplendently empty.
Never in my life
had I felt myself so near
that porous line
where my own body was done with
and the roots and the stems of the flowers
began.

Gufi bianchi volano dentro e fuori i campi

Venendo giù
dal cielo gelido
con le sue profondità di luce,
come un angelo, o un Buddha con le ali,
era bello e preciso,
battendo le neve e qualsiasi cosa fosse là
con una forza che lascia l’impronta
della punta delle sue ali – distanti un metro e mezzo –
e l’impeto predatore delle sue zampe,
e il segno di ciò che stava rincorrendo
attraverso le bianche valli della neve –
e allora si è levato, graziosamente,
ed è volato via nuovamente verso le paludi ghiacciate,
per appostarsi là, come un piccolo faro,
nelle ombre blu –
così pensai:
forse morte
non è oscurità, dopo tutto,
ma così tanta luce che si avvolge attorno a noi –

soffice come piume.
Noi, istantaneamente stanchi di guardare, e guardare,
chiudiamo i nostri occhi, non senza meraviglia,
e ci lasciamo trasportare,
come attraverso la translucenza della mica,
al fiume che è senza la ben che minima ombra o macchia –
che è nulla se non luce – bruciante e aortica luce –
in cui siamo lavati e lavati
dalle nostre ossa.

White Owl Flies Into and Out of the Field

Coming down out of the freezing sky
with its depths of light,
like an angel, or a Buddha with wings,
it was beautiful, and accurate,
striking the snow and whatever was there
with a force that left the imprint
of the tips of its wings — five feet apart —
and the grabbing thrust of its feet,
and the indentation of what had been running
through the white valleys of the snow —
and then it rose, gracefully,
and flew back to the frozen marshes
to lurk there, like a little lighthouse,
in the blue shadows —
so I thought:
maybe death isn’t darkness, after all,
but so much light wrapping itself around us —

as soft as feathers —
that we are instantly weary of looking, and looking,
and shut our eyes, not without amazement,
and let ourselves be carried,
as through the translucence of mica,
to the river that is without the least dapple or shadow,
that is nothing but light — scalding, aortal light —
in which we are washed and washed
out of our bones.

Solitari, bianchi campi

Ogni notte
il gufo
con la sua scimmiesca faccia selvaggia
lancia il suo richiamo di tra i rami neri,
e i topi hanno freddo
e i conigli rabbriviscono
nei campi innevati –
e allora si apre la lunga, profonda valle del silenzio
quando egli smette il suo canto e si lancia
in aria.
Io non so
quale sia della morte lo scopo
ultimo, ma penso
questo: chiunque sogni di tenere la sua
vita in pugno
anno dopo anno per centinaia di anni
non ha mai considerato il gufo –
come egli viene, esausto,
attraverso la neve,
attraverso gli alberi ibernati,
superati tronchi e piante,
tirandosi fuori da stalle e campanili,
girando per questa e quella via
attraverso le maglie di qualunque ostacolo –
fermato da nulla –
riempiendosi momento dopo momento
di una gioia rossa e digeribile,
lanciandosi a falce dai campi solitari e bianchi –
e come al mattino,
come se ogni cosa fosse
come deve essere, i campi
si fanno intensi di luce rosa,
il gufo scompare
dietro tra i rami,
la neve va a cadere
fiocco dopo perfetto fiocco.

Lonely, White Fields

Every night
the owl
with his wild monkey-face
calls through the black branches,
and the mice freeze
and the rabbits shiver
in the snowy fields-
and then there is the long, deep trough of silence
when he stops singing, and steps
into the air.
I don’t know
what death’s ultimate
purpose is, but I think
this: whoever dreams of holding his
life in his fist
year after year into the hundreds of years
has never considered the owl-
how he comes, exhausted,
through the snow,
through the icy trees,
past snags and vines, wheeling
out of barns and church steeples,
turning this way and that way
through the mesh of every obstacle-
undeterred by anything-
filling himself time and time again
with a red and digestible joy
sickled up from the lonely, white fields-
and how at daybreak,
as though everything had been done
that must be done, the fields
swell with a rosy light,
the owl fades
back into the branches,
the snow goes on falling
flake after perfect flake.