La critica “profetica”: Giacomo Debenedetti

Giacomo DebenedettiGiacomo Debenedetti ha vissuto il suo lavoro di critico come un’esperienza ariosa e totalizzante, capace di richiedere un coinvolgimento integrale. Rompendo ogni schematismo, ha vissuto lo studio letterario come un fatto di coscienza, oltre che di competenza, da vivere con un rigore intriso di passione e calore. Forse più di altri ha realmente colto la sostanza di quell’«epica dell’esistenza» che è il romanzo europeo del Novecento, e l’ha saputa raccontare istituendo un patto biografico ed ermeneutico tra se stesso, gli autori, le opere, e soprattutto i personaggi. Debenedetti considera come fare storia del romanzo significhi in realtà fare storia del personaggio. In un colloquio con Cecchi confessava: «quel critico che io vorrei essere, interroga […] le voci, le affermazioni, le negazioni degli artisti, le loro riuscite e i loro errori, appunto per chiarire a se stesso e agli altri il senso e il fine della vita». È esattamente questo ciò che anch’io vorrei essere in quanto critico. Per questo amo Debenedetti. Se la critica dimentica il confronto con il senso della vita è condannata semplicemente ad essere flatus vocis, tradendo se stessa. I saggi di Debenedetti si trasformano in vere e proprie scommesse, non indenni da approssimazioni ed errori, che tengono d’occhio innanzitutto la linea d’orizzonte del «destino» dell’uomo europeo del Novecento, il suo immaginario e la sua coscienza. Debenedetti indaga la letteratura alla ricerca di un’illuminazione, ma questa ricerca è da intendersi come una vera e propria lotta, un corpo a corpo col testo, con l’autore e anche con se stesso: la critica perpetua il mito della lotta di Giacobbe conto l’angelo e non può nascere, veramente feconda, se non come dramma. La sua è innanzitutto una lezione di «stile» critico, di atteggiamento fondamentale. La radice profonda di una forma critica così intensa e coinvolgente da divenire una vera e propria «vocazione» bruciante, è ampiamente biblica. Occorre rileggere – e questa è la parte del suo magistero che mi affascina maggiormente, che è anche quella più acerba e brulicante – le sue cinque conferenze sui Profeti tenute nel 1924 in una sede legata alla Comunità ebraica di Torino. Qui si riconosce il Debenedetti che sceglie un cammino di lettura senza aver predisposto un itinerario, e soprattutto il critico che raggiunge la poesia partendo proprio dall’animo del poeta e non dall’asettica applicazione al testo degli strumenti della «scienza della letteratura». Di queste conferenze a noi restano una massa di appunti, raccolti in cartelle, che sono stati dati alle stampe nel 1998. Il giovane Debenedetti nella sua formazione acquisisce una sensibilità per il testo biblico che farà sentire i suoi echi fino alla fine del suo percorso di critico e di uomo. Il ritratto complessivo delle figure profetiche ne fa percepire tutta la visceralità: «Il loro dolore è un torrente di lava che strugge le montagne. La loro speranza, erompe ora come boato da terra convulsa, ed or mansueta sorride come l’arcobaleno che Iddio mandò a Noè dopo il diluvio, […]. La loro umanità non si manifesta per valori trattabili, bensì nel diapason, nell’esasperazione, nell’eccesso di ogni possibile sentimento umano». La riflessione sulle conferenze non è mancata negli anni che ci separano dalla loro pubblicazione in volume. Esse tuttavia sono state sostanzialmente esaminate in se stesse e ancora troppo poco in rapporto alla vicenda critica di Debenedetti. In quelle pagine manoscritte egli ha coniugato le sue radici ebraico-bibliche con gli elementi fondanti del suo metodo. Occorre riconoscere che la critica letteraria per Debenedetti ha un riferimento preciso, più o meno implicito, nell’esegesi ebraica, fondata sull’interrogazione del testo e sul commento. Il termine «esegesi» significa raccontare, esporre, interpretare un testo «traendone fuori» (exegèomai) il significato. Le letture di Debenedetti hanno proprio il gusto di un racconto esegetico che vale per il suo senso e per le relazioni che intesse tra elementi distanti. Qualche esempio: il profeta Amos, con la sua forza drammatica e scenica capace di sorprendere sempre la realtà in movimento, ha molti tratti simili a quelli che nel ‘40 Debenedetti attribuirà a Vittorio Alfieri. Nel caso del profeta Osea, che viene dipinto con gli stessi pennelli che più tardi Debenedetti userà per dipingere Umberto Saba, la profezia è «veduta in una biografia: l’autobiografia del profeta». Isaia è il modello «perfetto», se così si può dire, di profeta, quello dal quale Debenedetti appare maggiormente attratto, a tal punto da fargli affermare che «Forse nemmeno Dante, nelle più accese estasi del suo Paradiso, ha toccato un tal punto di umana grandezza». Ed è a proposito del linguaggio di Isaia che Debenedetti darà la definizione di metafora, che per il proprio linguaggio critico resterà sempre valida fino alla fine: «La metafora, non traveste, ma rinnova la realtà sotto luci che sono d’invenzione e di scoperta». Ancora a Isaia è attribuita la dote di poeta senza che egli abbia fatto nulla per volerla: «Egli appartiene a quella schiera di giganti per cui la poesia non è un consapevole e volontario sforzo d’arte, ma piuttosto una necessità del loro linguaggio, un altissimo valore interno delle parole che vogliono essere dette». A proposito del profeta Geremia è esplicitata, in una pagina memorabile, la tesi della «logica concessiva» della critica, opposta a qualunque «logica consecutiva» perché «La vita profonda sfugge, per quanto noi ne possiamo sapere, a tutti i rapporti che si possono preventivamente fissare». E, a titolo esemplificativo, segue l’accostamento di Geremia a Dostojevski. E più in generale, il modo in cui Debenedetti intende il rifiuto operato dai narratori del Novecento di una logica stringente di causa-effetto per aderire alla logica della probabilità ha già una anticipazione nella descrizione del passaggio nella storia biblica dal rapporto con l’Assoluto inteso come regolato dalla legge del dare-avere alla complessa e interiore legge scritta nel «cuore di carne». È anche da questa intuizione di origine profetica che sembra svilupparsi il modo di ritrarre la complessa figura del personaggio del romanzo novecentesco nella lettura debenedettiana. Ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Qui c’è tutto il grande Debenedetti che sento vicino: padre, maestro, ma anche compagno. Se Debenedetti pochi anni prima della morte aveva scritto che fine della critica letteraria è «aprire l’ostrica», egli già quarant’anni prima aveva scritto che «I Profeti rompono la crosta e portano in luce la polla». Affrontare criticamente un testo letterario significa estrarre una perla dall’ostrica o far sgorgare l’acqua da una crosta di terra. Ma il frutto della conquista è sempre «possesso precario», mai accerchiamento definitivo. Modello di azione del critico letterario è dunque il profeta. Ecco il messaggio che sento per me e non solo per me urgente e bruciante per chiunque oggi intenda essere «critico» o anche lettore.

(testo pubblicato su L’immaginazione, n.226, dicembre 2006, 33-34

Nessun commento a “La critica “profetica”: Giacomo Debenedetti”

  1. Rosa Elisa Giangoia ha detto:

    Come mi fa piacere che Giacomo Debenedetti sia così ricordato! Lui e suo fratello erano amici di mio papà. Quando d’estate andavamo a Bardonecchia si facevano belle escursioni, tutti insieme. Qualche volta c’era anche Giovanni Getto: che belle estati! Quante cose ho imparato in vacanza!

  2. paolo pegoraro ha detto:

    Per gli amici romani interessati a Debenedetti l’appuntamento è d’obbligo:
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    mercoledì 24 gennaio 2007, presso la Libreria Empiri – in via Baccina 79, ore 18.00

    “Per Giacomo Debenedetti(1901-1967)”

    tavola rotonda per il numero speciale de L’immaginazione (manni editori)

    intervengono: PAOLO FEBBRARO, PAOLA FRANDINI, FILIPPO LA PORTA, PAOLO MAURI, PAOLO DI PAOLO

    sarà presente ANTONIO DEBENEDETTI

    http://www.empiria.com [email protected]
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    BOMBACAPULTATEVI!!!

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