L’ultima frontiera di Cormac McCarthy

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La domanda che ci ponevamo in tanti, all’annuncio di una nuova opera di Cormac McCarthy, è stata semplicemente: com’è possibile? Già il romanzo La strada, che gli valse il premio Pulitzer, appariva come l’apice concluso e perfetto di una progressiva essenzializzazione: sfondi appena sbozzati, personaggi senza nome, frasi nette e irrevocabili quanto le azioni che le accompagnavano. Con il successivo Sunset limited, lo scrittore statunitense ha perforato la forma-romanzo consegnandoci quello che è, né più né meno, un copione degno del miglior Beckett. Si può spingersi oltre? È possibile una sintesi ulteriore?

Dopo aver letto The counselor – Il procuratore, credo che la risposta sia “no”. Nel passaggio dal copione teatrale al copione cinematografico, McCarthy fa un passo indietro, tornando a raccontarci scenari e atmosfere familiari a Non è paese per vecchi. La storia di uomini che si credono avveduti, ma non lo sono poi troppo; di truffe che cominciano come avventure galvanizzanti e terminano in carneficine insensate; di avidità che rendono l’uomo bestia con i propri simili, ma pietoso – e perfino invidioso – verso la predatrice innocenza degli animali. I mondi di McCarthy sono sempre duri, perché assoluti. Non esistono mezze tinte, mezzi toni, sfumatura, né cali di tensione, tanto da risultare intollerabili. Scrutano negli occhi le tenebre, senza mai abbassare lo sguardo: «A un certo punto uno deve ammettere che alla fine questo nuovo mondo è il mondo e basta. Non esistono altri mondi».

Chi leggerà questa sceneggiatura, probabilmente non avvertirà il bisogno di vedere il film che ne è stato tratto: la capacità di evocare l’orrore appellandosi alla nostra immaginazione è più efficacie di ogni possibile rappresentazione. E, nonostante le crude sequenze di azione, gli ampi dialoghi convinceranno più nel silenzio della lettura che sul grande schermo, pur se interpretati da un cast blasonatissimo.

McCarthy non aggiunge alla sua visione del mondo niente che i suoi lettori non sappiano, semmai ne mette a fuoco alcuni tasselli in forme inedite. In primo piano la responsabilità, l’ineluttabile presa d’atto che il male assoluto cammina su questa terra e che, per gli incauti che si addentrano nei suoi territori, sarà impossibile scendere a patti o governarne gli esiti. Il male è una forza reale quanto implacabile con gli ingenui. “Non lo sapevo!”, “Non potevo immaginare…!” – sono giustificazioni risibili. Una fede che è sola verniciatura non resisterà all’impatto. Si potrà soltanto subire in silenzio, scontando la pena sulla propria carne.

E poi la donna. Nelle opere di McCarthy, la figura femminile non è mai stata protagonista: ha sempre riempito la scena con la sua assenza, mèta cui tornare o almeno bussola per l’uomo in fuga da se stesso, orizzonte che attende o verso il quale si agogna. Stavolta no. Il finale torvo, bruciante e glaciale al tempo stesso («la verità non ha una temperatura»), ci è rivelato come un segreto occultato tra le sabbie del tempo o disceso dalle stelle più aliene. La donna di McCarthy, come quella dei biblici libri sapienziali, è una figura estrema. Capace di grande bene o di grande male. Vittima sacrificale o regista dell’infamia. Non è cosa da donne, la mediocrità.

2 commenti a “L’ultima frontiera di Cormac McCarthy”

  1. Carlo ha detto:

    Dove si puo leggere la sceneggiatura?

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