Letture. “Se tornasse San Francesco” di Carlo Bo.

 

Con tempismo evidentemente non casuale, in relazione agli orientamenti che si possono intuire in questo avvio di pontificato, la Castelvecchi ripubblica Se tornasse san Francesco di Carlo Bo, un saggio uscito per la prima volta su rivista nel 1982. L’edizione attuale è arricchita da un’antologia minima della Regola non bollata, di cui sono riportati i brani ai quali fa riferimento il testo. In esso è presente, orientata al tema specifico, quella religiosità problematica ed allo stesso tempo vivacemente aperta alle suggestioni del suo tempo che è segno caratteristico dell’autore, e che gli consente di affermare che “il Cristianesimo è stato e resta la più bella delle tentazioni, ciò che vorremmo attuare e non ci riesce perché ci manca l’obbedienza, l’amore per gli altri che annulla l’amore per noi stessi, il perdono”. Proprio l’attualizzazione, da svolgersi nel senso di attuazione integrale, del messaggio francescano potrebbe favorire per il credente, secondo Bo, un confronto positivo con la modernità, purché se ne recuperasse il significato originario, che ben poco ha a che vedere con l’immagine che comunemente si ha del santo di Assisi. [Continua »]


A proposito di ferro, chi resta saldo?

Statua della libertà interno

Statua della Libertà, interno

Nel bellissimo editoriale di apertura del nuovo anno di BombaCarta abbiamo scoperto che le proprietà tipiche dei “materiali” sono anche qualità dell’essere. Questo vale anche per un metallo come il ferro se la scrittrice Flannery O’Connor, ad esempio, per esprimere l’ottusità di un personaggio, ci mostra la sua “mascella rigida come un ferro di cavallo” (Un brav’uomo è difficile da trovare). Il ferro innanzitutto è sinonimo di durezza, inflessibilità e pesantezza. Lo scrittore Martin Amis ci ricorda (Koba il terribile) come Stalin teorizzava uno “Stato di ferro” che schiacciasse con la forza i propri nemici (il motto più famoso di questo simpaticone era «Un uomo un problema, nessun uomo nessun problema»). Veniamo da un secolo in cui il pugno di ferro dei regimi totalitari ha colpito milioni di innocenti, anche se già nel 1870 Arthur Rimbaud scriveva che “La forca nera mugola come un organo di ferro!” (La danza degli impiccati). Pare che l’età del ferro, rappresentata da Marte dio della guerra, non sia mai finita (anche i banditi di Romanzo criminale chiamano le loro armi “i ferri”!): conflitti, violenza e sopraffazione appartengono al genere umano, così come l’ira, l’estrema suscettibilità che impedisce di dialogare e ascoltare l’altro. Come se non bastasse, il ferro evoca elementi di dolorosa separazione e segregazione: le sbarre delle prigioni, le catene dei prigionieri (nei Romanzi di mare di Joseph Conrad c’è sempre qualcuno da “mettere ai ferri”), il filo spinato, la “cortina di ferro” che separava l’Europa occidentale dai Paesi dell’est durante la guerra fredda, il cancello di ferro di Auschwitz con il motto “Arbeit macht frei” (sinistro quanto il nero cancello di ferro che sbarra l’ingresso del malefico regno di Mordor ne Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien). Ma, oltre a vicende storiche e letterarie inquietanti, il ferro evoca anche una virtù, nascosta e imprevedibile, che molte persone hanno rivelato perfino di fronte al male assoluto: la resistenza ovvero la capacità di opporsi alla compressione, allo schiacciamento.

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Disperazione vs. Patriottismo

Il punto non è che questo mondo è troppo triste per essere amato o troppo felice per non esserlo, ma è che quando si ama qualcosa, la sua felicità è una ragione per amarla e la sua tristezza una ragione per amarla di più. Tutte le idee ottimiste sull’Inghilterra, e tutte quelle pessimiste, sono buone ragioni per il patriota inglese. Allo stesso modo, sia l’ottimismo sia il pessimismo sono argomenti per il patriota universale. (G.K. Chesterton, Ortodossia)

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 L’altra sera, uscendo dal cinema dopo aver visto due film, ho provato un terribile senso di angoscia: Miss Violence, girato dal regista esordiente Alexandros Avranas e premiato con il Leone d’argento e la Coppa Volpi, insieme a The Canyons, diretto dal più esperto e navigato Paul Schrader, mi hanno letteralmente messo k.o.

In Miss Violence la storia raccontata svela un po’ alla volta le nefandezze che si celano dietro la facciata per bene di una famiglia borghese. La struttura è quella del labirinto vietnamita dove lo spettatore, costretto in un cunicolo stretto e buio, è spinto a seguire le tracce lasciate con grande abilità dal regista, ricomponendo così un’inquietante puzzle che mostra l’immagine inumana della violenza estrema imposta dall’autoritario capofamiglia alla moglie, ai figlie e ai nipoti, costretti anche se giovanissimi alla prostituzione. Una violenza a cui nel finale non si potrà che rispondere con ulteriore violenza.

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Papa Francesco, la scrittura creativa (e BombaCarta)

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Cari amici,

nella mia intervista a Papa Francesco apparsa su La Civiltà Cattolica abbiamo parlato di BombaCarta perché il Papa ha vissuto una esperienza simile alla nostra. Anche lui nella scuola nella quale insegnava ha fondato un gruppo di espressione creativa. Ecco un passaggio dell’intervista in cui si parla di questa sua esperienza di vita. [Continua »]


What’s the matter? E tu, di che materiale sei?

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Conosco degli uomini che sono proprio “legnosi”. Altri sono di plastica, finti. Diversi da quelli di gomma, a cui tutto rimbalza addosso. In genere hanno anche la faccia di bronzo. Non necessariamente questi ultimi hanno il cuore di pietra, né hanno segatura nel cervello per cui fanno progetti che sono castelli di carta. Il cuore può anche essere di burro, se è per questo, mentre altri sono rigidi come il ferro o duri come l’acciaio. A Roma poi ce ne sono molti che sono “de coccio” e poi c’era Tayllerand, che secondo Napoleone era un calzino di seta, pieno di merda. Siamo tutti fatti “di” qualcosa, e a volta c’è un materiale che ci contraddistingue, e innanzitutto siamo “fatti di… mamma e papà”; quale dei due prevale in me? Ah, boh.. what’s the matter with me? Quale è il mio “matter”, materiale, cioè “problema”? [Continua »]


Venezia 70 – UNDER THE SKIN di Jonathan Glazer

under-the-skin-scarlett-johansson-movie-2013-jonathan-glazerDentro Under the Skin ci sono alcune delle immagini più belle viste fin’ora al Festival. Al suo terzo film, il regista britannico Jonathan Glazer decide di mettere in scena in modo visionario un plot ardito e originale, tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, scegliendo volutamente, a differenza del libro, di non spiegare niente. Il film comincia con la creazione architettonica di un occhio umano e del suo sguardo, quasi una genealogia della visione che mira da subito alla decostruzione geometrica dell’immagine cinematografica e rimanda al cinema astratto di Eggeling, Richter e Ruttmann. Alla costruzione dell’occhio segue l’educazione al linguaggio. “Fail, fear, feel, film” recita una voce femminile fuoricampo, imparando come un mantra il vocabolario di un mondo a sé estraneo. Ed è subito metacinema: la paura di non sentire/provare alcuna emozione della protagonista, ma anche quella del fallimento, quella di Glazer che impiega tre anni per montare un film ambizioso, complesso e coraggioso. [Continua »]


L’arte, perchè?

“L’arte esiste perché il mondo è imperfetto. L’arte sarebbe inutile se il mondo fosse perfetto”
Andrej Tarkovskij

Libro

Domanda domandona: ma a che serve l’arte? E la letteratura, a che serve? Sono anni che ci interroghiamo sul “servizio” della letteratura, e ancora mi frulla in testa questa domanda che mi è tornata in mente dopo la lettura estiva del bel romanzo Gilead di Marylinne Robinson, che più volte mi ha commosso fino alle lacrime, con una possibile risposta triplice, legata ovviamente a quelle lacrime: la letteratura esiste per divertire? Per guarire? Per salvare? [Continua »]