Autoritratto di un poeta
È interessante conoscere a fondo un poeta, non solo dai suoi versi, ma penetrando nella sua vita, nella sua umanità e nella sua poetica. È quello che fa in questo libro Alessandro Rivali con una lunga intervista a Giampiero Neri, poeta milanese, autore di una dozzina di raccolte, oggetto di ampia attenzione da parte della critica, anche se di fatto un «solitario «maestro in ombra» della nostra poesia», secondo la «felicissima espressione di Maurizio Cucchi».
Il genere letterario dell’intervista è indubbiamente molto interessante, perché dà all’intervistatore la possibilità di indagare, di scavare nell’animo e nella vita del personaggio intervistato, costringendolo a svelarsi nella sua umana autenticità. Che quest’intervista arrivi alla verità su Giampiero Neri è indiscutibile, trattandosi di un poeta che afferma «Non mi è mai interessato contare le sillabe, ma soltanto la ricerca della verità». E così questo testo, «concepito e realizzato nell’estate del 2012 tra le spesse mura di casa Neri, a Erba, nella frazione di Incasate», percorre tutta la vita del poeta, condizionata dall’uccisione del padre da parte dei partigiani, proprio durante la sua prima fuga da casa, dalla successiva rovina economica della famiglia nel dopoguerra, che lo indusse a dedicarsi ad un lavoro in banca, sempre mal accettato, parallelamente al quale portò avanti l’attività letteraria, e dal «rapporto intenso ma così altalenante con il fratello Giuseppe Pontiggia, familiarmente «Peppo», narratore di successo e crocevia di destini editoriali del secondo Novecento», nei cui confronti esprime i suoi personali «giudizi sorprendenti che stupiranno molti lettori». [Continua »]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa intervista di Donatella Cerboni ad Annalisa Teggi[1] – traduttrice delle opere di Gilbert K. Chesterton – che all’incontro del primo giugno scorso sul tema “
Qualche settimana fa, un articolo di padre Ferdinando Castelli su “La Civiltà Cattolica” indagava le istanze religiose presenti nell’opera di Giovanni Boccaccio, del quale ricorre il settimo centenario della nascita (1313). Lo scrittore di Certaldo, infatti, sebbene sempre riconosciutosi cattolico, visse intorno ai quarant’anni un profondo ripensamento che lo portò a ritrattare le sue opere giovanili. Tra esse anche il “Decameron”, il capolavoro di novellistica che gli diede la fama tanto agognata in gioventù: un’opera, scrive padre Castelli, non edificante in senso religioso, ma nemmeno «immorale».
Di recente si è sviluppata una discussione, in particolare dentro la mailing list di BombaCarta, sul rapporto tra letteratura e giornalismo (si parlava di Saviano e dintorni). Vexata quaestio. Mi viene in mente la battuta folgorante di Chesterton:
