Un film e due registi estremi
To the wander di Terrence Malick, l’arte come ricerca della fonte

“(colui che è) convinto che gli uomini farebbero strada se credessero in se stessi; colui che cerca il superuomo e tenta di trovarlo nello specchio; gli scrittori che parlano di imporre la propria personalità invece di creare vita per il mondo: tutte queste persone sono a poco più di un passo da un vuoto spaventoso” (da Ortodossia di G.K.Chesterton)
Sono andato a vedere l’ultimo film di Terrence Malick, To the wonder, un film sbagliato e sballato ma come spesso capita con i grandi registi, a volte sono proprio gli sbagli che permettono di accedere, gustare e comprendere meglio il “mondo” che con le loro opere hanno creato. Da un certo punto di vista questo ultimo è infatti il film verso il quale tutte le opere precedenti del regista americano convergono, rappresentando quasi l’essenza, la “linfa”, che nutre e muove tutta la sua filmografia, un’essenza bene evidenziata nelle parole del titolo, “verso la meraviglia”. [Continua »]
Il genere letterario dell’intervista è indubbiamente molto interessante, perché dà all’intervistatore la possibilità di indagare, di scavare nell’animo e nella vita del personaggio intervistato, costringendolo a svelarsi nella sua umana autenticità. Che quest’intervista arrivi alla verità su Giampiero Neri è indiscutibile, trattandosi di un poeta che afferma «Non mi è mai interessato contare le sillabe, ma soltanto la ricerca della verità». E così questo testo, «concepito e realizzato nell’estate del 2012 tra le spesse mura di casa Neri, a Erba, nella frazione di Incasate», percorre tutta la vita del poeta, condizionata dall’uccisione del padre da parte dei partigiani, proprio durante la sua prima fuga da casa, dalla successiva rovina economica della famiglia nel dopoguerra, che lo indusse a dedicarsi ad un lavoro in banca, sempre mal accettato, parallelamente al quale portò avanti l’attività letteraria, e dal «rapporto intenso ma così altalenante con il fratello Giuseppe Pontiggia, familiarmente «Peppo», narratore di successo e crocevia di destini editoriali del secondo Novecento», nei cui confronti esprime i suoi personali «giudizi sorprendenti che stupiranno molti lettori». 
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa intervista di Donatella Cerboni ad Annalisa Teggi[1] – traduttrice delle opere di Gilbert K. Chesterton – che all’incontro del primo giugno scorso sul tema “
Qualche settimana fa, un articolo di padre Ferdinando Castelli su “La Civiltà Cattolica” indagava le istanze religiose presenti nell’opera di Giovanni Boccaccio, del quale ricorre il settimo centenario della nascita (1313). Lo scrittore di Certaldo, infatti, sebbene sempre riconosciutosi cattolico, visse intorno ai quarant’anni un profondo ripensamento che lo portò a ritrattare le sue opere giovanili. Tra esse anche il “Decameron”, il capolavoro di novellistica che gli diede la fama tanto agognata in gioventù: un’opera, scrive padre Castelli, non edificante in senso religioso, ma nemmeno «immorale».
Di recente si è sviluppata una discussione, in particolare dentro la mailing list di BombaCarta, sul rapporto tra letteratura e giornalismo (si parlava di Saviano e dintorni). Vexata quaestio. Mi viene in mente la battuta folgorante di Chesterton: