Letture. La caduta di Giovanni Cocco
Che la complessità sia il carattere più immmediatamente evidente della contemporaneità è osservazione quasi banale; assai meno banale è la constatazione che di essa cerchi di farsi carico la “finzione” narrativa, con le possibilità che le sono proprie, descrivendola, anzitutto, e proponendo motivi, se non di comprensione, quanto meno di riflessione profonda. Notevole senza altri aggettivi è infine la circostanza che il tentativo sia azzardato e condotto a buon fine da un autore sostanzialmente esordiente, Giovanni Cocco, nel suo primo romanzo La Caduta (Nutrimenti 2013, euro 16,00). Della complessità della materia che sostanzia l’opera è raffigurazione esplicita la stessa strutturazione del libro, che si compone di un ciclo di racconti, non connessi tra loro apparentemente (ma solo apparentemente: i rimandi sono facilmente rintracciabili ed essenziali per la comprensione della concezione della storia che sostiene il testo). La cornice, nella migliore tradizione della nostra novellistica, racchiude e completa il mondo che si intende raffigurare (come in alcuni cicli pittorici rinascimentali, precisa l’autore nella Notafinale), in un alternarsi di scene principali e “tondi” di raccordo (qui eseguiti come “voci narranti”, narrazioni brevi inerenti il destino a suo modo esemplare di un singolo personaggio). Si tratta in totale di dodici episodi, compresi un prologo ed un epilogo. I sei capitoli recano, infine, ad esergo versetti del Pentateuco e dell’Apocalisse, quasi che in essi il caos fumigante evocato dalla narrazione possa trovare ordine, se non spiegazione. [Continua »]
Ve lo dico subito: non saltatemi fuori con la storia che “non è bello ciò che è bello” e via discorrendo. Mi ricorda la prima scena del Macbeth e le tre streghe che si salutano alla parola d’ordine: «Fair is foul, and foul is fair / Bello è il brutto e brutto il bello». Come poi le stesse tre signore abbiano smarrito Lord Macbeth in una selva di mezze verità e mezze promesse, fino alla delirante conclusione, è cosa che dovrebbe metterci in guardia verso gli eccessi di un comunissimo relativismo estetico. E d’altra parte, a un sacco di gente piacciono cose orrende. «La bellezza è una cosa tremenda e paurosa. Paurosa perché indefinibile, e definirla non si può perché Dio non ci ha dato che enigmi – sussurra Mìtja Karamazov, sconvolto dalla propria passione. – Qui le due sponde si raggiungono, qui tutte le contraddizioni convivono […] Quello che per la mente appare una vergogna, per il cuore, invece, è tutta bellezza». “Bello” non significa per forza “piacevole”, anzi. La bellezza dà alla testa. Ferisce. Nausea, perfino. Il biglietto per l’inferno, Arthur Rimbaud l’ha acquistato proprio da lei: «Una sera ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia. – E l’ho trovata amara. E l’ho ingiuriata».
La poesia d’apertura (Incipit) di questa nuova silloge della poetessa calabrese Angela Caccia si imprime subito con rilievo nella nostra mente, fin dalla prima lettura, per quel suo incisivo tono riflessivo e sapienziale, che dimostra l’impegno dell’autrice a ricercare e a comunicare agli altri, attraverso l’efficacia della parola poetica, il senso della vita: un senso imperniato sulla dialettica tra la salvezza, garantita dalla Resurrezione, e la nostra umana debolezza, che ci fa facilmente cadere nel tradimento, come quello di Pietro, scandito dal canto del gallo. Correlativo oggettivo di questa tensione (alla maniera di Eliot e Montale) diventa il “fruscio feroce di ulivi ignari”, voce della natura, stravolta dall’incapacità di comprendere il senso che misteriosamente pervade l’arco della nostra esistenza, dal nascere “nella penombra di una grotta”, come “una scintilla”, fino al morire che diventa l'”incipit di un’altra storia”, affermato con fiducia dalla poetessa. Tensione dialettica ripresa in Giardino, con forza nel verso “Storia perenne amare – tradire”, in una lirica che si conclude nella luce della speranza.
Immaginatevi la scena.
Nei giorni 18, 19 e 20 aprile 2013, si terrà a Reggio Calabria presso l’Auditorium San Vincenzo de’ Paoli, via Mazzini, l’annuale Convegno Nazionale sulla Letteratura, organizzato dall’Associazione Culturale PIETRE DI SCARTO. La decima edizione del convegno avrà come titolo Nei boschi narrativi alla ricerca del lupo: tre giorni dedicati a tre forme narrative diverse, la fiaba/favola, il racconto breve, il romanzo d’avventura e di fantascienza. Lo scopo è quello di proporre la lettura e, ancora prima, la scrittura come incontro con il <lupo>, esperienza, cioè, di vita, di crescita nella conoscenza di sé e della realtà.
5. Luoghi della critica in rete.