Il brutto del bello

macbethVe lo dico subito: non saltatemi fuori con la storia che “non è bello ciò che è bello” e via discorrendo. Mi ricorda la prima scena del Macbeth e le tre streghe che si salutano alla parola d’ordine: «Fair is foul, and foul is fair / Bello è il brutto e brutto il bello». Come poi le stesse tre signore abbiano smarrito Lord Macbeth in una selva di mezze verità e mezze promesse, fino alla delirante conclusione, è cosa che dovrebbe metterci in guardia verso gli eccessi di un comunissimo relativismo estetico. E d’altra parte, a un sacco di gente piacciono cose orrende. «La bellezza è una cosa tremenda e paurosa. Paurosa perché indefinibile, e definirla non si può perché Dio non ci ha dato che enigmi – sussurra Mìtja Karamazov, sconvolto dalla propria passione. – Qui le due sponde si raggiungono, qui tutte le contraddizioni convivono […] Quello che per la mente appare una vergogna, per il cuore, invece, è tutta bellezza». “Bello” non significa per forza “piacevole”, anzi. La bellezza dà alla testa. Ferisce. Nausea, perfino. Il biglietto per l’inferno, Arthur Rimbaud l’ha acquistato proprio da lei: «Una sera ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia. – E l’ho trovata amara. E l’ho ingiuriata».

Tuttavia della bellezza non si può fare a meno. Occorre rischiare. Charles Baudelaire temeva solo di non ustionarsi abbastanza: «Che tu venga dal cielo o dagli inferi – che importa / o Bellezza! Mostro ingenuo, terribile e grandioso! / Se il tuo occhio, il sorriso, il piede mi aprono la porta / di un infinito che amo, così misterioso?». Baudelaire ci dà forse l’unica definizione possibile: la bellezza è qualcosa che apre, e apre la soglia di un infinito amabile. Definizione tutt’altro che scontata. Per lo più concepiamo la bellezza come perfezione formale che seduce, cioè che non porta in alcun altro luogo diverso da se stessa. Ma dal mito di Narciso all’esteta Dorian Gray, veniamo avvertiti che questa concezione di bellezza è un riflesso di autocompiacimento che presto o tardi scatena il cortocircuito dell’annichilimento, l’autodivorazione. Non sarà proprio questa, invece, la bruttezza? Una bellezza conclusa in se stessa, che non necessita neppure di essere vista né ammirata né amata, che razza di bellezza potrebbe essere? Una bellezza triste fino alla disperazione, nel migliore dei casi.

Il Bello con-duce, il Brutto se-duce. Bello è ciò che non stanca, mentre tutto ciò che è vuoto e non ha nulla di vero, è piacere che non dura, né matura. Il filosofo Vladimir Solov’ëv parlava di una inscindibile triunità composta da Bene, Verità e Bellezza. Ogni caratteristica necessita delle altre, perché qualora esse si separassero dall’intero, la Verità diviene insopportabilmente orrenda, la Bontà vischiosamente stupida e la Bellezza tirannicamente perversa. Al bello spetta il compito di essere lo splendore del vero, la veste del suo apparire. Forse proprio in questo senso va intesa l’affermazione di un altro padre del dandismo, Joris Karl Huysmans, quando afferma che «In arte il brutto non esiste». Perché l’arte altro non è che aprire porte, mondi, visioni, orizzonti impensati della realtà, e può aprirle anche senza essere “piacevole”. Un’opera perfetta, se non si spinge oltre se stessa, può essere impeccabile artigianato senza avere alcunché di artistico. Mentre anche una chiazza di colore, una sagoma appena sbozzata, un ritratto deforme possono diventare una chiave, un grimaldello, sì, perfino un piede di porco in grado di risollevare con uno schianto le saracinesche arruginite della nostra immaginazione.

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