Un film sulla politica
Uno dei film più interessanti della stagione è senz’altro, ça va sans dire, l’ultimo di Steven Spielberg, il geniale regista americano, dedicato alla figura del presidente Abramo Lincoln. Il film Lincoln può essere suddiviso in tre parti: i primi cinque minuti, il film, gli ultimi cinque minuti.
Nei primi cinque minuti Spielberg mostra cosa sarebbe stato capace di fare, se solo avesse voluto.
L’intera sequenza iniziale ritrae una scena di guerra, la Guerra di Secessione ovviamente, ma più di una battaglia quella a cui si assiste è una rissa, un caos misero e infernale, rappresentato in tutta la sua cruda e struggente verità, la verità della guerra. Come nel caso della prima lunga sequenza de Salvate il soldato Ryan, Spielberg ha detto la parola definitiva sulle scene di guerra al cinema: non ci saranno altri sbarchi in Normandia senza passare per la scena d’apertura di Ryan così come non ci saranno scene relative alla Guerra di Secessione, senza passare per quei primi minuti, brevi quanto intensi, di Lincoln. Una piccola dimostrazione di cosa vuol dire fare cinema, giusto un assaggio e fatto non per virtuosismo, ma perchè quella scena è lo sfondo da cui si dipana tutta la vicenda.
Negli ultimi cinque minuti Spielberg mostra cosa ha evitato di fare e cosa un altro regista avrebbe potuto fare di questo film. Si tratta nemmeno di cinque minuti ma di un’immagine rapidissima, in cui si vede Lincoln sul letto di morte con tutti gli amici e i familiari intorno a lui. Sembra un quadro, anzi un “santino”, con tanto di candela accesa a rendere tutto più commovente. Una caduta di stile, di un attimo, che però si nota proprio perchè il film per tutti i suoi 150 minuti è stato l’esatto opposto. Spielberg sembra dirci con quell’immagine finale: ecco cosa si poteva rischiare di fare, cosa non ho voluto fare. [Continua »]



Cosa ci faccia Una stagione all’inferno (BUR 2012, pp. 123, € 7,90) nella collana Rizzoli “I libri della speranza”, tocca chiederlo a Davide Rondoni, poeta, traduttore e curatore della presente edizione. Sarà che tra i maudits Rondoni pare trovarsi a casa (già anni addietro aveva firmato una traduzione davvero memorabile dei Fleurs du Mal, poi ripubblicata da Salerno Editrice nel 2010). Sarà che proprio Rimbaud viene a ricordarcelo: l’inferno è roba da cristiani, gente che o l’eterna felicità o l’eterna dannazione; l’eterno oblio no, grazie. Sarà che, presi come siamo nella routine dei gironi di quaggiù, solo l’inferno vero potrebbe farci ricordare e desiderare la necessità di una speranza soda. Sarà che, come e forse persino più che nei Fleurs, la Saison è trafitta dall’interrogativo della Bellezza: «Una sera ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia. – E l’ho trovata amara. – E l’ho ingiuriata».
«L’essere cristiani cattolici sembra essere oggi, in Italia, la più radicale diversità sperimentabile» leggiamo in Dieci buoni motivi per essere cattolici, scritto da Giulio Mozzi a quattro mani con Valter Binaghi, edito l’anno scorso da Laurana. Mi ricordo che durante il Giubileo del 2000, dei ragazzi e delle ragazze che avevano invaso le strade di Roma, quello che mi colpiva era il pallore: l’ostinazione a non abbronzarsi mi sembrava il segno concreto, inscritto nel corpo, di un rifiuto. Trovavo in loro, nel loro stesso apparire, una radicalità, non univoca certo, non rassicurante (c’era qualcosa di repulsivo, di troppo corporeo in quel biancore), ma netta: la fiducia autentica nella possibilità di un altro mondo, la critica radicale verso il tempo presente, la coscienza che questo tempo, lo stile di vita che condividiamo, che appare onnipervasivo, totalitario persino, è finito, destinato ad essere spazzato via. Una sicurezza basata su fondamenta che non potrebbero essere più certe. L’alterità che manifestavano mi sembrava potesse diventare senso d’assedio oppure qualcosa di più fertile. La stessa sensazione di non appartenenza l’ho ritrovata quasi ogni volta che mi è capitato di ragionare con gli intellettuali cattolici qualunque fosse la loro posizione.