Rete e critica letteraria. II parte.
5. Luoghi della critica in rete.
Ciò che ancora sembra non cessare di disorientare tanti, e soprattutto quelli tra noi non proprio esattamente nativi digitali, è la sovrabbondanza dell’offerta reperibile in rete. Ma ciò che è davvero cresciuto a dismisura, rispetto al tempo in cui la rete non c’era, non è tanto l’insieme delle proposte più o meno assimilabili alle riviste letterarie cartacee, quanto l’opportunità di amplificare la diffusione delle impressioni di lettura. Ciò che un tempo si concretizzava nel passaparola, nella condivisione di gusti con piccole compagnie di amici, nel consiglio a un allievo o nel colloquio con il libraio, adesso è un’informazione la cui trasmissibilità in teoria non ha limiti (il che comporta, tra l’altro, riflessioni non trascurabili circa la consapevolezza di ciò che si sta facendo e sulla assunzione delle relative responsabilità).
“Il pazzo non è colui che ha perso la ragione, ma colui che ha perso tutto tranne la ragione“. La frase di Chesterton, citata spesso nelle ultime Officine, mi rimbalza nella mente, ora che mi trovo davanti questo tema così complesso, il rapporto tra chiaro e scuro. Un rapporto molto poco chiaro, già infatti mi viene da estendere i termini e dire: chiaro e o-scuro, chiarezza e oscurità.
Nello scorso autunno si è diffuso in rete un dibattito, di discrete dimensioni e connotato da sfumature molto diverse a seconda delle diverse sensibilità intervenute, circa la critica letteraria ai tempi del web, o, secondo altre versioni, circa i rapporti tra blog e critica. L’occasione è stata fornita da un articolo di Nicola Lagioia apparso su Repubblica del 17 ottobre, La prevalenza dell’e-critico. Blog d’autore, riviste e siti: così la rete è diventata il luogo del diletto (culturale), (ripreso poi su Minima & moralia), che commenta (e a tratti confuta) le tesi di Peter Stothard, direttore del Times Literary Supplement, espresso in un intervista pubblicata sull’Indipendent. Il tema è il confronto tra critica letteraria espressa in forme tradizionali e critica in rete.
1974
“Il passato è una terra straniera, le cose si fanno in un altro modo laggiù”. Così comincia il romanzo L’età incerta di Leslie P. Hartley. Il passato si delinea subito come un luogo a noi sconosciuto, difficile da comprendere. Ma perché il passato ci sembra così diverso dal futuro? Perché ricordiamo il passato ma non il futuro? Forse perché il passato è qualcosa di inarrivabile e inaccessibile, mentre il futuro un tempo e un luogo a prossima portata di mano. Il futuro lo vediamo in lontananza, davanti a noi. Basta rivolgere lo sguardo oltre il confine, come il Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich che osserva un futuro raggiungibile ma sconosciuto, quindi soltanto immaginabile.