Chiaro e scuro, chiaro?

chiaro?Il pazzo non è colui che ha perso la ragione, ma colui che ha perso tutto tranne la ragione“. La frase di Chesterton, citata spesso nelle ultime Officine, mi rimbalza nella mente, ora che mi trovo davanti questo tema così complesso, il rapporto tra chiaro e scuro. Un rapporto molto poco chiaro, già infatti mi viene da estendere i termini e dire: chiaro e o-scuro, chiarezza e oscurità.

La chiarezza noi (occidentali), anche per colpa dell’Illuminismo, la associamo alla lucidità più che alla lucentezza, alla ragione più che allo splendore; e la ragione, come ricorda Chesterton, è cosa buona e bella ma solo se è in compagnia, collegata con le altre dimensioni della vita della persona umana (affettività, gioco, materia, sentimento, volontà, immaginazione, fede…), altrimenti si riduce e si rovescia nel suo opposto, in una follia disumana. In effetti i pazzi spesso sono molto lucidi, per loro è tutto chiaro. Rispetto al pazzo risulta molto più sano il poeta: “Non è l’immaginazione che produce la pazzia; è la ragione. [Continua »]


Pasqua è un corpo

Caravaggio - doubting thomas

«Noi uomini abbiamo un problema – mi ricordava durante un’intervista Éric-Emmanuel Schmitt -: possiamo dimenticare il nostro corpo». E dimenticare il corpo non significa affatto essere spirituali, ma soltanto astratti: cioè diabolicamente disincarnati, condizione nella quale si è più facilmente illusi, delusi. Non è un caso che, invece, il santo Triduo Pasquale si svolga proprio sotto il segno del corpo. Non sono le parole che lavano i piedi, che dividono il pane, che vengono catturate, torturate, assassinate, sepolte. [Continua »]


Rete e critica letteraria. I parte.

1. A che punto siamo ?
Nello scorso autunno si è diffuso in rete un dibattito, di discrete dimensioni e connotato da sfumature molto diverse a seconda delle diverse sensibilità intervenute, circa la critica letteraria ai tempi del web, o, secondo altre versioni, circa i rapporti tra blog e critica. L’occasione è stata fornita da un articolo di Nicola Lagioia apparso su Repubblica del 17 ottobre, La prevalenza dell’e-critico. Blog d’autore, riviste e siti: così la rete è diventata il luogo del diletto (culturale), (ripreso poi su Minima & moralia), che commenta (e a tratti confuta) le tesi di Peter Stothard, direttore del Times Literary Supplement, espresso in un intervista pubblicata sull’Indipendent. Il tema è il confronto tra critica letteraria espressa in forme tradizionali e critica in rete.
Scrive Stothard, peraltro pure blogger di suo, che “l’ascesa dei blog letterari danneggia la letteratura e rischia di abbassare il livello della critica”, aggiungendo che “è bello che ci siano tanti book blogger, ma essere un critico è diverso dal limitarsi a condividere dei gusti. Non tutte le opinioni hanno lo stesso valore”. [Continua »]


Il maledetto United (di Tom Hooper)

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Il Leeds United vince il campionato inglese. L’Inghilterra non si qualifica ai mondiali di calcio. Come da copione chi ci rimette è l’allenatore. Valzer di panchine: Don Revie, trainer del Leeds più vincente di tutti i tempi, diventa il CT dei Leoni. A chi andrà allora la guida più ambita della First Division?

Brian Clough
Brian Clough è stato definito in molti modi. Spocchioso, chiacchierone, scostante, irritabile e irritante, permaloso, arrogante. Un vincente, insomma.

Figlio di operai, secondo di otto figli, Clough fu calciatore nazionale inglese: due presenze, prima che un gravissimo infortunio lo spazzasse via dal calcio giocato mentre militava nel Sunderland.

Mr. Clough prende il Derby County nel ’67, in Terza Divisione. E da lì lo porta alla Prima Divisione. Nel ’74 Brian Clough è il miglior giovane allenatore sulla piazza. L’ideale per il “maledetto United”.

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Passato e futuro

Caduta del muro di Berlino, picconate“Il passato è una terra straniera, le cose si fanno in un altro modo laggiù”. Così comincia il romanzo L’età incerta di Leslie P. Hartley. Il passato si delinea subito come un luogo a noi sconosciuto, difficile da comprendere. Ma perché il passato ci sembra così diverso dal futuro? Perché ricordiamo il passato ma non il futuro? Forse perché il passato è qualcosa di inarrivabile e inaccessibile, mentre il futuro un tempo e un luogo a prossima portata di mano. Il futuro lo vediamo in lontananza, davanti a noi. Basta rivolgere lo sguardo oltre il confine, come il Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich che osserva un futuro raggiungibile ma sconosciuto, quindi soltanto immaginabile. [Continua »]


Un film sulla politica

LincolnUno dei film più interessanti della stagione è senz’altro, ça va sans dire, l’ultimo di Steven Spielberg, il geniale regista americano, dedicato alla figura del presidente Abramo Lincoln. Il film Lincoln può essere suddiviso in tre parti: i primi cinque minuti, il film, gli ultimi cinque minuti.

Nei primi cinque minuti Spielberg mostra cosa sarebbe stato capace di fare, se solo avesse voluto.

L’intera sequenza iniziale ritrae una scena di guerra, la Guerra di Secessione ovviamente, ma più di una battaglia quella a cui si assiste è una rissa, un caos misero e infernale, rappresentato in tutta la sua cruda e struggente verità, la verità della guerra. Come nel caso della prima lunga sequenza de Salvate il soldato Ryan, Spielberg ha detto la parola definitiva sulle scene di guerra al cinema: non ci saranno altri sbarchi in Normandia senza passare per la scena d’apertura di Ryan così come non ci saranno scene relative alla Guerra di Secessione, senza passare per quei primi minuti, brevi quanto intensi, di Lincoln. Una piccola dimostrazione di cosa vuol dire fare cinema, giusto un assaggio e fatto non per virtuosismo, ma perchè quella scena è lo sfondo da cui si dipana tutta la vicenda.

Negli ultimi cinque minuti Spielberg mostra cosa ha evitato di fare e cosa un altro regista avrebbe potuto fare di questo film. Si tratta nemmeno di cinque minuti ma di un’immagine rapidissima, in cui si vede Lincoln sul letto di morte con tutti gli amici e i familiari intorno a lui. Sembra un quadro, anzi un “santino”, con tanto di candela accesa a rendere tutto più commovente. Una caduta di stile, di un attimo, che però si nota proprio perchè il film per tutti i suoi 150 minuti è stato l’esatto opposto. Spielberg sembra dirci con quell’immagine finale: ecco cosa si poteva rischiare di fare, cosa non ho voluto fare. [Continua »]