Morte e redenzione del letterato occidentale

È nato in Ucraina e vive negli Stati Uniti: eppure Adam Zagajewski è quasi il prototipo dell’intellettuale europeo. Colto e raffinato, i suoi versi (Dalla vita degli oggetti, Adelphi 2012) ospitano volentieri riferimenti ai filosofi e artisti dei quali si è nutrito. Apprendiamo così che molto ama la musica – rigorosamente classica: Schumann, Bruckner, Bach, Sostakovic, soprattutto i languidi Chopin e Mahler – ma nomina spesso il silenzio. Temuto, amato.
Ama guardare. Non saprebbe decidersi, tra un quadro e una veduta alla finestra. Quindi venera l’Italia, ci si trova a casa, l’ha percorsa a lungo: Siena, Cefalù, Pisa, Montepulciano, Torino, l’Umbria e la Liguria. Adora le città d’arte e girovaga per musei scherzando su custodi che strillano «No flash!» e aggeggi che esigono una moneta per illuminare absidi o pale d’altare. Passeggia spesso tra i boschi; nei parchi, ammira le foglie dei castagni «stirate da un ferro invisibile». Ed è un paesaggista non meno virtuoso dei suoi prediletti pittori fiamminghi (straordinario l’incipit di Mattina a Vicenza). Eppure. [Continua »]
Per caso mi sono imbattuto ne Tropico del cancro di Henry Miller e sfogliandolo mi ha colpito la frase in esergo di R.W.Emerson: “E poi, a poco a poco, i romanzi cederanno il posto ai diari, alle autobiografie; libri avvincenti, purchè chi li scrive sappia scegliere, fra ciò che egli chiama le sue esperienze, quella che è davvero esperienza, e il modo per raccontare veramente la verità“.
Burt e Verona sono una coppia moderna. Qualcosa sta per scombussolare la loro vita. Verona è incinta. In un secondo si accorgono di avere un futuro. Complicato.
Sono ricominciati gli appuntamenti del laboratorio dedicato agli appassionati di libri e di lettura presso la libreria Aquisgrana, in via Ariosto 28-30 a Roma.
Con la singolare collana Zoo ||| Scritture animali diretta da Giorgio Vasta e Dario Voltolini, la casa editrice :duepunti dimostra come la nobile e per nulla facile (nonostante le apparenze) arte del racconto abbia ancora cultori di vaglia e riesca a esiti talvolta piacevolmente sorprendenti. In essa autori di estrazione assai eterogenea (da Mozzi a Lagioia, da Falco a Genna, per far solo qualche nome) si sono misurati in narrazioni ciascuna delle quali programmaticamente dedicata a un animale. Anche Marino Magliani, con questo suo La ricerca del legname, partecipa al cimento con risultati che ne confermano le solide qualità di narratore, a suo agio nel conferire profondità alla narrazione, pur nell’angustia del tema precipuo della collana e nell’esiguità della misura prescelta. Non propone una narrazione naturalistica ma una favola surreale, una comunità abitata da topi antropomorfi, fondale ideale per una puntuale allegoria dell’intrecciarsi dei rapporti e delle vicende del mondo degli umani.
Il primo, Merovingio, programma informatico di antica fattura, detiene le chiavi per giungere all’Architetto, colui che tutto vede e monitora il funzionamento della Matrice, del sistema, dalla sua torre d’avorio in una dimensione parallela e protetta. A dimostrazione del nome, durante la dinastia dei Merovingi il potere politico era diviso tra il re e il signore o maggiordomo di palazzo, in un rapporto paragonabile a quello, più tardo, tra il Tenno e lo Shogun nel Giappone feudale. Allo stesso modo infatti, formalmente il maggiordomo non poteva avere un potere superiore al suo sovrano, tuttavia era proprio il signore di palazzo che radunava le truppe al campo Maggio (il campo nel quale, ogni primavera, venivano reclutate le truppe dell’esercito) e conduceva le campagne militari.