Un sacrificio generazionale: la matrice del Capitalismo
«La scelta è solo un’illusione creata e posta tra chi ha potere… e chi non ne ha». (Matrix Reloaded, Merovingio)
Il sistema consumistico-capitalista spesso commercia prodotti accattivanti portatori di messaggi ad esso antitetici: un nemico alla luce del sole è prevedibile, scriverebbe Adorno. E, del resto, ciò che conta sopra a tutto è vendere per aggiungere plusvalore. Però questi strumenti possono generare riflessioni utili contro il moto della «molla»[1]. Matrix Revolutions, terzo capitolo della celebre saga visionaria girata dai fratelli Wachowski, è uscito nelle sale italiane nel 2003. Scorrendo il finale in cui si compie il sacrificio dei protagonisti e di coloro che nel corso della vicenda hanno cercato di salvare l’essere umano, ho focalizzato l’attenzione su due personaggi in particolare. Ben definiti e aderenti a un’Italia in balia dello spread e della BCE.
Il primo, Merovingio, programma informatico di antica fattura, detiene le chiavi per giungere all’Architetto, colui che tutto vede e monitora il funzionamento della Matrice, del sistema, dalla sua torre d’avorio in una dimensione parallela e protetta. A dimostrazione del nome, durante la dinastia dei Merovingi il potere politico era diviso tra il re e il signore o maggiordomo di palazzo, in un rapporto paragonabile a quello, più tardo, tra il Tenno e lo Shogun nel Giappone feudale. Allo stesso modo infatti, formalmente il maggiordomo non poteva avere un potere superiore al suo sovrano, tuttavia era proprio il signore di palazzo che radunava le truppe al campo Maggio (il campo nel quale, ogni primavera, venivano reclutate le truppe dell’esercito) e conduceva le campagne militari. [Continua »]
Parlare di presenza – assenza lì per lì mi è sembrato quasi un compito facile. Quasi un naturale prolungamento di libertà – autorità. Ed in effetti la scelta di questo binomio è nata proprio come una conseguenza direi scontata della coppia che ha aperto il nostro anno BC.
L’ultima Officina su Autorità e Libertà è stata molto ricca di stimoli. Ad un certo punto è rimbalzata dentro la discussione, sempre vivace lungo le 4 ore dell’incontro, una affermazione di T.S.Eliot sul fatto che “l’arte non è affatto libera“, vi prego di ritrovarne la fonte (il bello che sono stato io a farla rimbalzare!). L’arte come obbedienza, un tema bellissimo da approfondire.
Se si arriva a St. Beuno’s da nord est, varcando il confine del Galles provenendo da Manchester, a un tratto, seguendo la costa, il panorama si apre sulla palude della baia di Liverpool che spezza la dolcezza del panorama introducendo un che di selvatico e di desolato.
Ed è qui, tra il 1874 e il 1877 che il poeta Gerard Manley Hopkins, nato anglicano nel 1844 e divenuto cattolico e poi gesuita a ventiquattro anni, fece i suoi studi e scrisse i suoi versi migliori, tormentato dal timore che l’ispirazione poetica celasse in sé un sentimento di superbia. L’occhio dell’inglese e assolutamente british Gerard, figlio della rare-dear (rara-cara) Britannia, nato a Stratford in Essex nei paraggi di Londra, si spalanca di colpo. Abituato ai panorami vittoriani webbed and watery, velati e acquosi, adesso è invece percosso dai campi a patchwork tremanti di colori.