Presenza e Assenza

Folla di personeParlare di presenza – assenza lì per lì mi è sembrato quasi un compito facile. Quasi un naturale prolungamento di libertà – autorità. Ed in effetti la scelta di questo binomio è nata proprio come una conseguenza direi scontata della coppia che ha aperto il nostro anno BC.

Perché nella libertà intesa come assunzione di responsabilità verso se stessi e verso gli altri si manifesta appieno la facoltà di esserci, di essere presenti.

Come di consueto partiamo dall’inizio, ovvero dalla radice etimologica di presenza: prae + esse. Essere innanzi, davanti, al cospetto di qualcuno, un piccolo “gradino in più” del “semplice” esserci. [Continua »]


L’arte è anonima

L’ultima Officina su Autorità e Libertà è stata molto ricca di stimoli. Ad un certo punto è rimbalzata dentro la discussione, sempre vivace lungo le 4 ore dell’incontro, una affermazione di T.S.Eliot sul fatto che “l’arte non è affatto libera“, vi prego di ritrovarne la fonte (il bello che sono stato io a farla rimbalzare!). L’arte come obbedienza, un tema bellissimo da approfondire.

E su questo tema della libertà/arbitrio dell’artista è stata molto bella la discussione sulle cosidette archi-star, gli architetti che come “divi” ormai delirano e possono fare quello che vogliono in forza solo del loro nome. Qui a fianco “brilla” una chiesa di Fuksas (ma ci è stato dovuto dire da Sara Maneri che era una chiesa perchè non lo si capiva).

Poi qualcuno ha citato l’esempio delle cattedrali del Medio Evo. Un esempio agli antipodi da quello delle archi-star: in questo caso si sa solo il nome dell’artista che sovrasta sull’opera (e sul senso dell’opera), mentre nel caso della cattedrali è l’opposto, non conosciamo  i nomi di questi artisti ma godiamo ancora oggi della loro opera costruita in modo e con un fine “comunitario”. Ancora una volta è il caso di sottolineare che una cosa è “esprimere” (esprimersi) e una cosa è “comunicare”. [Continua »]



Arte e politica.. arte “è” politica?

Ciceruacchio che arringa la folla, davanti alla Chiesa degli Artisti a piazza del Popolo.

Quanti e quali sono i nessi tra arte e politica? Tanti, senz’altro. Mi è venuto in mente questo legame leggendo il libro intervista all’ex segretario della DC Ciriaco De Mita (“La storia d’Italia non è finita” ed.Guida), che ad un certo punto fa un paragone tra le due cose e dice che:  “Ritengo che la politica offra l’opportunità di far convergere persone che hanno bisogni ed esigenze comuni nell’individuazione e nella scelta degli stessi strumenti per dare ad essi risposta. Una tale scelta non può rivolgersi a strumenti ottimi o unici, poiché non esistono, ma ai migliori tra quelli che si hanno a disposizione. […] Non l’ho mai considerata [la politica] un mestiere o una professione fra le altre, bensì un’attività molto importante, contraddistinta da una peculiare fisionomia. Senza esagerare, tendo ad assimilarla, almeno a paragonarla, per qualche verso, alla creatività dell’artista, poiché, per fare veramente politica, una qualche capacità ideativo-inventiva giova. E’ la qualità delle cose che un politico pensa e, coerentemente, dice e fa, cercando di creare intorno ad esse ampio consenso, che ne segnala la statura e ne determina il ruolo e il successo.”

Mi piace molto la prima parte della riflessione: la politica come ricerca della via migliore ma non in assoluto, ma solo attraverso la fatica di adeguarsi alla realtà, di accettare il limite, di lavorare con quello che si ha. Niente libertà assoluta, niente arbitrarietà o capricciosità, nella politica come anche, penso, nell’arte. In questo mese dedicato al rapporto tra autorità e libertà, mi sembrava pertinente ascoltare le parole di una “ex-autorità” che ci dice dell’inevitabile “relatività” (e contingenza) di ogni avventura umana, quella apparentemente così prosaica del governo e quella apparentemente più affascinante dell’espressione creativa-artistica.


Hopkins a St. Beuno’s: tutto fluidamente scritto sopra il cielo

Se si arriva a St. Beuno’s da nord est, varcando il confine del Galles provenendo da Manchester, a un tratto, seguendo la costa, il panorama si apre sulla palude della baia di Liverpool che spezza la dolcezza del panorama introducendo un che di selvatico e di desolato.

Proseguendo verso Flint e Prestatyn si ricordano i versi del grande poeta gallese R.S. Thomas: Una collina si illumina all’improvviso; un campo trema / di colori e si spegne / a sua volta. È questa una strada per St. Beuno’s nel Denbighshire, contea del Galles del Nord. Qui i gesuiti nel 1848 aprirono il college per gli studi teologici dei membri in formazione. Una volta si studiava rimanendo fuori dal mondo, lontani dalle città e in un regime di vita semi-monastico. E questo luogo ha mantenuto ancora oggi i suoi tratti originari, dopo essere stata trasformata in casa di esercizi spirituali (www.beunos.com). Oggi è diventata molto nota grazie a un documentario della Bbc dal titolo The Big Silence che è ambientato al suo interno. Il complesso è un curioso miscuglio di stile vittoriano romantico neo-medioevale, in parte monastico, in parte simile a una fortezza (ha le feritoie!), in parte nello stile accademico tipico delle istituzioni di Oxford e Cambridge.
Ed è qui, tra il 1874 e il 1877 che il poeta Gerard Manley Hopkins, nato anglicano nel 1844 e divenuto cattolico e poi gesuita a ventiquattro anni, fece i suoi studi e scrisse i suoi versi migliori, tormentato dal timore che l’ispirazione poetica celasse in sé un sentimento di superbia. L’occhio dell’inglese e assolutamente british Gerard, figlio della rare-dear (rara-cara) Britannia, nato a Stratford in Essex nei paraggi di Londra, si spalanca di colpo. Abituato ai panorami vittoriani webbed and watery, velati e acquosi, adesso è invece percosso dai campi a patchwork tremanti di colori. [Continua »]


Il mondo capovolto

https://www.youtube.com/watch?v=tL_Ye0h5xEI

Quei chestertoniani dei Mumford, che in The Cave, citano la biografia di S.Francesco di Chesterton, in particolare questa splendida strofa:

Perciò esci dalla tua cava camminando sulle mani
E guarda il mondo stando a testa in giù
Puoi capire la dipendenza
Quando conosci la terra del creatore

Tra l’altro Marcus Mumford ha detto in una intervista che il libro di Chesterton “Il profilo della ragionevolezza” gli ha cambiato la vita (a me invece è stato “Ortodossia”), insomma i libri (e i dischi) sono pericolosi!


Di quali storie abbiamo bisogno?

Tra le lettura di quest’estate mi è capitato tra le mani Se ti abbraccio non aver paura, senza conoscere il “caso” creatosi su settimanali e programmi tv. Alle spalle, una storia grande. Quella di un padre che parte in viaggio con il figlio autistico: in moto, negli States, coast to coast. Una partenza senza certezze – resisteremo un giorno? tre? una settimana? – che diventa un’avventura di tre mesi.

Una storia talmente incredibile che in Fulvio Ervas, affermato giallista trevigiano, è scattata la necessità di raccontarla. Prestando la propria scrittura. Non sono mancate le polemiche sull’attendibilità della vicenda, nonostante Ervas chiarisca nelle prime pagine che il romanzo «intreccia vicende ed emozioni autentiche con fantasia e arte narrativa».
Ma a dirla tutta, non mi interessa. Mi interessa altro.
E cioè il senso di quelle tre parole – assolute, assertive – sapientemente messe in risalto: «una storia vera».
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