L’arte è anonima

L’ultima Officina su Autorità e Libertà è stata molto ricca di stimoli. Ad un certo punto è rimbalzata dentro la discussione, sempre vivace lungo le 4 ore dell’incontro, una affermazione di T.S.Eliot sul fatto che “l’arte non è affatto libera“, vi prego di ritrovarne la fonte (il bello che sono stato io a farla rimbalzare!). L’arte come obbedienza, un tema bellissimo da approfondire.

E su questo tema della libertà/arbitrio dell’artista è stata molto bella la discussione sulle cosidette archi-star, gli architetti che come “divi” ormai delirano e possono fare quello che vogliono in forza solo del loro nome. Qui a fianco “brilla” una chiesa di Fuksas (ma ci è stato dovuto dire da Sara Maneri che era una chiesa perchè non lo si capiva).

Poi qualcuno ha citato l’esempio delle cattedrali del Medio Evo. Un esempio agli antipodi da quello delle archi-star: in questo caso si sa solo il nome dell’artista che sovrasta sull’opera (e sul senso dell’opera), mentre nel caso della cattedrali è l’opposto, non conosciamo  i nomi di questi artisti ma godiamo ancora oggi della loro opera costruita in modo e con un fine “comunitario”. Ancora una volta è il caso di sottolineare che una cosa è “esprimere” (esprimersi) e una cosa è “comunicare”.

Anche nella narrativa: forse i più grandi libri scritti non sono “libri”, con tanto di autore, ma sono quelle opere comunitarie, popolari, che si perdono nella notte dei tempi e si sono tramandate in forma anonima fino a noi, dai miti ai poemi omerici, da Le Mille e una notte alla saga di Gilgamesh fino a tutte le leggende e le favole che tutti noi conosciamo. Ancora una volta mi viene in mente una vecchia battuta di Chesterton: «La leggenda è fatta generalmente maggioranza, sana, degli abitanti di un villaggio; il libro è scritto, generalmente da quello, fra gli abitanti del villaggio, che è matto».