Trans-figurazione

Ne “L’ermeneutica del soggetto” Michel Foucault, affrontando il pensiero greco, scrive: “La spiritualità postula la necessità che il soggetto si modifichi, si trasformi, cambi posizione, divenga cioè, in una certa misura e fino a un certo punto, altro da sé, per avere il diritto di accedere alla verità. Non può esserci verità senza una conversione o una trasformazione del soggetto“. Nella spiritualità Foucault vede insomma le tracce di una lotta, di una scarnificazione e di un lavoro del sé su di sé. C’è nel corpo della tradizione cristiana una parola che riassume questo agone: trasfigurazione. L’arte delle icone, che ha attraversato la storia del cristianesimo tanto orientale che occidentale, si è caricata di questo compito, come spiega Enzo Bianchi nel libro intervista Immagini del Dio vivente, a cura di Gabriella Caramore: “L’icona – spiega il priore del monastero di Bose -, non va mai dimenticato, è innanzitutto materia che deve esprimere qualcosa del processo di trasfigurazione che è in corso nel cosmo”. Nelle icone si compie dunque questa “lotta”: l’invisibile che prende forma nel visibile, nel materiale, nei tratti, nei colori, nelle figure, nei simboli.

L’icona – come spiega Bianchi – “basandosi proprio sul fatto che Dio si è fatto uomo, pretende di rappresentare non solo la carne di Gesù, l’essere umano di Gesù”: ma proprio perchè “la carne di Gesù contiene l’invisibile, contiene Dio, l’energia di trasfigurazione”, l’icona si fa recipiente dell’invisibile. Ecco perchè dinanzi alle icone si è chiamati non tanto o non solo ad una ricezione passiva, estetica. Ma si è dinanzi ad un appello, a una relazione, a una forma di preghiera.

Attraverso le grandi “famiglie” della Trinità, della Natività, della Trasfigurazione, della Croce e della Resurrezione, Bianchi traccia la storia delle icone, dell’uso sapiente dei colori, del dispiegarsi dei simboli. Esemplare è allora la Trinità di Andrei Rublev, pittore di icone vissuto nella Russia tra la seconda metà del XIV secolo e i primi del XV. Quali sono gli elementi che lo sguardo di Bianchi ci invita a cogliere? Innanzitutto il “cerchio perfetto, trinitario” nel quale sono iscritte le tre Figure che compongono l’icona. E i colori: i vestiti del Padre sono “di un rosa oro e azzurro, per dire la sua piena qualità spirituale. Il colore blu del mantello che indossa il Figlio “indica la sua qualità divina”, mentre la tunica “è di un rosso terra scuro, che indica la sua qualità umana”. Lo Spirito, ancora, “veste la tunica azzurra che indica la sua non materialità, la indossa sotto un manto verde, simbolo della terra di cui si avvolge per portarla in Dio”. Il tutto per condurci dentro “il mistero del Dio cristiano: un Dio uno, ma che è comunità di amore”.

Ma se le icone hanno accompagnato l’intero arco della cristianità, che né è della loro sfida nell’arte contemporanea? L’arte ha rinunciato a rappresentare la lotta della e nella trasfigurazione? In realtà, rifacendosi ad esempio ai corpi squartati, paradossali, sfigurati di Francis Bacon, Bianchi nota come sia “solo attraverso il dolore che noi riusciamo oggi a leggere il Divino”. La lotta si è fatta come carnale, materica, spietata. E’ la fibra stessa dell’umano ad esserne investita. Basti pensare, ad esmpio, ai crocifissi dipinti da Giovanni Testori. Dunque il religioso – e la trasfigurazione che lo esprime – non è affatto evaporato dall’arte contemporanea, ha preso nuove forme. E’ necessario allora andare oltre la dicotomia arte religiosa-arte profana. Bianchi: “Credo che sia religiosa la forma dell’arte nella quale avviene l’evento della bellezza“.

Enzo Bianchi, Immagini del Dio vivente, a cura di Gabriella Caramore, Morcelliana

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  1. Rosa Elisa Giangoia ha detto:

    Amo molto le icone e ho osservato con ammirazione l’impegno con cui ancora oggi le monache ortodosse le realizzano alle Meteore. Indubbiamente tramite queste raffigurazioni si “realizza l’evento della bellezza”: la differenza tra questa forma d’arte e la nostra è che nella tradizione ortodossa si tende a ripetere uno stile, a riproporre delle immagini e delle figure codificate da una tradizione a cui si attribuisce un significato di trasfigurazione; noi abbiamo accantonato o superato quest’adesione, e siamo orienrati a ri-creare continuamente forme nuove: l’importante è non rinunciare alla tensione per cui queste sempre nuove creazioni realizzino “l’evento della bellezza”. Questo può diventare anche un importante criterio di valutazione estetica.

  2. Angela C ha detto:

    >Nella spiritualità Foucault vede insomma le tracce di una lotta, di una scarnificazione e di un lavoro del sé su di sé.>
    Quel lavoro del sé sul sé mi ricorda la difficoltà del perdonare: impegno tutto spirituale nella fatica, per chi perdona, di staccarsi dall’offesa, liberarsi dall’odio e fare “dono” della propria generosità; per chi è perdonato il carico, quasi un obbligo di gratitudine, di staccarsi dalla colpa e trasfigurarsi da quel momento in poi. Per entrambi – indulgente e perdonato – è cammino di conversione.

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