La pelle della carta

“Tre cose ci mancano. Numero uno: sapete perché i libri come questi siano tanto importanti ? Perché hanno sostanza. Che cosa significa in questo senso “sostanza” ?Per me significa struttura, tessuto connettivo. Questo libro ha pori, ha caratteristiche sue proprie, è un libro che si potrebbe osservare al microscopio. Troverete che c’è della vita sotto il vetrino, una vita che scorre come una fiumana in infinita profusione. Maggior numero di pori, maggior numero di particolarità della vita per centimetro quadrato avrete su un foglio di carta, e più sarete “letterario”. Questa è la mia definizione, ad ogni modo. Scoprire le particolarità. Particolarità nuove! I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano sfuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano. Capite ora perché i libri sono odiati e temuti ? Perché rivelano i pori della faccia della vita.”[1]

cartaQuando Montag, protagonista del romanzo distopico[2] di Ray Bradbury “Fahrenheit 451“, chiede all’anzianoFaber quali siano gli ingredienti che mancano alla società anestetizzata in cui vive, la risposta è che il primoelemento è rappresentato dal tessuto connettivo che è la sostanza propria dei libri, messi all’indice perché eco di un senso più profondo della vita che va oltre la mercificazione dell’esistenza.

Libri di carta (ed ecco spuntare il materiale qui trattato), che a dire dell’anziano Faber, figura di maestro-guida per il cammino di liberazione interiore di Montag, viene percepita come un essere vivo, pulsante, che profuma a tratti di “noce moscata e di certe spezie di origine esotica“, con pori che dilatano la materia fino a renderla trasparenza della poesia della vita, nel bene come nelle prove attraversate dal genere umano. È come se la carta con i suoi caratteri scuri che emergono dal colore niveo del testo respirasse del pensiero di chi ne ha partorito i contenuti, facendo a sua volta respirare di una boccata di speranza chi ne viene a contatto. Non a caso poi la parola latina “faber” nasconde molteplici significati, tra cui spiccano quello di “artigiano”, “fabbro”, “artefice”, e parlando di carta e mestieri, quello del tipografo può essere considerato una forma di artigianato moderno, da recuperare nel rapporto con la materia perduta. Il termine “tipografo” mi evoca anche le immagini simboliche della “Galassia Gutenberg” usate dal sociologo Marshall McLuhan per spiegare i cambiamenti portati dall’avvento dei caratteri mobili della stampa per arrivare fino al villaggio globale dei nostri giorni, dominato dai media elettronici, che nel linguaggio utilizzato – penso ad esempio al concetto di “E-book” e “libro elettronico” – portano in sé a mio avviso una nostalgia per la materia traspirante e viva del materiale cartaceo. Nel racconto di Bradbury è proprio la carta stampata ad essere temuta e divenire oggetto degli incendi appiccati dal corpo dei militi del fuoco che adottano il simbolo della salamandra come sorta di totem ispiratore. Come ci spiega l’autore, nell’epoca immaginaria in cui sono immersi Montag e Faber, il rischio corso dall’umanità è quello di sostituire al fluire di vita dei libri quello dell’occhio inquisitore del Segugio meccanico <strana combinazione rauca di uno sfrigolio elettrico, di un crepitio, un grattamento metallico, un girar di ruote dentate che si sarebbero presto dette arrugginite e invecchiate dalla diffidenza>.

Recuperare un sano rapporto con il messaggio veicolato dalla carta stampata e viva dei libri diventa per l’autore del racconto – maggiormente conosciuto per il suo capolavoro “Le cronache marziane” – l’antidoto per vincere la distopia di una vita artificiale disumanizzante e disincarnata di chi rischia di dimenticare che la forza dell’uomo è il tessuto connettivo di sapere e relazioni che riesce a creare.


[1] Brano estratto dal “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, da cui è stato tratto l’omonimo film diretto da François Truffaut nel 1996
[2] Distopico: dal sostantivo “distopia”, ovvero anti-utopia. La storia narratanei romanzi distopici riguarda le tematiche della società attuale, spostando però l’interesse su un’epoca e un luogo distanti o successivi a una discontinuità storica. Termine usato nella letteratura – la fantascienza in primis -per rappresentare società fittizie, con un intento di denuncia sociale.